I sacramenti e il noviziato.

1Imparate quali siano i doveri degli uomini virtuosi, non dediti all’ira ed all’amore sfrenato, doveri impressi nel cuore. 2L’amor di sé stessi non è lodevole, tuttavia nessuno al mondo n’è esento. In realtà lo studio della Santa Scrittura ha per causa l’amore di sé stesso e la pratica delle opere che i libri santi prescrivono. 3Dalla speranza di un vantaggio nasce l’impulso ad operare; i sacrifici hanno per motivo la speranza; le pratiche d’austera divozione e le pie consuetudini è palese che provengono dalla speranza di una ricompensa. 4Non si vede mai quaggiù che un’opera qualsiasi venga fatta da chi non ne abbia voglia: il motivo d’ogni atto è sempre un desiderio. 5Compiendo perfettamente i doveri prescritti, senza mirare a ricompense, l’uomo consegue l’immortalità e nel mondo, fruisce del compimento di tutti i desideri che gli nascono. 6La legge ha per base il Veda, le imposizioni e le pratiche morali di coloro che lo posseggono, il costume immemorabile della gente buona e la soddisfazione della sua coscienza. 7Qualunque sia il dovere imposto da Manu a questo o a quell’altro individuo, esso è completamente dichiarato nel Libro Santo, perché Manu possiede tutta la scienza divina. 8II saggio, dopo aver sin nel fondo esaminato questo completo sistema di leggi con l’occhio del pio sapere, conoscendo l’autorità della rivelazione, deve rinchiudersi nel dovere. 9Certo, l’uomo che si conforma alle regole prescritte dalla Rivelazione e dalla Tradizione, consegue la gloria in questo mondo e la perfetta felicità nell’altro. 10Convien sapere che la Rivelazione è nel Libro Santo (Veda) e la Tradizione nel Codice delle leggi (Dharmasastra); l’una e l’altra non devono essere in nessun luogo contestate perché il complesso dei doveri ne emana tutt’intero.
11Ogni uomo delle tre prime classi che, per le opinioni di libri increduli, disprezza queste due basi fondamentali deve essere escluso dalla compagnia degli uomini dabbene come ateo e spregiatore dei Libri Sacri. 12Il Veda, la Tradizione, le buone consuetudini e la soddisfazione interiore son definite dai saggi le quattro fonti del sistema dei doveri. 13La conoscenza del dovere basta a quelli che non sono attaccati alla ricchezza o al piacere; per quelli che cercano di conoscere i doveri, in vista di ricompensa, l’autorità somma è la Rivelazione. 14Ma quando la Rivelazione offre due precetti, in apparenza contradditori, stimateli come legge entrambi, che queste due leggi dai saggi sono state dichiarate perfettamente valide. 15Si dice, per esempio, nel Libro Santo, che il sacrificio deve essere compiuto dopo il levar del sole, prima che sorga, quando non si veda né sole né stelle; di conseguenza, il sacrificio si può fare nell’uno o nell’altro di questi momenti. 16Colui pel quale, dalla cerimonia della concezione fino a quella funebre, si compiono tutti i riti e le preghiere d’uso, deve esser riconosciuto degno del privilegio di leggere questo codice: nessun altro potrà averlo.
17Fra i due fiumi divini di Sarasvati[1] e di Drichadvati[2] si trova racchiuso un tratto di terra: questa contrada, degna degli dèi, ha ricevuto il nome di Brahmavarta. 18La consuetudine che s’è perpetuata in questo paese per tradizione immemorabile, fra le classi originarie e quelle miste, è dichiarata buona consuetudine. 19Kurukshetra[3], Matsya, Pantchàla[4], Surasenaka[5], formano la contrada chiamata Brahmarishi, vicino a quella di Brahmavarta. 20Dalla bocca d’un Brahmano nato in questo paese devono tutti gli uomini della terra apprender le loro particolari regole di condotta. 21La regione tra il monte Himavat[6] e Vindhya[7], all’oriente di Vinasana[8], ad occidente di Prayaga[9], è chiamata Madhyadesa (paese mediano). 22Dal mare orientale fino a quello d’occidente lo spazio compreso fra queste montagne è chiamato dai saggi Aryavarta (soggiorno degli uomini venerandi). 23Ogni luogo in cui soggiorni naturalmente la gazzella nera è conveniente per la celebrazione del sacrificio; il paese dei Mlechcha. (dei barbari, degli stranieri) non lo è. 24Quelli che appartengono alle tre prime classi devono cercar ogni modo per stabilirsi nei luoghi ch’abbiamo designato: un Sudra ch’abbia pena a procurarsi il suo sostentamento, può dimorare in qualsiasi luogo.
25L’origine della legge ed il prodursi dell’universo sono stati ormai esposti sommariamente; ascoltate ora lo leggi che riguardano le classi. 26Con i riti propiziatori stabiliti dal Veda, devono esser compiuti i sacramenti[10] (Sanskaras) che purificano il corpo degli Dwigia[11], da quello della concezione agii altri che tolgono ogni macchia in questo mondo e nell’altro. 27Con le offerte al fuoco per la purificazione del feto, con la cerimonia compiuta alla nascita, con quella della tonsura e del conferimento del cordone sacro, tutte le impurità che il contatto del seme o della matrice ha potuto metter negli Dwigia sono cancellate interamente. 28Lo studio dei Veda, le pie osservanze, le offerte al fuoco, la lettura e lo studio del Veda le offerte, la procreazione della prole, le cinque grandi oblazioni ed i sacrifici solenni preparano il corpo al compenetramento nell’Essere Divino. 29Prima della recisione del cordone ombelicale è prescritta una cerimonia allorquando il nato sia un maschio: si deve fargli gustare del miele, del burro sacrificale in uno strumento d’oro recitando le parole di rito.
30Il padre compia o la faccia compiere da altri la cerimonia di dare il nome al figlio il decimo od il duodecimo giorno dopo la nascita in un giorno lunare propizio, in un momento favorevole, sotto una buona stella. 31Il nome d’un Brahmano esprima, nella prima parte il favore propizio, quello d’un Kshatriya la potenza, quello d’un Vaisya la ricchezza, quello d’un Sudra l’abjezione. 32Il nome d’un Brahmano indichi, nella seconda parte, la felicità, quello d’un guerriero la sicurezza, quello d’un mercante la liberalità, quello d’un Sudra la soggezione. 33Sia il nome di una donna d’agevole pronuncia, dolce, chiaro, gradevole, propizio; termini in vocali lunghe ed assomigli a parole di benedizione.
34Il quarto mese, si porti il fanciullo fuor di casa a veder il sole, il sesto gli si dia da mangiar del riso o si segua l’uso adottato dalla famiglia come più fausto. 35La cerimonia della tonsura[12] deve, per tutti gli Dwigias esser fatta conformemente alla legge il primo od il terzo anno, come dice la Scrittura. 36Si faccia l’ottavo anno, dal concepimento, l’iniziazione di un Brahmano, quella di un Kshatrya l’undecimo, di un Vaisya il duodecimo. 37Per un Brahmano ch’aspiri al lustro che dà la scienza divina può la cerimonia compiersi il quinto anno, per uno Kshatrya che tenda alla gloria il sesto, per un Vaisya che voglia dedicarsi agli affari commerciali l’ottavo. 38Fino al sedicesimo anno per un Brahmano, fino al ventesimo secondo per uno Kshatrya, fino al ventesimo quarto per un Vaisya il tempo della Savitri, non è trascorso. 39Ma dopo tale termine quelli delle tre classi che non hanno ricevuto il sacramento nell’epoca fissata, indegni dell’iniziazione, scomunicati, sono lasciati al disprezzo della gente onesta. 40Con questi uomini che non hanno ricevuto la purificazione secondo le regole proscritte, un Brahmano nemmeno in caso di calamità non contragga mai legame per lo studio della Scrittura, né di famiglia.
41Gli scolari di teologia devono portare per mantello, pelli di gazzella nera, di cervo o di becco; per tunica, tessuti di canapa[13], di lino, di lana a seconda della loro classe. 42La cintura d’un Brahmano deve essere di mungia (Saccharum Munja) composta di tre corde uguali e lisce al tatto, quella d’uno Kshatriya deve essere una corda d’arco fatta di murva, (Senoeviera Zeylanica), quella d’un Vaisya di tre spaghi di canapa. 43In mancanza delle fibre ch’abbiamo nominate siano fatte di kusa, (Pao Eynosuroides) d’asmàntaca (Spondias Mangifera), di balbagia (Saccharum Cylindricum), in tre corde, d’un sol nodo, di tre o di cinque. 44Il cordone sacro portato sulla parte superiore del corpo deve essere di cotone a tre fili per un Brahmano, d’un sol filo, e di canapa, per un Kshatriya, di lana filata per un Vaisya.
45Un Brahmano deve, secondo la legge, portar un bastone di bilva (Aegle Marmelos) odi palasa (Hutea Frondosa); quello d’un guerriero deve essere di vatha (Ficus Indica) o di khadira (Mimosa Catechu), e di pilu (Carena Arborea) o d’udombara (Ficus Glomerata) quello d’un mercante. 46Sia quello del Brahmano così lungo da arrivargli ai capelli, quello d’un guerriero alla fronte, quello d’un mercante al naso. 47Devono questi bastoni esser diritti, d’un sol pezzo, belli a vedersi, non paurosi, con la corteccia, non toccati dal fuoco.
48Munito del bastone designato, dopo essersi posto di fronte al sole ed aver fatto il giro del fuoco movendosi da sinistra a destra, il novizio vada elemosinando il suo sostentamento come proscrive la regola. 49L’iniziato (colui che è investito del cordone sacro) che appartiene alla prima delle tre classi rigenerate deve domandando l’elemosina ad una donna cominciare con la parola: Signora; l’iniziato della classe degli Kshatriya la porrà in mezzo alla frase, ed il Vaisya in fine. 50Alla madre, alla sorella, alla sorella di sua madre egli deve dapprima richiedere il nutrimento oppure ad un’altra donna da cui non possa essere respinto.
51Dopo aver cosi raccolto alimenti in quantità sufficiente, ed averlo mostrato al suo direttore (Guru) senza alcuna frode, purificatosi e lavata la bocca, prenda il suo pasto con il viso rivolto ad oriente. 52Quegli che mangia rivolto ad oriente prolunga la sua vita, rivolto a mezzogiorno acquista la gloria, volgendosi ad occidente, arriva alla felicità, riguardando al settentrione ottiene la verità. 53Lo Dwigia, dopo aver fatto una abluzione deve prendere il cibo in un perfetto raccoglimento; finito il pasto deve lavarsi convenientemente la bocca e bagnar con l’acqua le sei parti rientranti della sua testa (gli occhi, le orecchie, le narici). 54Onori sempre il suo cibo e lo mangi senza ripugnanza; vedendolo si allieti e si consoli e faccia voto d’averne sempre altrettanto. 55Infatti un nutrimento costantemente venerato dà la forza muscolare o l’energia virile; quando si prenda senza onorarlo, si distruggono questi due vantaggi.
56Si guardi dal donarne i resti, di non mangiare nell’intervallo dal pasto mattutino al serale, di non mangiare in troppa quantità, e d’andar in qualche luogo, dopo il pasto, prima d’aver lavata la bocca. 57Mangiar troppo nuoce alla salute, alla durata della vita, alla felicità in cielo; per l’impurità ch’arreca è biasimato dal mondo; conviene adunque astenersene con ogni cura. 58Il Brahmano faccia sempre l’abluzione con la parte consacrata delle mani, secondo il Veda, o con quella che trae il suo nome dal Signor del Creato, o con quella consacrata agli Dei, ma non mai con quella parte cui deriva il nome dai Mani (Pitris). 59Si chiama parte consacrata al Veda quella situata alla radice del pollice, al Creatore quella alla radico del mignolo, agli Dei in sulla punta delle dita, ai Mani quella tra il pollice e l’indice. 60Egli beva l’acqua in tre riprese, nel cavo della mano, s’asciughi due volte la bocca, con la base del pollice, e si tocchi poi le sei parti rientranti, il petto, la testa. 61Chi conosce la legge e cerca la purità deve far sempre l’abluzione con la parte monda delle sue mani, servendosi d’acqua che non sia calda né schiumosa, tenendosi in luogo appartato, rivolto il viso ad oriente o a tramontana. 62Un Brahmano è purificato dall’acqua che gli scende in petto, uno Kshatrya da quella che gli va nell’esofago, un Vaisya da quella che riceve nella bocca, un Sudra da quella ch’egli tocca con la lingua e le labbra.
63Uno Dwigia è detto Upaviti quando la sua mano destra è alzata. Pratchinaviti quando tiene alta la sinistra, Niviti quando il cordone gli pende dal collo. 64Quando la sua cintura, la pelle che gli serve da mantello, il bastone, il cordone, il vaso dell’acqua sono in cattivo stato, li getti nell’acqua e se ne procuri dogli altri benedetti. 65La cerimonia del Kesanta (tonsura) è fissata per il sedicesimo anno dalla concezione per i Brahmani, a ventidue per gli Kshatriya, due anni dopo per i Vaisya. 66Le stesse cerimonie, senza le preghiere (Mantra) devono esser compiute per le donne nel tempo e nell’ordine designato, per purificare i loro corpi. 67La cerimonia nuziale è riconosciuta valida al posto dell’iniziazione prescritta dal Veda, lo zelo nel servir lo sposo tiene luogo di soggiorno presso il padre spirituale o la cura della casa di quella del fuoco sacro.
68Tale è, come io l’ho esposta, la legge chi l’iniziazione degli Dwigias, che è il segno della rinascita e della santificazione. Ascoltate ora a quali doveri debbano assoggettarsi. 69Il padre spirituale (guru) dopo aver iniziato il discepolo, gli insegni le regole della purità, i buoni costumi, la cura del fuoco sacro, le devozioni del mattino, del mezzogiorno, della sera. 70Quando si mette allo studio, il novizio, dopo aver fatta una abluzione secondo la legge, rivolga al Libro Santo il saluto d’omaggio[14], rivolto il viso verso settentrione, ed ascolti la lezione vestito con un abito puro e signore dei suoi sensi. 71Al principio ed alla fine della lettura del Veda tocchi rispettosamente i piedi del padre spirituale: legga a mani giunte, perché cosi si rende omaggio al Libro Santo. 72Quando tocca i piedi del suo padre spirituale incroci le mani cosi che porti la mano sinistra sul piede sinistro, la destra sul destro. 73Quando s’accinge a leggere, dica il vigile padre: Orsù, studia; e lo distolga dicendo: Riposati.
74Egli pronunci sempre, in principio ed in fine, la parola sacra della Scrittura: ogni lettura che non sia preceduta da Aum[15] si cancella a poco a poco e quella che non ne sia seguita non lascia tracce nello spirito. 75Seduto su degli steli di kusa, ch’abbian la punta rivolta ad oriente o tenendo in mano quest’erba purificatrice, libero da ogni impedimento fermando tre volte il respiro per la durata ciascuna di cinque vocali brevi, allora pronunci la sillaba Aum. 76Le lettere A, U, M sono state espresse dai tre Libri Santi come le tre grandi parole Bhuh, Buvah, Swah[16]. 77Dai tre Veda l’Altissimo, Signore delle Creature, versetto per versetto l’invocazione detta Savitri che incomincia con la parola tad[17]. 78Pregando a bassa voce il monosillabo o la preghiera che abbiamo detto precedute dalle tre parole, ogni Brahmano che conosca intimamente i libri Sacri ottiene la santità che il Veda procura. 79Ripetendo mille volte, in luogo appartato questa triplice invocazione, uno Dwigia può liberarsi in un mese anche d’una grave colpa, come un serpente della sua pelle. 80Ogni membro della classe sacerdotale, militare, commerciante che trascuri tale preghiera e non compia nel tempo stabilito le pie osservanze, è condannato al disprezzo della gente onesta. 81Le tre grandi parole, procedute dal monosillabo Aum e seguite dalla Savitri che si compone di tre distici, devono esser riconosciute come la principale parte del Veda. 82Colui che durante tre anni ripete tutti i giorni questa preghiera, andrà a trovar la Divinità suprema, agile come il vento, in forma immortale. 83Il monosillabo mistico è il Dio Supremo; le tre soste del respiro sono l’espressione dell’austerità più perfetta: nulla è sopra la Savitri, La verità è preferibile al silenzio. 84Tutti gli atti di pietà prescritti dal Veda come le offerte al fuoco ed i sacrifici passano senza risultato, ma il monosillabo è inalterabile, è il simbolo di Brahma, il Signore delle Creature. 85L’offerta che consiste in questa preghiera fatta a bassa voce, è dieci volte preferibile ad un regolare sacrificio: quando la preghiera è recitata in modo che nessuno possa udirla, vale cento volte di più, mille volte più di merito ha quella fatta mentalmente. 86Le quattro oblazioni domestiche, congiunte al sacrificio regolare, non valgono la sedicesima parte dell’offerta che consiste nella preghiera a bassa voce. 87Con la preghiera a bassa voce un Brahmano può, senza dubbio, pervenire alla beatitudine faccia o no altri atti di pietà; essendo amico delle creature è detto congiunto con Brahma (Brahmano).
88Quando gli organi dei sensi si trovano in rapporto con oggetti piacevoli, l’uomo saggio deve fare ogni sforzo por padroneggiarli, come uno scudiero che regga i cavalli. 89Questi organi, fissati dagli antichi saggi nel numero di dodici, li enumererò esattamente nell’ordine che loro conviene: 90Le orecchie, la pelle, gli occhi, la lingua ed in quinto luogo il naso; L’apertura inferiore del tubo intestinale, le parti sessuali, la mano, il piede, l’organo della voce che è il decimo. 91I cinque primi, l’orecchio e quelli che seguono, sono detti organi dell’intelligenza e quelli che seguono, dal foro intestinale in poi, sono detti organi dell’azione. 92Conviene distinguere l‘undicesimo, la Mente (Manas) che per la sua qualità partecipa dell’intelligenza e dell’azione; quando esso è assoggettato, le due classi precedenti, composte ciascuna di cinque organi, sono egualmente soggette. 93Dando adito alle tendenze degli organi verso la sensualità non può mancare di cader in fallo, ma imponendo loro un freno si arriva alla felicità suprema. 94Certo, il desiderio non si soddisfa nel godimento dell’oggetto desiderato; simile al fuoco in cui si spanda il burro chiarificato, non fa che infiammarsi di più. 95Confrontate colui che gode di tutti i piaceri dei sensi con colui chi vi rinuncia totalmente: questi gli è ben sopra, perché l’abbandono completo di tutti i desideri è preferibile al loro conseguimento. 96Non è solamente con l’evitare di blandirli che si possono domare gli organi proclivi alla sensualità, ma piuttosto dandosi alio studio dei Libri Sacri. 97Il Veda, la carità, i sacrifici, le pie usanze, le mortificazioni, non possono menare alla felicità colui del quale tutti i sensi sono corrotti. 98L’uomo che ode, tocca, vede, mangia, che sente ogni cosa, senza piacere o dolore, questi solo può esser stimato padrone dei suoi organi. 99Ma se uno solo di tutti gli organi gli sfugga dal possesso. la scienza divina dell’uomo sfugge pur essa, come l’acqua da un vaso bucato. 100Dopo essersi fatto padrone dei suoi organi e d’aver sottomesso il senso interiore, l’uomo deve attendere alle sue occupazioni senza macerare il suo corpo con le austerità.
101Dal crepuscolo del mattino fino al tramonto del sole, stando in piedi, ripeta a bassa voce la Savitri e dal crepuscolo vespertino sinché appaiano lucide le stelle in cielo le ridica. 102Recitando la preghiera il mattino, stando in piedi, egli cancella i peccati che, insciente, ha potuto commettere la notte, recitandola la sera, seduto, distrugge ogni macchia contratta, insciente, durante il giorno. 103Ma colui che non fa, in piedi, la sua preghiera il mattino e non la ridice, seduto, la sera, deve essere escluso come una Sudra da ogni atto delle tre classi rigenerate, 104Uno Dwigia, allorché non possa darsi allo studio dei Libri Sacri, ritirandosi in una foresta presso una fonte pura, imponendo un freno ai suoi sensi ed osservando strettamente la regola della preghiera ripeta la Savitri con le parole sacre in perfetto raccoglimento. 105Per lo studio dei libri accessori (Vedangas)[18] per la preghiera quotidiana non v’è necessità della sospensione della lettura, come anche per le formule sacre che accompagnano l’offerta del fuoco. 106La recitazione della preghiera quotidiana non può esser sospesa: essa è detta l’oblazione della Santa Scrittura (Brahmasattra); il sacrificio in cui il Veda serve d’offerta è sempre meritorio, anche quando sia fatto allorché la lettura del Libro Sacro deve essere sospesa. 107La preghiera a bassa voce, ripetuta un anno intero da un uomo signore dei suoi sensi e sempre puro, eleva le sue offerte di latte sciolto e quagliato, di burro chiarito e di miele agli Dei, ai Mani cui sono destinate.
108Lo Dwigia iniziato deve alimentare il fuoco sacro ininterrottamente, mendicare il suo cibo, sedersi su un letto bassissimo, ed esser soggetto al suo padre spirituale fino al termine del noviziato. 109Il figlio di questi, un allievo assiduo e docile, colui che può comunicare un’altra scienza, colui che è giusto, colui che è potente, colui che è liberale, colui che è virtuoso, colui che ha legami di sangue, sono appunto i dieci giovani che possono, per diritto, esser ammessi allo studio del Veda.
110L’uomo saggio non deve parlare senza essere interrogato o rispondere a domande fuor di luogo; deve comportarsi in tal caso come se fosse muto. 111Delle due persone di cui una risponde mal a proposito a una domanda fatta mal a proposito da un’altra, una morrà o sarà odiata.
112Dove non si trova né la virtù né la ricchezza né lo zelo né la sommissione conveniente, la Santa Dottrina non dove esser seminata, come il buon grano, in terreno sterile. 113Val meglio per un interprete della Scrittura morire con la sua scienza, anche quando si trovi nella miseria più spaventosa, che di seminarla in suolo ingrato. 114La scienza divina dice al Brahmano: “Io sono il tuo tesoro; conservami, non comunicarmi ad un detrattore: in questo modo io avrò sempre la mia forza. 115Ma quando tu troverai un discepolo puro e signore dei suoi sensi fammi conoscere a questo Dwigia, come a un vigile guardiano d’un tale tesoro.” 116Colui che senza averne il permesso acquista la cognizione dei Libri Sacri, è colpevole di furto e discende nella dimora infernale (Narakah).
117Chiunque sia colui dal quale il giovine acquista la sapienza delle cose di questo mondo, il senso della Santa Scrittura o la cognizione dell’Ente Supremo, egli deve onorarlo quale maestro. 118Un Brahmano di cui tutta la scienza consista nella Savitri, ma che sappia dominare i suoi sensi, è preferibile a quegli che non li sa dominare e mangia e fa mercato d’ogni cosa, quantunque conosca i Libri Sacri.
118Non deve sedersi sul letto o su un sedile nell’istesso tempo che il suo superiore e quando aia coricato o seduto, s’alzi per rendergli onore. 120Gli spiriti vitali d’un giovine paiono sul punto di sfuggirgli all’avvicinarsi d’un vegliardo; alzandosi e salutandolo egli li rattiene. 121Colui che ha l’abitudine di salutare i vecchi e che usa loro dei riguardi, accrescerà quattro cose: la durata della vita, la scienza, il buon nome, la forza. 122Dopo la formula del saluto il Brahmano che incontra un uomo avanti d’età, dica il suo nome cosi: Io sono il tale.
123A quelli che per ignoranza della lingua non conoscono il significato del saluto accompagnato dal nome, l’uomo istruito deve dire: Sono io: nello stesso modo s’agisca con le donne. 124Salutando deve pronunziare l’interiezione: Ho, dopo il suo nome: i Santi stimano che Ho ha la proprietà di rappresentare il nome della persona cui s’indirizza. 125Possa tu viver lungamente, o sant’uomo, si risponde al saluto d’un Brahmano, o la vocale finale del suo nome con la consonante che la precede deve esser prolungata del tempo di tre brevi.
126Il Brahmano che non conosce il modo di rispondere ad un saluto non merita d’esser riverito dal sapiente: è simile ad una Sudra. 127Si deve domandare ad un Brahmano, incontrandolo, se la sua divozione prospera, ad uno Kshatriya se sia in buona salute, ad un Vaisya se riesca nei suoi commerci, ad un Sudra so non è ammalato. 128Colui che ha appena compiuto un sacrificio solenne, per giovine ch’egli sia, non deve esser chiamato per nome; colui che conosce la legge per indirizzargli la parola usi la parola “Ho!” oppure “Signore!».
129Parlando alla sposa d’un altro o ad una donna non congiunta per sangue, si dica: Signora, o “buona sorella”. 130Agli zii materni e paterni, al suocero, ai celebranti (Ritvigis), ai padri spirituali, quando siano più giovani, si deve dire, alzandosi: Sono io. 131La sorella della madre, la moglie dello zio materno, la madre della moglie, la sorella del padre, hanno diritto agli stessi omaggi della moglie del padre spirituale che sono eguali. 132Deve prostrarsi tutti i giorni ai piedi della sposa del fratello, s’ella è della sua classe e più vecchia, tutti i giorni: ma solo tornando da un viaggio ha il dovere di salutare i suoi parenti paterni o materni. 133Con la sorella del padre e della madre tenga lo stesso contegno che con la madre: questa però è più degna di venerazione di esse.
134L’eguaglianza non è distrutta fra concittadini da una differenza d’età di dieci anni; fra artisti, di cinque; fra Brahmani, versati nei Veda, di tre: l’eguaglianza tra membri d’una stessa famiglia non sussiste che per esiguo divario d’età. 135Un Brahmano di dieci anni ed un guerriero di cento devono essere considerati come padre e figlio: dei due il Brahmano è il padre. 136La ricchezza, la parentela, l’età, gli atti religiosi ed in quinto luogo, la scienza divina, sono titoli di rispetto; gli ultimi gradatamente sono i più alti. 137Quell’uomo delle tre prime classi ch’abbia il più gran numero ed il più importante, di queste cinque qualità onorevoli, ha il dritto maggiore al rispetto: persino un Sudra se sia entrato nella decima decade dell’età sua.
138Si deve cedere il passo ad un uomo sul carro, ad un vecchio di più di novant’anni, a un malato, ad un uomo che porti un carico, a un Brahmano ch’abbia compiuto i suoi studi, ad uno Kshatriya, ad un fidanzato. 139Ma fra questi personaggi, se essi si trovino uniti tutt’assieme, il Brahmano ch’ha finito il noviziato e lo Kshatriya hanno il diritto di preferenza e d’essi due il Brahmano deve esser trattato con maggior rispetto del guerriero. 140Il Brahmano che dopo aver iniziato il suo discepolo gli fa conoscere il Veda con la regola del sacrificio e la parte misteriosa (Oupanichad) è designato col nome di maestro spirituale (Achariya). 141Colui che per guadagnarsi la vita insegna solo una parte del Veda o le scienze accessorie (Vedangas) è chiamato sotto maestro (Oupadhyaya). 142Un Brahmano o chi compie i riti della cerimonia della concezione e gli altri e che primo dà al fanciullo il riso per nutrimento è chiamato direttore (Guru). 143Colui che è addetto al servizio di qualcuno per alimentare il fuoco sacro, far le oblazioni domestiche, l’Agnishtoma e gli alti sacrifici, è detto l’accolito di colui che l’ha a servizio.
144Colui che con parole di verità fa penetrar nell’orecchio la Scrittura, deve essere reputato come un padre, come una madre; il suo allievo non deve mai arrecargli dispiacere. 145Un maestro[19] è più venerabile di dieci sotto maestri; un padre, di cento istitutori; una madre più di mille padri. 146Fra colui che dà la vita e quegli che comunica i dogmi sacri, questi è il padre più venerabile, poiché la nascita spirituale è per lo Dwigia eterna in questo e nell’altro mondo. 147Quando un padre ed una madre, congiungendosi per amore, danno vita ad un figlio, questa nascita non deve considerarsi più di un fatto umano; perché il figlio si forma nella matrice. 148Ma la vita che gli comunica il maestro, che ha letto tutti i Libri Sacri, secondo la legge, per mezzo della Savitri, è la vera e non è soggetta né a vecchiaia né a morte. 149Quando un precettore procura ad un allievo un vantaggio di qualche fatta, grande o piccolo, per mezzo della comunicazione del libro rivelato, si sappia che in questo codice egli è considerato come un padre spirituale, a cagione del beneficio della dottrina. 150Il Brahmano autore della rinascita spirituale che insegna il dovere, è, secondo la legge, anche quando sia fanciullo, il padre dell’uomo adulto. 151Kavi, figlio d’Angira, fanciulletto ancora, insegnò la Sacra Scrittura ai suoi zii paterni ed ai cugini: Figli miei, diceva loro. Perché la sua sapienza gli dava su di essi l’autorità d’un padre. 152Pieni di corruccio essi chiesero agli Dei ragione di queste parole e gli Dei, radunatisi, dissero: Bene ha parlato quel fanciullo. 153In realtà l’ignorante è un fanciullo; chi insegna la Santa dottrina è un padre perché i Saggi hanno dato il nome di fanciullo all’uomo indotto e di padre al maestro.
154Non sono gli anni, né i capelli bianchi, né le ricchezze, né il parentado che dànno grandezza. I Santi hanno stabilita questa legge; Colui che conosce i Veda e gli Angas è grande per noi. 155La preminenza è regolata dal sapere fra i Brahmani, dal valore fra gli Kshatriya, dalla ricchezza fra i Vaisya, dall’età fra i Sudra. 156Un uomo non è vecchio perché la sua testa incanutisce, ma quegli che ancor giovine, ha letta la Sacra Scrittura, è riguardato dagli Dei come un vecchio. 157Un Brahmano che non ha studiata la Scrittura, è paragonabile ad un elefante di legno, ad un cervo impagliato; tutti e tre non portano che un vano nome. 158Nello stesso modo che il connubio d’un eunuco con una donna è sterile, che una vacca è sterile con un’altra vacca, che il dono fatto ad un ignorante non porta frutto, cosi un Brahmano che non ha letto i Veda non raccoglie alcun frutto. 159Ogni dettame che ha per oggetto il bene, deve esser comunicato senza alcun maltrattamento del discepolo, ed il maestro che vuole esser giusto deve usare parole dolci e gradevoli. 160Colui che è puro di lingua e di spirito ed in ogni caso ne sa usare, raccoglie tutti i frutti che traggono vita dalla cognizione del Vedanta.
161Non si devono mai far mostra di malumore, quand’anche si sia afflitti; non dar noia od incomodo ad alcuno e nemmeno concepirne il pensiero; non si deve proferire parola amara contro nessuno, perché si chiuderebbe l’entrata in cielo. 162Un Brahmano abbia in orrore ogni onoranza mondana come il veleno e desideri sempre il disprezzo come l’ambrosia[20]. 163In fatti, anche disprezzato, egli si corica e si desta con il cuore in pace; e vive felice in questo mondo, mentre l’uomo orgoglioso non tarda a perire.
161Lo Dwigia, di cui l’anima è stata purificata con le prescritte cerimonie, deve, finché rimanga con il suo rettore, dar opera alle pratiche che preparano mano a mano allo studio della Scrittura. 165Dopo essersi sottomesso alle diverse pratiche di devozione ed alle pie usanze prescritte dalla logge, allora solo lo Dwigia potrà darsi alla lettura del Veda, completo e dell’Oupanishad. 166Il Brahmano che vuole darsi all’austerità rigida, deve applicarsi continuamente allo studio della Scrittura, poiché questo studio è stimato nel mondo come l’atto di devozione più alta per un Brahmano.  167Certo, egli sottomette il suo corpo, fino all’unghie, all’austerità, quand’anche sia adorno d’una ghirlande, allora che quotidianamente con ogni possa si dedica alla lettura del Libro Sacro. 168Lo Dwigia che, senza aver studiato il Veda, attendo ad altre cure, è abbassato tosto, per tutta la sua vita, alla condizione di Sudra; lo stesso avverrà per i suoi discendenti.
169La prima nascita dell’uomo rigenerato (Dwigia) è nel seno della madre, la seconda avviene per il conferimento della cintura, la terza per la celebrazione del sacrificio. Cosi è detto nel libro della Rivelazione. 170In quella delle tre nascite, distinta dalla cintura impostagli, che l‘introduce nella cognizione della Scrittura, la Savitri è sua madre, il maestro è suo padre. 171L’Acharya è chiamato suo padre perché gli insegna il Veda: nessun officio religioso è permesso ad un uomo prima che abbia ricevuto il cingolo. 172S’astenga, fino allora, dal pronunciar formule sacre, tranne le formule dello Sraddha: egli per nulla differisce da un Sudra finché non sia stato rigenerato dal Veda. 173Quando ha ricevuta l’iniziazione, si esige da lui l’ubbidienza alle regole prescritte, lo studio ordinato della Scrittura, dopo d’aver compiuto le usanze prestabilite.
174Il mantello di pelle, il cordone, la cintura, il bastone, la tunica imposte ad ogni discepolo, in ragione della classe, devono essere rinnovate in certe pratiche religiose. 175Il novizio, quando dimora presso il rettore, si conformi alle pie costumanze qui sotto stabilite, raffrenando i sensi, per accrescere la sua pietà.
176Tutti i giorni dopo il bagno faccia una libazione d’acqua freschissima agli Dei, ai Santi, ai Mani, onori le divinità, abbia cura del fuoco sacro. 177S’astenga dal miele, dalla carne, dai profumi, dalle ghirlande, dai succhi estratti dai vegetali, da ogni sostanza inacidita, dal maltrattare gli esseri viventi. 178Dagli unguenti per il suo corpo, dai colliri per gli occhi, dal portar sandali e parasoli, dai desideri sensuali, dalla collera, dalla cupidigia, dalla danza, dal canto, dalla musica. 179Dal giuoco, dai litigi, dalla maldicenza, dalla ipocrisia, dal guardare o dall’abbracciare le donne con passione, dal far male altrui.
180Si corichi in disparte e non sparga il liquore seminale: se cedendo al desiderio, lo spande, va contro la regola del suo stato. 181Lo Dwigia novizio che durante il sonno abbia involontariamente lasciato sfuggire il seme, deve far un’abluzione, adorare il sole, ripetendo tre volte la formula: La mia semenza ritorni a me!
182Porti al maestro dell’acqua, dei fiori, del fimo di vacca, della terra, della kusa, quanto ne possa occorrere, e tutti i giorni vada mendicando il suo sostentamento. 183Il novizio abbia cura di richiederlo nelle case delle persone che non trascurano di compiere i sacrifici prescritti dal Veda e che sono stimati perché praticano i loro doveri. 184Non deve chieder elemosina alla famiglia del suo direttore e nemmeno presso gli zii paterni e materni di lui: se l’accesso alle altre case gli è vietato, questi ultimi sono quelli che deve massimamente evitare. 185Oppure, percorra elemosinando tutto il villaggio, se non trova alcuna delle case ch’abbiamo detto sopra, perfettamente puro, in silenzio, eviti la gente di cattiva fama. 186Portando del legno sacro[21] da un luogo lontano, lo metta all’aria aperta e la sera e il mattino se ne serva per fare offerta al fuoco, senza mancarvi mai. 187Quando, senza esser ammalato, abbia mancato di chieder l’elemosina e di alimentar con della legna il fuoco sacro, per sette giorni, egli deve subire la pena imposta a chi violi i voti di castità.
188Il novizio non cessi mai dal mendicare, non riceva tutto il suo cibo sempre dalla stessa persona o da una sola; vivere d’elemosina è per il discepolo tanto meritorio quanto il digiuno. 189Tuttavia quando è invitato ad una cerimonia in onore degli Dei e dei Mani può mangiare a suo talento, sempre però conformandosi alle regole d’astinenza, come un asceta devoto: in tal caso non avviene violazione della regola. 190Ma, secondo la parola del Signore, ciò conviene solo al Brahmano, ma non allo Kshatriya, non al Vaisya.
191Abbia o no ricevuto l’ordine dal maestro, il novizio deve applicarsi con zelo allo studio e cercar di accontentare il maestro. 192Signoreggiando il suo corpo, la sua voce, i suoi sensi, il sentimento, con le mani giunte tenga gli occhi fissi sul maestro. 193Abbia sempre la destra scoperta, un contegno rispettoso, una veste conveniente: quando riceve l’invito di sedere, segga di fronte al maestro. 194Il suo cibo, i suoi abiti, il suo aspetto siano umili di fronte al maestro: deve alzarsi prima ed entrare dopo di lui. 195Egli non deve rispondere agli ordini del maestro né intrattenersi con lui o coricato o seduto o mangiando o lontano o guardando da un’altra parte. 196Lo faccia invece quando il maestro è seduto, o andandogli incontro se è fermo, o mettendoglisi a pari se cammina, correndo se quegli corra. 197Ponendosi di fronte a lui se volga il capo, andandogli dietro se s’allontani, chinandosi se giace o gli sta vicino. 198Il letto, il sedile devono esser molto bassi; quando sia presente il maestro non deve sedersi a suo agio fin quando sia a portata degli sguardi di lui. 199Non pronunci mai il nome del padre spirituale senza un onorevole epiteto, anche in sua assenza, e non contraffaccia mai il suo modo di camminare, di parlare, di gestire. 200Dovunque oda parole maldicenti o calunniose intorno al maestro, si turi le orecchie o s’allontani. 201S’egli parla male del suo rettore diverrà un asino, dopo morte; se lo calunnia, un cane; se usa i di lui beni senza permesso, un insetto; se lo guarda con occhio d’invidia, un verme. 202Non deve rendergli onore quando sia lontano, o in collera, o in presenza d’una donna: s’egli è su un carro, o su un sedile quando passa il maestro, ne discenda per salutarlo. 203Non segga contro vento, quando vi sia il maestro, né sotto il vento, e non parli quando non è alla portata di farsi ascoltare. 204Può sedersi con il venerabile maestro su di un carro trascinato da buoi, da cavalli o da cammelli, su una terrazza, su un luogo lastricato, su una stuoia intrecciata, su una roccia, su un banco di legno, su un battello. 205Quando il padre spirituale del suo rettore sia presente, l’onori come il proprio maestro; non potrà salutare i parenti ch’hanno diritto al suo omaggio se non sia invitato dal maestro. 206Questa è la condotta inalterabile che egli deve tenere coi maestri che gli insegnano la Sacra dottrina, con i parenti da parte del padre, con le persone che lo tengono lontano dall’errore con buoni suggerimenti.
207Tratti gli uomini virtuosi come il maestro e cosi i figli del maestro, clic per età lo meritino, ed i parenti per parte di padre del suo venerabile maestro. 208Il figlio del suo rettore, sia più giovine o dell’età sua. o anch’esso attenda allo studio, tuttavia se si trova in condizione di poter insegnare la Sacra Scrittura, ha diritto agli stessi onori resi al maestro, allorché assiste al sacrificio. 209Ma egli non deve strofinare con profumi il corpo del figlio del maestro, servirlo nel bagno, mangiare gli avanzi del suo cibo, lavargli i piedi.
210Le donne del suo maestro, quando sono della sua classe, devono essere onorate da lui; se appartengono a classe diversa, il novizio non deve loro altro omaggio oltre il levarsi in piedi ed il salutarle. 211Il discepolo non si pigli l’officio di spander sul corpo della donna del maestro l’olio profumato, di servirla nel bagno, di strofinarle le membra, di acconciarle i capelli. 212Egli non deve nemmeno prostrarsi davanti la giovine donna del suo venerabile maestro toccandole i piedi con rispetto, s’abbia compiuto i vent’anni e sappia distinguere il bene dal male. 213È nella natura della donna cercar di corrompere gli domini, quaggiù, ed è perciò che i Saggi non dovranno mai abbandonarsi alle seduzioni femminili. 214Perché una donna può distrarre dalla diritta via non solo l’uomo insensato, ma anche quello fornito d’esperienza e sottometterlo al giogo dell’amore e della passione. 215Non conviene appartarsi con la madre, con la sorella, o con la figlia; i sensi riuniti sono troppo potenti, essi trascinano l’uomo più saggio. 216Ma un discepolo, se è giovinetto ancora, può prostrarsi, secondo l’uso, davanti le giovani donne del suo rettore dicendo: Io sono il tale. 217Ritornando da un viaggio, il giovine novizio deve toccare rispettosamente i piedi della donna del suo rettore ed ogni giorno prostrarsi davanti ad essa, conservando il contegno della gente per bene. 218Nell’istesso modo che un uomo scavando con un piccone giunge ad una sorgente d’acqua, cosi il discepolo, attento e docile, giunge alla scienza che s’accoglie nello spirito del suo rettore.
219Abbia la testa rasa, o i capelli lunghi e cadenti sulle spalle, o riuniti in ciuffo sul sommo della testa, il sole allorché si corica o si leva non lo trovi mai addormentato nel villaggio. 220Perché se il sole si leva o si corica senza ch’egli lo sappia, mentre egli è in braccio deliziosamente al sonno, egli dovrà digiunare un giorno intero, recitando a bassa voce la Savitri. 221Colui che si leva o si corica senza regolarsi col sole e non compie questa penitenza si rende colpevole di una grave colpa. 222Dopo aver fatta l’abluzione, puro ed in perfetto raccoglimento, in un luogo mondo da impurità, il discepolo compia, seguendo la regola, le pie devozioni al sorgere ed al cader del sole, recitando a bassa voce la Savitri.
223Se una donna o un Sudra cerchino, con qualsiasi modo, di conseguire il sommo bene, vi s’applichino con l’istesso ardore, o come meglio loro piaccia, secondo la legge. 224Per molti uomini di senno il bene sovrano consiste nella virtù e nella ricchezza, e, per altri, nel piacere e nella ricchezza, per altri ancora unicamente nella virtù; ed infine, per alcuni nella sola ricchezza. Solo l’unione di queste tre doti costituisce il vero bene: questo è il criterio più sicuro. 225Il maestro è l’immagine di Brahma, il padre Immagine del Signore delle Creature (Pragiapati), la madre della terra, il fratello dell’anima.
226Il maestro, il padre, la madre, il fratello maggiore, non devono mai esser trattati con disprezzo, soprattutto da un Brahmano, anche se n’abbia ricevuta molestia. 227Molte centinaia d’anni non potrebbero compensare le pene che soffrono un padre cd una madre nel metter al mondo e nell’allevare i figliuoli. 228Il giovine faccia in ogni occasione ciò che può piacere ai suoi genitori, al maestro. Quando questo tre persone sono soddisfatte, tutte le pratiche devote sono compiuto con felice esito. 229La sommissione rispettosa ai voleri di queste tre persone è l’atto devoto per eccellenza; senza loro permesso il discepolo non deve compiere nessun dovere di pietà. 230Infatti essi rappresentano i tre mondi, i tre ordini, i tre Libri Sacri, i tre fuochi. 231Il padre è il fuoco sacro perpetuamente conservato dal Signore della casa; la madre, il fuoco delle cerimonie; il maestro, il fuoco dei sacrifici: questa triade di fuochi merita la più alta venerazione. 232Colui che non li trascura, diventato signore della casa, perverrà al possesso dei tre mondi, ed il suo corpo brillerà di un puro fulgore e fruirà nel cielo d’una felicità divina, 233Mercè il rispetto per la madre ottiene questo basso mondo, mercè quello verso il padre il mondo intermedio dell’atmosfera, mercè quello verso il maestro, egli conseguirà il mondo celeste di Brahma. 234Colui che rispetta queste tre persone adempie ai suoi doveri; per chiunque trascuri di onorarle ogni opera pia sarà senza frutto. 235Finché queste tre persone vivano egli non potrà attendere, per volontà propria, ad altre cure: egli dimostri loro sempre una soggezione rispettosa, cercando di far piacere e di riuscir loro utile. 236Qualunque dovere abbia compiuto, di pensiero, di parola, d’opera, senza mancare d’obbedienza o in vista del mondo superemo, tosto vada a farlo conoscere ad essi. 237Mercè l’omaggio reso a queste tre sole persone si compiono tutti gli atti prescritti dalla Scrittura; in verità questo è il primo dei doveri, gli altri vengono poi.
238Colui che ha la fede, può ricevere una scienza utile anche da un Sudra, la cognizione della virtù da un uomo di nessun conto, e la perla delle donne da una famiglia disprezzata. 239Si può separare l’Ambrosia (Amrita) anche dal veleno; si può ricevere un buon consiglio da un fanciullo, apprender da un nemico come ci si comporti giustamente, ed estrarre l’oro da una materia impura. 240Le donne preziose come gioielli, la scienza, la virtù, la purezza, un buon consiglio, le diverse arti, devono esser ricevute, da qualsiasi parte vengano.
241Il dovere, in caso di necessità, di studiare la Scrittura sotto un maestro che non sia Brahmano: l’allievo dovrà servirlo con rispetto e sommissione per tutto il tempo del noviziato. 242Non soggiorni però tutta la vita con un rettore che non appartenga alla classe sacerdotale, od anche presso un Brahmano che non conosca il Veda ed i Vedanga, s’egli vuol conseguire la suprema felicità. 243Tuttavia, s’egli desidera di restar fino alla fin della sua vita presso il suo rettore, lo serva con zelo fino alla separazione del suo corpo. 244Colui che si sottomette docilmente ai voleri del maestro. fino al termine della sua esistenza, s’innalza, tosto, all’eterna dimora dell’Ente divino.
245Il novizio che conosce il suo dovere non deve far alcun dono al suo maestro prima del distacco, ma nel momento in cui, ricevuto il congedo, è sul punto di compiere la cerimonia del bagno, offra al venerabile maestro quei doni ch’egli potrà. 246Gli dia un podere, dell’oro. una vacca, un cavallo, un parasole, dei sandali, un sedile, del riso, dell’erbe mangerecce, degli abiti per conciliarsi il suo affetto. 247Dopo la morte del maestro, il discepolo deve comportarsi così verso il figlio di lui, se sia virtuoso, verso la moglie, o i parenti di parte del padre come verso il venerabile maestro. 248Se nessuna di queste persone è in vita, egli entri in possesso della casa, della sedia e del posto negli esercizi religiosi del maestro spirituale; mantenga acceso il fuoco con la più grande cura e si sforzi di rendersi degno della liberazione finale. 249Il Brahmano che continua a comportarsi in tal guisa senza violare i voti, arriverà alla felicità suprema e non rinascerà più sulla terra.

Note:
[1] Questo fiume, detto Sarsnti ai nostri giorni deriva dalle montagne che delimitano a Nord-Ovest la provincia di Delhi e si perde a sud-est nella regione di Bhatti, nel gran deserto. Secondo gli Indiani, continuando il corso sottoterra va il Sarasvati a congiungersi col Gange.
[2] Fiume che scende dal nord-est del Delhi.
[3] Territorio vicino al Delhi, teatro della battaglia fra Pandavas e Korava.
[4] Ripiani circostanti al Delhi.
[5] Città nel territorio d’Agrama.
[6] È l’Himalaya (soggiorno delle nevi) catena di montagne die separano l’India dal paese dei Tartari, a nord. Da questi monti scendono i fiumi più importanti quali, il Gange, l’Indo, il Brahmaputra.
[7] Monti che separano l’India centrale dal Dekan.
[8] Territorio presso i Delhi, il moderno Pannipat.
[9] Regione al confluente del Gange e del Gemna, detta oggi Allahâbâd.
[10] Cerimonie di purificazione particolari alle tre prime classi; sono enumerate nella strofa seguente. Nota che l’ultimo è il matrimonio.
[11] Dwigia significa “nato due volte, rigenerato”. Sono cosi chiamati gli uomini delle tre classi, vestiti del cordone sacro. Vedi versetto 169 e 170.
[12] Consiste nel radere tutto il capo, lasciandovi al sommo un ciuffo.
[13] Il testo dice – sana – (Cannabis Sativa) che però può applicarsi a parecchie piante tessili: ad esempio alia crotalaria (Crotalaria Juncea).
[14] È il saluto detto Angiali, consiste nell’inclinare leggermente la testa, congiungendo le palme, ed alzandole fino in mezzo alla fronte.
[15] Aum è il monosillabo sacro, il nome della divinità che si deve far precedere a tutte le invocazioni. Per gli adoratori della trimurti (triade divina), Aum esprime l’Aum dei tre dei in uno, A di Vishnu, U di Siva, M, di Brahma.
[16] Queste tre parole sono i nomi dei tre mondi: 1) dal tropico del Cancro alle estreme latitudini nord, 2) dal tropico del Cancro passando per l’equatore al tropico del Capricorno, 3) dal tropico del Capricorno alle estreme latitudini Sud.
[17] La seconda strofa dell’inno di Viswamitra, in tre distici: 1) Meditiamo sulla luce mirabile del Sole (Savitri) risplendente; diriga la nostra intelligenza. 2) Avidi di nutrimento, sollecitiamo con umili preci i doni del sole adorabile e spendente. 3) I sacerdoti ed i Brahmani, con sacrifici e canti sacri, onorano il sole risplendente, guidati dalla loro intelligenza.
[18] I Vedanga o Anga, sono le nei scienze sacre accessorie dei Veda e trattano rispettivamente della pronuncia, delle Cerimonie religiose, di grammatica, di prosodia, d’astronomia e la sesta dell’interpretazione dei passi difficili dei Veda.
[19] Maestro od anche istitutore è detto colui che al momento dell’iniziazione insegna al fanciullo la Savità.
[20] L’ambrosia (Amrita) è il cibo e la bevanda che mantiene immortali gli dei; ne è serbatoio la luna dove il sole l’accumula nei quindici giorni che la luna cresce. I santi, i mani, gli Dei ne bevono mi kala (dito) tutti i giorni finché è esausta: il sole poi la riempie.
[21] Di Ficus Indica, di Butea Frondosa, di Mimosacatechu e d’altri pochissimi albori: deve esser tagliato in pezzi corti, non più grossi di un pugno.