Regole di astinenza e purificazione – Doveri delle donne

1I saggi avendo udita la dichiarazione delle leggi che concernono i capi di casa, si rivolsero al magnanimo Bhrigu, che procede dal fuoco, con queste parole. 2O Signore! come può la morte, prima dell’età prescritta dai Veda, stendere il suo potere sui Brahmani che osservano i loro doveri cosi come sono stati esposti e conoscono i libri sacri?
3Il virtuoso Bhrigu, figlio di Manu, disse allora a questi illustri saggi: Udite per quali colpe la morte può distruggere l’esistenza dei Brahmani. 4Quando trascurano lo studio dei Veda, abbandonano le consuetudini stabilite, compiono con rilassatezza i loro atti di pietà o infrangono le regole d’astinenza, la morte attacca la loro esistenza. 5L’aglio, la cipolla tutti i vegetali che sono nati fra materie impure non devono esser mangiati dagli Dwigia. 6Le resine rossastre che trasudano dagli alberi, quelle che si fanno colare facendovi delle incisioni, il frutto del selu (Cordia Myxa), il latte d’una vacca appena svitellata riscaldato sul fuoco, devono essere evitati con gran cura dal Brahmano. 7Del riso bollito con sesamo, del Samyava[1], del riso cotto con latte, una focaccia di farina che non sia prima stata offerta agli Dei, le carni che non sono state toccate recitando preghiere, riso e burro chiarito destinati ad essere offerti agli Dei, e dei quali non è stata fatta l’oblazione; 8Il latte fresco di una vacca prima che siano trascorsi dieci giorni dal parto, quello di una femmina del cammello o di un quadrupede che non abbia l’unghia fessa; il latte d’una pecora; quello di una vacca in fregola o che ha perso il vitello; 9Quello di tutte le bestie selvagge del bosco, tranne il bufalo; quello d’una donna ed ogni sostanza naturalmente dolce, ma divenuta acida, devono essere evitati. 10Di queste sostanze acide, si può mangiare il latte spannato e tutto ciò che con esso si può preparare e tutti gli estratti acidi dei fiori, delle radici, delle frutta che non hanno proprietà nocive. 11Ogni Dwigia si astenga dal mangiare uccelli carnivori senza eccezione o uccelli che vivono nelle città, o quadrupedi che non hanno l’unghia fessa, eccettuati quelli permessi dalla scrittura e l’uccello detto Tittibha (Parra Sjacana o P. Goensis); 12Il passero, lo smergo, il cigno, lo Tchakravaca (Anas Casarca), il gallo silvestre, il Sarasa (Gru indiana), il Ragiuvala (uccello sconosciuto), il picco verde, il pappagallo, la Sarika (Gracula Religiosa); 13Gli uccelli che percuotono col becco, i palmipedi, la pavoncella, gli uccelli che lacerano con gli artigli, quelli che tuffano il becco per mangiare i pesci: si astenga dal mangiar carne esposta nella bottega d’un beccajo e carne secca. 14Carne d’airone, di Balaka (specie di gru), di corvo, di cutrettola, di animali anfibi che si cibano di pesce, di porci domestici e tutti i pesci non permessi. 15Colui che mangia la carne di un animale è detto mangiatore di questo animale: il mangiator di pesce è assimilato a chi mangi ogni sorta di carne: bisogna dunque astenersi dal pesce. 16I due pesci detti Pathina (Silurus Pelorius) e Rohita (Cyprinus Denticulatus) possono esser mangiati in un pasto in onore degli Dei e dei Mani, cosi come il Ragiva (Cyprinus Niloticus), il Sinhatunda, e il Sasalka (gambero di mare) di ogni specie. 17Non mangi gli animali che vivono nascosti, non le bestie feroci e gli uccelli che non conosce, quand’anche non siano di quelli illeciti, né quelli che hanno cinque artigli.
18I legislatori hanno stabilito che fra gli animali che hanno cinque artigli, il riccio, il porco spino, il coccodrillo del Gange, il rinoceronte, la tartaruga e la lepre sono permessi, cosi come tutti gli animali che hanno una sola fila di denti[2] eccetto il cammello.
19Lo Dwigia che ha mangiato con intenzione un fungo, la carne d’un porco castrato o d’un gallo silvestre, dell’aglio, un porro, una cipolla, è tosto degradato; 20Ma se ha mangiato qualcuna delle sei cose suaccennate faccia la penitenza del Santapana[3], o la Tchandrayana[4] dei religiosi ascetici; per le altre cose digiuni un giorno intero. 21Uno Dwigia deve compiere ogni anno una penitenza detta Pragiapatya, per purificarsi delle macchie contratte mangiando, senza saperlo, dei cibi proibiti: se l’ha fatto scientemente subisca la penitenza speciale stabilita in questo caso.
22Le bestie selvagge e gli uccelli di cui è permesso l’uso possono essere uccisi dai Brahmani, per il sacrificio e per il nutrimento di quelli che essi devono mantenere: Agastya l’ha fatto molte volte. 23In verità, si presentava a Dio carne di bestie selvagge e di uccelli permessi dalla legge, negli antichi sacrifici e nelle offerte fatte da Brahmani e da Kshatriya. 24Ogni alimento lecito suscettibile di esser mangiato o bevuto, se non sia divenuto immondo può, se vi s’aggiunga dell’olio, esser mangiato quand’anche sia stato conservato un’intera notte. 25Tutti i cibi preparati con orzo o grano od apprestati in diversi modi col latte, anche se non cosparso d’olio, possono esser mangiati dagli Dwigia anche quando siano stati conservati per molto tempo.
26I cibi di cui l’uso è permesso o proibito ai Brahmani sono stati enumerati senza omissione: io vi dirò ora le regole da seguirsi per mangiar la carne o per astenersene. 27Lo Dwigia mangi della carne quando è stata offerta in sacrificio e santificata dalle preghiere d’uso o quando i Brahmani lo desiderano, o in una cerimonia religiosa quando la regola lo obbliga, o quando la sua vita è in pericolo. 28Brahma ha generato questo mondo per mantenere lo spirito vitale: tutto ciò che esiste, mobile o immobile, serve di nutrimento all’essere animato. 29Gli esseri immobili sono la preda di quelli che si muovono: gli esseri privi di denti, di quelli che li hanno; gli esseri senza mano, di quelli che le hanno; i vili dei forti. 30Colui che, anche tutti i giorni, si nutre della carne di animali leciti, non commette colpa veruna, poiché Brahma ha creato certi esseri per essere mangiati ed altri per mangiare. 31Mangiar carne soltanto per compimento di un sacrificio è stata detta la regola degli Dei; l’agire altrimenti è detto regola dei Giganti. 32Colui che non mangia la carne di un animale che egli stesso ha comperato o allevato o ricevuto da un altro, se non dopo averla offerta agli Dei o ai Mani, non commette colpa veruna. 33Lo Dwigia che conosce la legge non mangi mai carne senza conformarsi a questa regola, a meno di necessità urgente; se egli infrange questa regola sarà nell’altro mondo divorato dagli animali di cui ha mangiato la carne illecitamente, senza poter opporre resistenza. 34La colpa di colui che uccide delle bestie feroci sedotto dal desiderio di guadagno, non è considerato così grave nell’altro mondo come quella dello Dwigia che mangia carne senza averle prima offerta agli Dei. 35Ma l’uomo che in una cerimonia religiosa, si rifiuta di mangiar la carne degli animali sacrificati mentre la legge lo obbliga, rinasce dopo la sua morte nello stato di animale, durante ventuno trasmigrazioni successive. 36Un Brahmano non deve mai mangiare carne che non sia stata consacrata con preghiere: ma ne mangi, conformandosi alla regola eterna quando sia stata consacrata dalle parole sacre. 37Faccia con del burro o con della pasta l’immagine di un animale, quando ha il desiderio di mangiare della carne; ma non abbia mai il pensiero di uccidere un animale senza farne l’offerta. 38Per tante volte colui che l’uccide in una maniera illecita perirà di morte violenta, rinascendo successivamente quanti peli l’animale ha sul corpo. 39L’Essere che esiste per sé, ha creato egli stesso gli animali per il sacrificio; il sacrificio è la causa del crescere dell’universo: perciò l’uccisione fatta per sacrificio non è uccisione. 40Le erbe, il bestiame, gli alberi, gli anfibi, gli uccelli di cui il sacrificio ha terminato l’esistenza, rinascono in una condizione più elevata. 41Quando si riceve un ospite con le cerimonie d’occasione, quando si fa un sacrificio, quando si fa una offerta ai Mani o agli Dei, si possono immolare degli animali: ma non in altra circostanza: tale è la decisione di Manu. 42Lo Dwigia che conosce bene l’essenza ed il significato della Scrittura, quando uccide degli animali nelle occasioni suaccennate, fa pervenire ad un soggiorno di felicità sé stesso e gli animali immolati. 43Ogni Dwigia dotato di animo generoso, sia che dimori nella propria casa, sia in quella del padre spirituale, sia nella foresta, non deve commettere nessuna uccisione d’animali, senza la sanzione dei Veda, anche in caso di carestia. 44Il male prescritto e fissato dalla Santa Scrittura e che si fa in questo mondo composto d’esseri mobili ed immobili, non deve essere considerato come male: la legge discende dalla Santa Scrittura.
45Colui che, per piacer suo, uccide animali innocenti, non vedrà accrescersi la sua felicità, né in vita, né dopo morte. 40Ma l’uomo, che non cagiona, volontariamente, agli esseri animati, le pene della schiavitù e della morte, e desidera il bene di tutte le creature, gode di una felicità senza fine. 47Colui che non fa del male a nessun essere, riesce senza difficoltà, qualunque sia la cosa che egli mediti, o faccia, o alla quale apponga il suo pensiero. 48Non è che facendo male agli animali che si può procurarsi della carne: l’uccisione di un animale chiude l’accesso al paradiso: si deve dunque astenersi dal mangiar la carne senza osservar la regola prescritta. 49Considerando attentamente la formazione della carne e la morte o la schiavitù degli esseri animati, lo Dwigia s’astenga da ogni specie di carne. 50Colui che conformandosi alla regola non mangia carne come un vampiro, si concilia l’affetto in questo mondo e non è afflitto da malattie. 51L’uomo che acconsente alla morte di un animale; colui che lo uccide, che lo taglia a pezzi, il compratore, il venditore, colui che la prepara, colui che la serve ed infine chi la mangia, sono considerati tutti come partecipanti all’uccisione. 52Non vi è mortale più colpevole di quello che desidera di aumentare la sua carne, per mezzo di quella degli altri esseri, senza onorare prima i Mani e gli Dei. 53L’uomo che facesse ogni anno, per cent’anni, il sacrificio d’un cavallo[5], colui che per tutta la sua vita non mangiasse carne, otterrebbero, una ricompensa uguale per i loro meriti. 54Vivendo di frutta e di radici pure e dei semi che servono di cibo agli anacoreti, non si ottiene una così grande ricompensa come astenendosi completamente dalla carne degli animali. 55Mi divorerà nell’altro mondo, quegli di cui io mangio la carne quaggiù. Da questa riflessione deriva in verità, secondo i saggi, la parola che significa carne (Mamsa)[6]. 56Non è certo una colpa mangiar carne, bere dei liquori spiritosi, darsi all’amore, nei casi in cui è permesso; la natura umana stessa porta a ciò: l’astenersene è però meritorio.
57Ora io esporrò, nel modo conveniente e seguendo l’ordine stabilito diversamente per le quattro classi le regole di purificazione per i morti e quelle di purificazione delle cose inanimate. 58Quando un fanciullo ha messo tutti i denti e quando, dopo la dentizione, gli è stata fatta la tonsura, se muore tutti i suoi parenti sono impuri: la stessa regola vale per la nascita di un fanciullo. 59L’impurità occasionata da un corpo morto è stata definita dalla legge di una durata di dieci giorni e dieci notti per i Sapinda, o fino al momento in cui tutte le ossa sono state raccolte, o solo di tre giorni, o d’uno solo a seconda dei meriti dei Brahmani parenti del defunto. 60La parentela dei Sapinda, o uomini legati tra di loro dall’offerta della Pinda (focaccia) cessa con la settima persona: quella dei Samanodaka[7], o di quelli che sono legati da una stessa oblazione d’acqua, cessa quando della loro origine e dei loro nomi di famiglia s’è perso il ricordo. 61Cosi come questa impurità è stabilita per i Sapinda, nel caso della morte di un parente, nella stessa guisa si osservi alla nascita di un fanciullo da tutti quelli che cercano la perfetta purezza. 62L’impurità causata da un morto è uguale per tutti i Sapinda; ma quella per la nascita non è che per il padre e per la madre; per la madre soprattutto, perché il padre si purifica bagnandosi. 63L’uomo che ha sparso il suo seme è purificato da un bagno; se egli ha dato vita ad un fanciullo unendosi ad una donna maritata ad un altro, espii la sua colpa con la purificazione triduana. 64In un giorno ed una notte aggiunti a tre volte tre notti, i Sapinda che hanno toccato un cadavere sono purificati: i Samanodaka, in tre giorni. 65Un allievo che compie la cerimonia funebre del suo direttore spirituale, di cui non sia parente, non è purificato che al termine di dieci notti; è pari in questo caso, ai Sapinda che portano il corpo. 66In altrettante notti, quanti mesi sono trascorsi dalla concezione, una donna si purifica di un aborto: una donna che ha il mestruo si purifica bagnandosi quando è cessato il flusso sanguigno.
67Per i fanciulli maschi che muoiono prima di essere tonsurati, la purificazione, secondo la legge, esige un giorno ed una notte: quando è loro stata fatta la tonsura, è richiesta la purificazione di tre notti. 68Un fanciullo morto prima dell’età di due anni deve essere trasportato fuori della città dai suoi parenti, ornato di ghirlande di fiori, in terra pura, né le sue ossa devono esser raccolte. 69Non si deve fare per lui né la cerimonia col fuoco consacrato, né le libazioni d’acqua: dopo averlo lasciato come un pezzo di legno nella foresta, i suoi parenti son sottoposti ad una purificazione di tre giorni. 70I parenti non devono fare libazioni d’acqua per un fanciullo che non abbia compiuto i tre anni: possono tuttavia farla se aveva messo tutti i denti o gli era stato imposto il nome.
71Uno Dwigia se viene a morire il suo compagno di noviziato è impuro per un giorno ed una notte: alla nascita d’un fanciullo è prescritto per i Samanodaka una purificazione di tre notti. 72I parenti per via di ragazze fidanzate ma non sposate che muoiano, si purificano in tre giorni: i loro parenti materni sono purificati nella stessa guisa se la morte ha luogo dopo il matrimonio. 73Si nutrano di riso non condito di sale artificiale, si bagnino per tre giorni, s’astengano dalla carne, si corichino in disparte sulla terra. 74Questa è la regola per l’impurità causata dalla morte di un parente quando si trova in luogo; in caso di lontananza ecco quale è la regola che devono seguire i Sapinda ed i Samanodaka. 75Colui che viene a sapere prima che siano trascorsi i dieci giorni dell’impurità, che uno dei suoi parenti è morto in un paese lontano, è impuro per tutto il resto dei dieci giorni; 76Ma se è trascorso il decimo giorno, è impuro per tre notti; e se è trascorso un anno, si purifica bagnandosi. 77Se, quando sono trascorsi i dieci giorni, un uomo viene a conoscere la morte d’un parente o la nascita d’un maschio, si purifica entrando nell’acqua con indosso gli abiti. 78Quando un fanciullo che non ha ancora tutti i suoi denti, o un Samanodaka viene o morire in paese lontano, il parente suo è purificato tosto che si bagni con indosso gli abiti. 79Se durante i dieci giorni accada un’altra morte o un’altra nascita, un Brahmano resta impuro fino a tanto che non siano trascorsi i dieci giorni. 80Nel caso di morte di un direttore spirituale, l’impurità dell’allievo è stata stabilita di tre notti: è d’un giorno e d’una notte se invece muoia il figlio o la moglie di quello. Tale è la regola. 81Quando un Brahmano che ha letto tutta la Scrittura muoia, un uomo che dimori nella stessa casa è impuro per tre notti: per due giorni e una notte uno zio materno, un discepolo, un celebrante, un parente lontano. 82Quando un uomo dimora nello stesso luogo di una persona di stirpe regia che viene a morire, è impuro finché dura la luce o del sole o delle stelle per quel di o per la notte; è impuro un giorno intero alla morte di un Brahmano che non ha letto tutti i libri santi, o a quella di un padre spirituale che conosce solo una parte dei Veda e dei Vedanga. 83Un Brahmano che non sia commendevole per la sua dottrina e per la condotta sua, diviene puro in dieci giorni in caso di morte di un Sapinda o di nascita regolare di un fanciullo; uno Kshatriya in dodici giorni; un Vaisya, in quindici; un Sudra in un mese. 84Nessun uomo deve prolungare i giorni di impurità, né interrompere le offerte al fuoco sacro; mentre compie questi uffici, quantunque Sapinda, non può essere impuro. 85Colui che ha toccato uno Chandala, una donna durante le regole, un uomo degradato da un grande delitto, una donna che ha appena partorito, un corpo morto, o una persona che ha toccato un morto, si purifica bagnandosi. 80Il Brahmano che ha fatto le sue abluzioni e si è bene purificato, deve sempre, vedendo un uomo impuro, recitare a bassa voce le preghiere al sole e quelle che cancellano le impurità. 87Quando un Brahmano ha toccato un osso umano ancora grasso, si purifica bagnandosi: se l’osso non è untuoso, sorbendo un sorso d’acqua, o toccando una vacca o riguardando il sole. 88Uno studente di teologia non deve mai fare le libazioni d’acqua, in una cerimonia funebre, prima che abbia compiuto il noviziato; ma quando è terminato se fa una libazione d’acqua, gli abbisognano tre notti per purificarsi.
89Per coloro che trascurano i loro doveri, per quelli che sono nati dall’unione impura di razze, per i mendicanti eretici, per quelli che abbandonano la vita volontariamente, non si deve fare la libazione d’acqua. 90E così pure per le donne che adottano le maniere degli eretici, e per quelle che conducono vita sregolata, o si procurano aborti, o fanno morire i loro mariti, o bevono bevande spiritose. 91Un novizio trasportando il corpo del suo istitutore, del maestro suo, del suo direttore spirituale, di suo padre, di sua madre, non viola le regole del suo ordine. 92Si deve trasportare fuori di città per la porta di mezzogiorno il corpo d’un Sudra morto, e quelli degli Dwigia secondo l’ordine delle classi rispettivamente per le porte di occidente, di settentrione, d’oriente. 93Il re, i novizi, gli uomini che si dedicano ad atti di pietà austera, quelli che offrono un sacrificio, non possono risentire impurità: gli uni occupano il seggio d’Indra, gli altri sono sempre puri come Brahma.
94Per il re che è posto sul seggio sovrano, la purificazione ha luogo all’istante: deve questo privilegio al posto eminente che gli è stato confidato affinché vegli senza tregua pel benessere del popolo. 95La purificazione ha pure luogo all’istante per quelli che muoiono combattendo dopo che il re s’è ritirato, o sono uccisi dalla folgore o per ordine del re, o perdono la vita difendendo una vacca o un Brahmano, e per tutti quelli che il re desidera siano puri. 96Il corpo di un re è composto di particelle emanate da Soma, da Agni, da Surya, da Anila, da Indra, da Kuvera, da Varuna o da Yama, che sono le otto divinità principali guardiane del mondo. 97Poiché nella persona del re hanno sede le divinità guardiane del mondo, è stabilito dalla legge che egli non può essere impuro: perché sono questi geni tutelari che producono od allontanano la purezza o l’impurità dai mortali. 98Colui che muore di un colpo di spada in un combattimento, compiendo il dovere di uno Kshatriya, compie nell’istesso tempo il sacrificio più meritorio, e la purificazione ha luogo all’istante. Tale è la legge. 99Quando i giorni d’impurità sono compiuti, il Brahmano che ha fatto uno Sraddha si purifica toccando l’acqua; uno Kshatriya, toccando il suo cavallo, il suo elefante o le sue armi; un Vaisya toccando il suo pungolo e le reni dei suoi buoi; un Sudra, toccando il suo bastone.
100Il modo di purificazione che concerne i Sapinda vi è stato dichiarato, o capi degli Dwigia! Imparate ora il modo di purificarsi in occasione della morte di un parente più lontano. 101Un Brahmano dopo aver trasportato con l’affetto che si deve provare per un parente, il corpo di un Brahmano che non gli è Sapinda, o quello di qualche suo parente per via di madre è purificato in tre notti. 102Ma se accetta il cibo offerto dai Sapinda del morto dieci giorni sono necessari per la sua purificazione: s’egli non mangia niente è purificato in un giorno a meno che non dimori nella stessa casa del defunto. 103Dopo aver seguito spontaneamente il funerale di un parente per via di padre o di qualsiasi altra persona, so egli si bagna con indosso gli abiti, si purifica toccando il fuoco e mangiando del burro chiarificato. 104Non si deve far portare al cimitero da un Sudra il corpo di un Brahmano, quando sono presenti delle persone della classe di questi: poiché l’offerta funebre polluta dal contatto di un Sudra, non agevola l’accesso al cielo del defunto. 105La scienza sacra, le pratiche austere, il fuoco, i cibi puri, la terra, io spirito, l’acqua, l’intonaco fatto con sterco di vacca, l’aria, le cerimonie religiose, il sole e il tempo; ecco quali sono gli agenti di purificazione degli esseri animati. 106Di tutte le cose che purificano, la purezza nell’acquistare ricchezze, è la migliore; colui che conserva la sua purità arricchendo è realmente puro, e non quegli che s’è purificato con l’acqua e con la terra. 107Gli uomini istruiti si purificano con il perdonare le offese; quelli che trascurano i loro doveri con i doni; quelli di cui le colpe sono segrete, con la preghiera a bassa voce; quelli che conoscono perfettamente i Veda con le pratiche austere. 108La terra e l’acqua purificano tutto ciò che è macchiato: un corso d’acqua è purificato dalla sua corrente; una donna che ha avuto dei pensieri colpevoli, dalle sue regole; un Brahmano diviene puro distogliendosi da tutti gli affetti mondani. 109L’impurità delle membra umane è tolta dall’acqua; quella dello spirito, dalla verità; la sacra dottrina e le opere di pietà cancellano le macchie del principio vitale; l’intelligenza è purificata dal sapere.
110Le regole certe della purificazione concernenti il corpo vi sono state dichiarate: ora udite quali sono i mezzi certi per purificare i diversi oggetti di cui si fa uso. 111Per i metalli, per le pietre preziose e per ogni cosa fatta di pietra, la purificazione prescritta dai saggi, si pratica con le ceneri, con l’acqua e la terra. 112Un vaso d’oro che non ha contenuto sostanze untuose si pulisce semplicemente con dell’acqua, all’istesso modo che tutto ciò che è prodotto nell’acqua, il corallo, le conchiglie, le perle, ciò che tiene della natura della pietra e l’argento non cesellato. 113L’unione del fuoco e dell’acqua ha dato origine all’oro ed all’argento; di conseguenza, la purificazione più stimata di questi due metalli si fa con gli elementi che li hanno prodotti. 114I vasi di rame, di ferro, di ottone, di stagno, di ferro bianco, di piombo, saranno ripuliti convenientemente con cenere, acidi ed acqua. 115La purificazione prescritta per tutti i liquidi consiste nel portar via con delle foglie di Kusa la superficie che e stata contaminata; quella delle tele cucite insieme si fa cospargendole d’acqua pura; quella degli utensili di legno, piallandoli. 110I vasi che servono al sacrificio, come le tazze in cui si beve l’Asclepiade e quelle in cui si mette il burro chiarito, devono, al momento del sacrificio, esser sfregati con le mani e lavati. 117I vasi in cui si prepara l’offerta, i differenti cucchiai con i quali si versa nel fuoco il burro chiarificato, il vaso di ferro, il vaglio, la carriola, il pestello, il mortaio devono essere purificati con l’acqua calda. 118Si purificano cospargendoli d’acqua, le granaglie e gli abiti in quantità eccedente il carico d’un uomo: ma se sono in piccola quantità, la legge ordina di lavarli. 119Le pelli, le coste di canna intrecciata, sono purificate nell’istesso modo che gli abiti; per le erbe mangerecce, le radici, le frutta, occorre la stessa purificazione richiesta per il grano. 120Si purificano le stoffe di seta o lana con terre saline; i tappeti di lana del Nepal, con i frutti della saponaria: le tuniche ed i mantelli con i frutti di Vilva (Aegle Marmelos); i tessuti di lino, con dei grani di senape bianca triturata. 121Gli utensili fatti con delle conchiglie, del corno, dell’osso, dell’avorio, devono essere purificati, dall’uomo istruito, come i tessuti di lino, aggiungendovi dell’urina di vacca o dell’acqua. 122Si purifica l’erba, la legna da bruciare, la paglia cospargendole d’acqua; una casa scopandola, sfregandola e stabilendola con dolio sterco di vacca; una pentola di terra, facendola ricuocere. 123Ma quando un vaso di terra è stato in contatto di un liquore spiritoso, d’urina, di escrementi, di sputi, di sangue, non potrà esser purificato nemmeno dalla cottura. 124Si purifica il suolo in cinque modi: scopandolo, rivestendolo di sterco di vacca, cospargendolo di urina di vacca, raschiandolo, facendovi restar sopra una vacca un di e una notte. 125Una cosa beccata da un uccello, annusata da una vacca, scossa col piede, sulla quale, si sia starnutato, o che abbia avuto il contatto di un pidocchio, è purificata da una aspersione di terra. 126Per quanto tempo l’odore e l’umidità prodotte da una sostanza impura restano su un oggetto contaminato, per altrettanto bisogna impiegare la terra e l’acqua per purificarlo. 127Gli Dei hanno assegnato ai Brahmani tre cose pure che sono loro particolari, cioè; la cosa che è stata macchiata a loro insaputa, quella che aspergono d’acqua in caso di dubbio e quella che essi invocano cosi: Questa cosa sia pura per me. 128Le acque nelle quali una vacca può saziar la sete, sono pure, quando scorrano su un terreno puro, quando non siano corrotte da nessuna immondizia, quando sono gradevoli per il loro sapore, il loro odore, il loro colore. 129La mano di un artigiano è sempre pura quando egli lavora, come la mercanzia messa in mostra per la vendita; il cibo dato ad un novizio che chiede l’elemosina non è mai impuro. Tale è la regola. 130La bocca d’una donna è sempre pura; un uccello è puro nol momento che fa cadere un frutto; un animale giovane quando succhia il latte; un cane quando insegue le bestie feroci. 131Le carne d’una bestia selvaggia uccisa dai cani è stata dichiarata pura da Manu, come quella di un animale ucciso da altri carnivori o da uomini che vivono della caccia, come gli Chandala. 132Tutte le cavità sopra dell’ombelico sono pure; quelle che si trovano sotto sono impure cosi come le escrezioni del corpo. 133Le mosche, le goccioline di saliva che sfuggono di bocca, l’ombra d’una vacca, un cavallo, i raggi del sole, la polvere, la terra, l’aria, il fuoco, devono sempre essere stimati puri nel loro contatto.
134Per purificare gli organi d’onde escono le feci, e l’orina devo usar la terra e l’acqua, finché è necessario, cosi come per togliere le dodici impurità del corpo. 135Le essudazioni grasse, il liquore seminale, il sangue, il grasso della testa, l’orina, gli escrementi, il moccio del naso, il cerume delle orecchie, la bile, le lacrime, le concrezioni degli occhi, il sudore, sono le dodici impurità del corpo umano. 136Colui che desidera la purezza deve impiegare un pezzo di terra con dell’acqua per il canale urinario, dove impiegarne tre per l’ano, dieci per una mano, e sette per entrambe. 137Questa purificazione è quella dei capi di casa; quella dei novizi è doppia, quella degli anacoreti è tripla, quella dei mendicanti ascetici, quadrupla. 138Dopo d’aver deposta l’orina e gli escrementi, si deve lavar la bocca, oltre la purificazione suaccennata, poi cosparger d’acqua le cavità del corpo, e così pure quando s’accinge a leggere i Veda e sempre al momento di mangiare. 139Lo Dwigia prenda dapprima dell’acqua nella sua bocca in tre riprese e si asciughi poi due volte la bocca, se desidera la purezza del suo corpo: una donna e un Sudra devono fare tutto ciò una volta sola. 140I Sudra che si conformano ai precetti della legge, devono farsi rasare il capo una volta il mese: il loro modo di purificazione è lo stesso di quello dei Vaisya, e gli avanzi dei Brahmani devono essere il loro cibo. 141Le goccioline di saliva che sfuggono di bocca su una parte del corpo non rendono impuro, cosi come i peli della barba che entrano in bocca, e ciò che s’inficca tra i denti. 142Le gocce d’acqua che scolano sui piedi di colui che presenta altrui l’acqua per l’abluzione, devono essere considerate simili ad acque correnti su un terreno puro: non si può essere macchiati da esse. 143Colui che portando un fardello è toccato, comunque ciò avvenga, da un uomo o da un oggetto impuro, può senza deporre quel che porta purificarsi facendo un’abluzione. 144Dopo aver vomitato, dopo essersi Spurgati si deve bagnarsi e mangiare del burro chiarificato: quando si vomita dopo aver mangiato basta lavarsi la bocca: è prescritto il bagno per colui che si congiunge con la moglie. 145Dopo aver dormito, o starnutato, o mangiato, o sputato, dopo aver detto bugie, dopo aver bevuto, al momento di leggere la Scrittura, si deve lavar la bocca anche essendo puri.
146Io vi ho esposto completamente le regole di purificazione che concernono tutte le classi ed i mezzi di purgare dalle impurità gli oggetti che si usano. Udite ora le leggi che riguardano le donne. 147Una fanciulla, una giovane, una donna avanzata in età non devono far niente a loro talento, anche nella loro casa. 148Durante la sua infanzia una donna deve dipendere dal padre; durante la giovinezza dal marito; quando suo marito è morto, dal figlio: una donna non deve mai operare a suo talento. 149Non cerchi mai di separarsi da suo padre, dal suo sposo, da suo figlio: separandosi da essi esporrebbe al disprezzo le due famiglie. 150Ella deve esser sempre di buon umore, accudire attentamente alle faccende domestiche, prender cura degli strumenti, non avere la mano troppo larga nello spendere. 151Ella deve servire con rispetto in vita, colui al quale l’ha data suo padre o suo fratello con l’assenso del padre ed essergli fedele dopo morto. 152Le parole di benedizione ed il sacrificio al Signore delle creature hanno per scopo, nelle cerimonie nunziali, d’assicurare la felicità dei coniugi; ma l’autorità dello sposo sulla donna si fonda sul dono che il padre gli ha fatto alla figlia, all’epoca del fidanzamento. 153Il marito di cui l’unione è stata consacrata dalle preghiere d’uso procura continuamente quaggiù piacere alla moglie nella stagione opportuna ed anche in altri tempi e le fa conseguire le felicità nell’altro mondo. 154Per quanto la condotta del marito sia biasimevole, per quanto egli si dia in braccio ad altri amori e sia privo d’ogni buona qualità, la moglie deve venerarlo come un Dio. 155Non v’è sacrificio, od atto di pietà, o digiuno che si riferisca particolarmente alle donne: la moglie ami e rispetti suo marito e sarà onorata in cielo. 156Una donna virtuosa che desideri ottenere lo stesso soggiorno di felicità che suo marito, non deve far niente che gli possa dispiacere, sia mentre egli è in vita, sia dopo morto. 157Maceri il suo corpo volontariamente, nutrendosi di fiori, di radici, di frutti puri, ma dopo aver perso il suo sposo, essa non pronunci nemmeno il nome di un altro uomo[8]. 158Si mantenga fino alla morte paziente e rassegnata, dedita a pie usanze, casta e sobria come un novizio, dandosi cura di seguire le eccellenti regole di condotta delle donne che non hanno che un solo sposo. 159Molte migliaia di Brahmani esenti da sensualità fino dalla più tenera giovinezza, che non hanno lasciata posterità, sono tuttavia pervenuti al cielo. 160Ed al pari di questi uomini austeri, la donna virtuosa che dopo la morte del marito, si conserva perfettamente casta, va dritta al cielo, anche se non, abbia figli. 161Ma la vedova che, per desiderio dei figliuoli, è infedele al marito, incorre nel disprezzo quaggiù e sarà esclusa dal soggiorno celeste al quale è ammesso il suo sposo. 162Ogni figlio che è messo al mondo da una donna che ha avuto commercio con altri che con suo marito, non è figlio legittimo; nell’istesso modo colui che un uomo genera con la donna d’un altro non gli appartiene: in nessun luogo di questa legge è stato accordato ad una donna virtuosa il diritto di prendere un altro sposo. 163Colei che abbandona suo marito, appartenente ad una classe inferiore, per unirsi con un uomo di classe superiore è disprezzata in questo mondo, in cui è designata sotto il nome di Parapurva (colei che ha un altro marito diverso dall’antico). 164Una donna infedele al marito è in preda all’ignominia quaggiù; dopo la morte rinasce nel ventre di uno sciacallo o è afflitta da elefantiasi e da consunzione; 165Al contrario colei che non tradisce il marito e della quale i pensieri, le parole, il corpo sono puri, ottiene la stessa dimora celeste che il suo sposo ed è chiamata dalla gente dabbene sposa virtuosa. 166Tenendo questa onorevole condotta, la donna casta nei suoi pensieri, nelle parole, nel corpo, ottiene quaggiù una buona fama ed è ammessa dopo morta nello stesso soggiorno del suo sposo. 167Ogni Dwigia che conosce la legge, se si vede morire prima la moglie che si atteneva a questi precetti e apparteneva alla sua stessa classe, deve bruciarla col fuoco consacrato e con gli strumenti del sacrificio. 168Dopo aver cosi compiuto, col fuoco consacrato, le cerimonie dei funerali di una donna morta prima di lui, contragga un nuovo matrimonio, ed accenda una seconda volta il fuoco nuziale. 169Non cessi mai di fare le cinque grandi oblazioni, seguendo le regole prescritte: dopo aver scelto una sposa stia nella sua casa per tutto il secondo periodo della sua esistenza.

Note:
[1] Focaccia Catta con farina, latte, burro e zucchero.
[2] Si deve intendere gli erbivori, ruminanti, i quali hanno i denti piatti che si appongono l’uno sopra l’altro, mascella a mascella, cosi che paiono una sola fila, Le file di denti dei carnivori invece non combaciano l’una su l’altra, ma l’una è sopravanzata dall’altra.
[3] V. Lib. XI str. 212.
[4] V. Lib. XI. str, 218.
[5] L’Asvamedha (sacrificio del cavallo) è il più alto sacrificio: fatto cento volto da un principe gli dà il diritto di regnare sui devas accanto ad Indra.
[6] Questa parola è rappresentata in sanscrito dalle due parole Mam Sa che unite fanno appunto Mamsa (carne).
[7] IL padre, il nonno e i quattro avi che seguono in linea ascendente sono i Sapinda di un uomo, tale qualità è pure conferita a costui che sacrifica: sette persone in tutto. La qualità di Samanodaka invece non cessa che quando le relazioni di parentela non lasciano più traccia nella memoria degli uomini.
[8] Non vi è nelle leggi di Manu nessun cenno che stabilisca l’uso crudele di bruciar sul rogo del marito defunto le vedove. Altri legislatori però le eccitano a questo sacrificio, promettendo loro il cielo.