Le leggi di Manu

Prefazione.

IL libro dello leggi di Manu è indubbiamente da annoverarsi fra gli antichissimi dei codici che l’uomo s’è imposto per raffrenare lo sue cattive passioni, per indirizzare al bene le sue attitudini, attribuendone il contenuto alla divinità perché la sanzione fosse più efficace; è insieme uno dei testi sacri più venerati ed antichi della misteriosa India dove corre sotto la denominazione di Manava Dhavinasasura, (libro delle leggi di Manu) di Dharmasastra (libro delle leggi) di Manu-Samhita (raccolta di Manu).
Nell’opera di Narada si dice che il divino Mann compi il libro delle leggi in 1000000 sloka ed in 1080 capi, che Narada lo compendiò in 12000 soltanto, ristretto ancora da Markaudeya in 8000 e quindi in 4000 dal saggio Samati: il testo di Manu che noi possediamo consta invece di circa 2680 sloka.
La critica moderna ha sfrondato molto di quella aureola onde la credenza dei Brahmani e la opinione dei primi studiosi europei l’aveva circonfuso ed ha ridotto d’assai l’età in cui si supponeva esser stato composto — dodici secoli prima di Cristo — e la divinità della sua origine. Bei lunghi od intricati dibattiti noi ci accontenteremo di esporre soltanto le conclusioni che hanno per sé il suffragio dei maggiori e più recenti indagatori e maggiori probabilità d’esser prossime al vero.
Nella mitologia vedica la figura di Manu complessa d’assai, non è però oscura. Egli è l’eroe eponimo del genero umano e partecipa insieme della natura d’uomo e di dio. Nato dall’ Essere che esiste per sé stesso, Signore delle cose create, Inventore del rito sacrificalo, Progenitore dei re, Padre Mann, Saggio altissimo, sono le indigitazioni più frequenti della sua essenza. Talvolta è identificato con Brahama, epperò tutto ciò che esiste è detto progenie di Manu.
Dovette esservi da età remota un nucleo di massime che la tradizione (Smriti) attribuiva a Manu; attorno ad essa si svolse per lungo tempo l’attività dei saggi Brahmani che diedero forma organica di trattato alle di dii se credenze. Ed al Manu ideale, appunto per le sue caratteristiche di fondatore dell’ordine morale e sociale fu attribuita spontaneamente, ed ebbe credito la fama dell’opera.
Incoerenze formali del libro — delle quali il lettore attento s’ avvedrà, senza dubbio — elementi intrinseci — fatti o nomi storici accennati — testimonianze della letteratura vedica, concorrono a dimostrare che la redazione del codice di Manu da noi posseduto, pur contenendo molti frammenti arcaici che non si trovano nei Veda, s’ è venuta sviluppando dal 6° al 23 secolo avanti Cristo, e rappresenta, con grande probabilità, un manuale ad uso delle scuole sacerdotali. Questo è certo ad ogni modo che esso non è la compilazione di un Vyasa (raccoglitore) come vorrebbe la tradizione, ma l’opera assidua di molte generazioni di Brahmani.
Pur ridotto a queste proporzioni esigue, il libro delle leggi di Manu non perde nulla del suo valore, come mirabile pittura delle antiche consuetudini indostaniche, come libro ripieno di massime morali altissime e di concezioni grandiose — quelle,» ad esempio, del rinnovarsi dei mondi e della trasmigrazione delle anime.
La versione che presentiamo è stata con la più grande cura confrontata con le migliori che sono state fatte in questi ultimi anni da quella dello Jones a quella del Buhler; s’è cercato con la grafia di rendere il più possibile — date le esigenze tipografiche — la fonia originale; nel testo sovente s’è tradotta, (love pareva opportuna, qualche glossa di Kulluku-Bhatta, che è il più stimato dei Commentatori indiani, come parto integrante del testo, nei primi libri, distinta da trattine separative, negli ultimi.
Il lettore giudicherà se abbiamo fatto opera utile.