Chandogya Upanishad

Prefazione.

Come nei miei precedenti volumi di questa medesima Collezione, cerco anche in questo di offrire una versione che renda il più da vicino possibile, così nel pensiero come nella forma esterna, l’originale, per quanto, s’intende, la mia interpretazione colga il significato vero di un testo che presenta numerose e gravi difficoltà ermeneutiche.
La traduzione è integrale; è bene che al lettore il quale voglia farsi un’idea precisa di quello che effettivamente è la nostra Upanishad — e di quello che sono le Upanishad in genere — stiano davanti tutte le multiformi concezioni di cui la Chandogya- ci conserva numerose, se pure frammentarie, testimonianze, nell’ordine, o per dir meglio, nel disordine in cui si seguono, nella forma in cui trovano espressione. Alcune dottrine hanno ottenuto in sorte di essere comunemente giudicate dagli studiosi europei come stupende e geniali, altre come strane e assurde. Non sarebbe stato bene lasciar fuori quelle parti dell’Upanishad in cui queste ultime occorrono, Perché in realtà anche queste, se si cerca di avvicinarsi all’antico pensiero da cui sono scaturite e di intenderle secondo questo pensiero e non secondo il nostro, hanno un loro proprio non piccolo interesse, perché comunque esse hanno tenuto un posto notevole nello svolgimento del pensiero religioso indiano. Isolando, d’altra parte, le dottrine più elevate, nel nostro senso, e più progredite, togliendole a forza da quell’insieme col quale hanno molteplici relazioni, si corre il rischio di non intenderle nella loro originaria significazione e di attribuire ad esse valori che in realtà non hanno.
L’ Introduzione vuole agevolare la lettura, di per sé spesso piuttosto faticosa, del testo: le dottrine molteplici che in questo sono spesso confusamente accostate una all’altra e frammischiate, sono esposte in un certo ordine in essa, con brevità e, spero, con la possibile chiarezza, sono quindi, per ciò stesso, in qualche modo interpretate. Nei limiti dell’Introduzione, che ha carattere soprattutto espositivo, non è stato compreso il confronto tra le dottrine di cui la nostra è documento e quelle delle altre Upanishad — le quali solo occasionalmente, quando si tratti di dottrine dello stesso genere, sono ricordate a integrazione di dati troppo manchevoli della nostra —, né, quindi, la storia di esse dottrine; per questa rimando ai trattati elencati nella Bibliografia. Una nuova storia del pensiero Upanishadico si potrà scrivere dopo avere ancora analizzato e studiato separatamente il contenuto delle singole Upanishad e quando si saranno meglio indagati e individuati gli influssi del mondo spirituale e religioso non-ariano su quello ariano nelle epoche più antiche.
Nelle note viene citata quasi esclusivamente e in occasione di passi paralleli la Brhad-Aranyaka- Upanishad, L’altro antico e grande testo Upanishadico.
In certi casi ho ricordato in nota l’interpretazione di Sankara, il celebre filosofo del Vedanta (VIII-IX sec. d.Cr.).

Bologna, 10 novembre 1936-XV.
Valentino Papesso