LA GRANDE ARYANAKA

PREFAZIONE

È solo da questo secolo che data la prima apparizione delle “upanishad” in Europa. Verso il 1776 Anquetil Duperron, quello stesso che scopri lo Zend Avesta, di ritorno dal suo avventuroso viaggio nelle Indie, ricevette dal residente francese a Feyzabad (provincia (d’Aoudh), il colonnello Gentil, e per mezzo del messo Bernier, un manoscritto contenente cinquanta “upanishad”.
Dopo un lavoro di venti anni, dal quale neppure la Rivoluzione riuscì a distrarlo, egli ne compiva la traduzione latina il 18 Brumaio dell’anno IV (9 ottobre 1796); e la pubblicò 5 anni dopo (1801-1802) sotto un curioso titolo[1] e con la seguente epigrafe tolta dal testo:

-QUISQUIS DEUM INTELLIGIT, DEUS FIT-

È in questa traduzione che Schopenhauer lesse le upanishad, e con qual frutto ed ammirazione, l’ha asserito egli stesso.
Ci volle del coraggio: la traduzione di Anquetil, eseguita con cura e fedeltà ammirevoli, è scritta in un latino oscurissimo e tormentatissimo, un “latino persiano” dice Schopenhauer, quasi inintelligibile senza uno studio speciale.
Difetto più grave: questa traduzione non è fatta direttamente dal testo sanscrito, ma da una versione in persiano, del resto eccedente, eseguita nel 1657 a Delhi, da saggi indigeni venuti da Benares, per comando e sotto la direzione di Mohammed Darà Schakoh, figlio primogenito di Shàh Jehan. Questo principe illuminato, nipote dell’imperatore Akbar, Indù per via di donne, sognava, parrebbe, una specie di conciliazione fra le religioni indù e le maomettane: morì assassinato da suo fratello Aureng-Zeb, quale infedele alla legge del profeta (1659): cinquant’anni dopo moriva anche Aureng-Zeb, e con lui scompariva anche il suo impero; un secolo dopo, l’opera di Mohammed Darà Schakoh iniziava quella influenza ormai nota sulla filosofia tedesca e sul pensiero europeo.
Nello stesso tempo le upanishad acquistavano maggiore influenza nella vita religiosa dell’India. Colui che ini zio questo movimento che va ancora diffondendosi, fu il brahmano Rammohun Roy Letterato, erudito, più al
corrente delle lingue e delle letterature europee di quanto qualsiasi sapiente europeo non sia di quelle dell’India, tentò di liberare lo spirito dei suoi compatrioti dalle pratiche dell’induismo ch’egli giudicava idolatriche.
Egli cercò nel passato dell’india stessa il principio di questo rinnovamento, e lo trovò nelle upanishad, nelle quali vide, con ragione, “la base della fede dotta dell’india in tutti i tempi”.
Ne tradusse parecchie in inglese, in hindi, in bengali, le commentò e le pubblicò a proprie spese. Allorquando morì nel 1833, in Inghilterra, il suo entusiasmo si era comunicato all’Occidente, e l’interessamento per le upanishad non poteva più declinare.
Attualmente possediamo il testo sanscrito di circa duecento upanishad, e si continua a scoprirne delle altre, ogni giorno. Le più importanti sono state già pubblicate È inutile dire che non tutte vantano uguale antichità, ma vanno aggiudicate ai diversi periodi della storia dell’india; alcune, ad esempio una Allahupanishad, sono modernissime, e forse gualche setta dell’India continua presentemente ancora a comporne; di molte altre nulla possiamo dire, se non che sono anteriori all’VIII secolo della nostra era, epoca nella quale Cankhara le commentava; ma le primitive — e tra queste, quella che forma oggetto del nostro lavoro e che è ritenuta, per comune consenso, come una delle due più antiche, se non proprio la più antica di tutte — sono certamente anteriori al Buddismo, ch’esse fanno già presentire; non ci si sbaglierebbe di molto ammettendo che siano state redatte verso il VI secolo a.C. Esse effettivamente trovano il loro posto nelle opere vediche e fanno parte legittimamente di ciò che gl’indù chiamano la Sruti, la Rivelazione, in contrapposto alla Tradizione (Smriti). Sono interessanti, per noi, perché appartengono ai più antichi monumenti che ci siano pervenuti se non, come si riteneva un secolo fa, della primitiva saggezza, almeno della sapienza indiana tanto venerata sin dall’antichità.
Tentiamo di definire le upanishad e di determinare esattamente il posto che hanno nella letteratura dei Veda: qui siamo costretti ad addentrarci in dettagli di carattere un poco tecnico.
È noto che vi sono quattro Veda:

  1. Il Rig-Veda o Veda degli Inni;
  2. Il Sama-Veda o Veda dei Canti, delle melodie, semplice estratto del precedente, accompagnato dalle note musicali;
  3. Il Yajur-Veda o Veda delle formule del Sacrificio, conservate in parecchie recensioni raggruppate sotto i nomi di Vajur-Veda Bianco e di Yajur-Veda Nero;
  4. Infine, l’Atharva-Veda, che s’è collocato molto dopo al seguito degli altri tre, e che deve il suo nome alla famiglia sacerdotale degli Atharvani.

Ma ogni Veda, a sua volta, si compone di quattro parti: innanzi tutto il testo degl’inni o delle formule, la samhita; indi seguono i Brahmana, una specie di grandi rituali in prosa che descrivono, per l’uso dei brahmani, i riti infinitamente complicati del brahman o servizio divino, e che pretendono dare la spiegazione e rendere la ragione e la origine delle dette cerimonie; ai brahmanas si ricollegano gli aranyakas, o libri delle foreste, specialmente destinati ai Brahmani che hanno abbandonato il villaggio ed il luogo del sacrificio per ridursi a vita solitaria di eremitaggio in qualche bosco: questi aranyakas hanno, del resto, anch’essi un carattere liturgico e spesso, di tal natura, da non poterli distinguere dai Brahmanas. Infine, agli aranyakas, a loro volta, si ricollegano strettamente, e talvolta sino a confondervisi, le upanishad.
Che cos’è, dunque, una upanishad? A prima vista, il significato della parola è ben netto, sebbene si diano differenti etimologie; è, come l’aveva tradotto Anquetil, dalla versione persiana, quello di Secretum tegendum, (l’insegnamento secreto, di dottrina esoterica. Se noi tralasciamo i giuochi di parole per mezzo dei quali gli antichi commentatori pretendevano ricercare nelle sillabe che compongono la parola la missione benefacente[1] o riparatrice ch’essi attribuivano alle upanishad, possiamo adottare l’etimologia che ci fornisce il dizionario del Bohtlingk. Upanishad deriverebbe dalla radicale sad: sedersi, e dai prefissi upa: al di sotto, ai piedi, e ni: in basso. Ciò posto, la parola indicherebbe, sin dalle sue origini, l’insegnamento che i discepoli ricevevano seduti ai piedi del loro maestro, nel cerchio consacrato che il sole illumina all’oriente. Questo insegnamento, d’altra parte, può subito definirsi: in opposizione ai brahmanas, liturgici, ritualisti, il carattere proprio delle upanishad è speculativo e teosofico; a fronte del Karma Kanda, della parte rituale e del cerimoniale, esse, le upanishad rappresentano la scienza pura (vidya Kanda). Particolare curioso, spesso lo Kshatriya — il gran signore mondano che si picca di filosofia — vien ritenuto come superiore al Brahmano, ed il prete deve an dare a scuota dal pensatore laico. Ciò, non perché gli sviluppi liturgici manchino completamente nelle upanishad, anzi vi si ritrovano con i loro giochi di parole e con una sfilata di entità fantasmagoriche a lato di ardite cosmogonie e dei più alti voli astratti.
Ritorniamo all’upanishad che è l’oggetto di questo lavoro.
Dopo quanto innanzi, il suo titolo Brihadaranyaka upanishad può tradursi: la dottrina o l’insegnamento esoterico del gran Libro della foresta. In questo caso particolare l’upanishad e l’aranyaka quasi si confondono a vicenda, ed entrambe fanno parte integrante del Brahmana.
Questo Brahmana, detto i Cento Sentieri (Sata patha – Brahmana) unita-mente al Yajur-Veda bianco, è riguardato come una delle più importanti opere della letteratura vedica. Ne esistono due recensioni, di due famiglie, di due scuole differenti: dei Kanvas e di Madhyandinas. Nella nostra traduzione noi seguiremo quest’ultima recensione tal quale ce la fornisce la più recente edizione, quella di O. Bottlingk.
In questa recensione, il Brahmano dei Cento Sentieri è diviso in 14 Kdndas o parti e 100 adhyayas o letture. La parte quattordicesima costituisce la aranyaka; e l’upanishad si compone delle sei ultime letture della parte quattordicesima, preceduta da due capitoli della parte tredicesima e che trattano del sacrificio del Cavallo.
L’upanishad stessa si divide in tre parti, e ciascuna di queste tre parti, in due letture; in tutto comprende 47 capitoli o brahmana. Ogni parte termina con una specie di genealogia dei maestri che si sono trasmessi la dottrina da Brahma Svayambhu, l’Essere in sé.

A. F. Herold

Note:
[1] Essi spiegano: “quella che distrugge l’ignoranza” o “quella nella quale è depositata la salvezza”.