Paushya Parva
Sezione 3

Sauti continuò: “Nella piana di Kurukshetra, insieme ai fratelli, Janamejaya il figlio di Parikshit, si occupava di un lungo e dispendioso sacrificio. Srutasena, Ugrasena e Bhimasena erano i nomi dei tre fratelli. Mentre celebravano il sacrificio, un ragazzino si avvicinò, era il figlio della cortigiana Sarama. Sculacciato dai tre fratelli, il bimbo in lacrime, corse dalla madre. Vedendolo singhiozzare, disse: “Perché piangi figlio mio? Chi ti ha fatto del male?” Il bimbo rispose: “Sono stato picchiato dai fratelli del re”. La madre replicò: “Hai commesso qualche mascalzonata, qual è il motivo per cui ti hanno percosso?”. Il figlio rispose: “Sono innocente, non ho creato disturbo, non ho rubato il burro del sacrificio, giuro non l’ho nemmeno guardato”. Addolorata per l’afflizione del figlio, Sarama si recò presso l’arena del sacrificio. Guardando in faccia il re, piena di collera, la madre disse: “Il ragazzo è privo di colpa, non ha contaminato il burro del sacrificio, nulla è stato mangiato, per quale motivo l’avete menato?” Nessuno rispose. Sarama disse: “Avendo picchiato il bambino senza una ragione, quando meno ve lo aspettate una disgrazia cadrà su di voi”.
“Udite le parole di malaugurio dell’Apsara Sarama, il re si impensierì. Conclusa la cerimonia, tornato in città, preoccupato, si mise alla ricerca di un Puroita (bramana domestico) che potesse di liberarlo dal peccato e neutralizzare gli effetti della maledizione”.
Sauti continuò: “Un giorno mentre Janamejaya andava a caccia, in un luogo solitario, vide l’eremo del famoso Srutasraia. Questi possedeva un figlio di nome Somasrava, il quale era sempre assorto nelle pratiche religiose. Il monarca pensò di eleggere il ragazzo al ruolo di bramana domestico. Avvicinatosi, salutò il padre e disse: “Voi che detenete i sei attributi, lasciate che il ragazzo divenga il mio consigliere”.
Il saggio rispose: “Mio figlio è costantemente impegnato nelle pratiche devozionali, egli è esperto nello studio delle Sacre Scritture e possiede la forza del mio ascetismo, è nato dal ventre di una femmina di Naga (donna serpente), la quale lo concepì dopo aver bevuto il mio sperma. Egli è in grado di assolvervi da ogni offesa, tranne da quella commessa contro Mahadeva” (il grande Dio – Shiva). Il padre continuò: “Il ragazzo possiede una particolare idea, sebbene non lo sia, crede di essere il più sapiente tra i preti e da loro desidera preghiere e oblazioni. Se siete in grado di garantirgli questo stato, prendetelo e portalo con voi”.
Il re acconsentì, dicendo: “Cosi sia”. E fece del giovane il suo Puroita.
Tornato alla capitale, convocò i fratelli e disse loro: Questo è l’uomo che ho scelto come mio consigliere, qualsiasi cosa desideri o dica sia da voi prontamente eseguita”. Ed essi fecero com’era stato ordinato.
Dopo questo fatto, il re mosse verso Takshashila, per sottomettere la regione al suo dominio”.
Sauti continuò: “A quei tempi viveva un saggio chiamato Ayoda-Daumia. Il bramana possedeva tre discepoli, i cui nomi erano: Aruni, Upamanyu e Vedha. Un giorno disse ad Aruni: “Andate, chiudete la falla che si è aperta nel canale d’irrigazione”.
Obbediente, Aruni raggiunse il luogo dov’era lo squarcio. Sul posto si rese conto dell’impossibilità di arginare la fenditura con mezzi ordinari. Non sapendo come fare si rattristò. Poi ebbe un’idea e pensò: “Ho trovato un modo per eseguire il mio compito”. Scese nello squarcio e lo ostruì con il proprio corpo. Così l’acqua cessò di fluire. Giunto il tramonto, preoccupato, il maestro chiese ai discepoli: Non vedo Aruni, dove sarà?”. Questi risposero: “L’avete mandato lontano, il suo compito era di chiudere la falla di un canale”.
Ricordatosi, Daumia disse: “Presto raggiungiamo quel luogo”. Giunti sul posto, il maestro gridò: “Aruni di Panchala dove siete? Figlio mio venite presto”. Udendo la voce del precettore, il giovane emerse dall’acqua.
Aruni disse: “Eccomi, non potendo con altri mezzi chiudere il buco, sono entrato in acqua e l’ho arginato con il mio corpo. Solo dopo aver udito il vostro richiamo, mi sono alzato abbandonando il mio compito. Vi saluto maestro, ditemi cos’altro devo fare”.
Il precettore rispose: “Non temete, non è per negligenza che l’acqua scorre ancora fuori dal canale, ma al contrario, ubbidiente vi siete alzato per rispondere alla mia chiamata, quindi come segno di riconoscenza, voi sarete chiamato Uddalaca. Poiché avete obbedito alle mie parole, avrete molta fortuna. Tutta la conoscenza delle Sacre Scritture risplenderà in voi”. Così anche il Dharma Shastra.
Da queste parole, Aruni comprese di aver superato la prova, quindi, ricevuta la benedizione, si congedò e tornò al proprio paese”.
Sauti continuò: “Upamanyu è il nome del secondo discepolo di Ayoda-Daumia. Un giorno chiamato l’allievo, il maestro disse: “Figlio mio, andate ad accudire le vacche”. Ubbidendo agli ordini, lo studente raggiunse il luogo dove la mandria solitamente pascolava. Dopo aver accudito alle vacche, stanco la sera tornò a casa. Con dovuto rispetto salutò il maestro. Quest’ultimo, vedendo il discepolo ingrassato, disse: “Figlio mio, con cosa nutrite il vostro corpo?”. Egli rispose: “Sostengo me stesso mendicando. Il maestro replicò: “Non potete consumare il cibo elemosinato senza avermelo prima offerto”.
Udito il precettore, Upamanyu si allontanò. Recuperò le vivande, le consegnò al maestro e digiunò. Il mattino usciva per accudire al bestiame e la sera tornava a casa. Passarono i giorni, compreso che il discepolo non dimagriva, il maestro disse: “Figlio mio, ho requisito ogni vivanda elemosinata, siete digiuno ma non dimagrite, con cosa sostenete il vostro corpo?”. Il discepolo rispose: “Dopo che vi ho dato le pietanze, sono uscito di nuovo a mendicare. Così ho nutrito me stesso”. Il maestro replicò: “Non è giusto, non è obbedienza la vostra. Così agendo avete privato di nutrimento altri esseri che vivono d’elemosina. Vi comportate da avido”.
Il discepolo capì e dopo un cenno d’assenso si ritirò. Il mattino, tornò ad accudire le vacche. Passarono i giorni. Una sera, tornato dal lavoro, salutò il precettore. Quest’ultimo vedendo che l’allievo non perdeva peso, disse: “Figlio mio, vi trovo in buona salute, possiedo le vivande elemosinate, non siete uscito una seconda volta, non capisco, con cosa vi nutrite?”. Il discepolo rispose: “Bevo il latte che scorre dalle mammelle delle vacche”. Il maestro replicò: “Non è corretto, non potete appropriarvi del latte delle vacche, non senza il mio consenso”.
Upamanyu capì e dopo un cenno d’assenso si congedò. Al sorgere del Sole, andò di nuovo ad accudire alla mandria. Ogni sera tornava a casa e come di rito salutava il maestro. Quest’ultimo, vedendolo ancora in sovrappeso, disse: “Figlio mio, non avete mangiato le pietanze elemosinate, non avete elemosinato una seconda volta e non avete bevuto il latte delle vacche e ancora non dimagrite. Con quale cibo sostenete il vostro corpo?”. Il discepolo rispose: “Mi nutro con gli spruzzi del latte, che i vitelli spandono, dopo aver succhiato le mammelle delle loro madri”. Il maestro replicò: “I vitelli, colmi di compassione, fanno colare dalle bocche una notevole quantità di latte, spruzzandolo verso di voi. Non è giusto privare i vitelli del loro pasto”.
Upamanyu comprese. All’alba di nuovo andò a occuparsi delle vacche. Per proibizione non mangiava le vivande elemosinate, non beveva latte e nemmeno succhiava le gocce di latte che colavano dalla bocca dei vitelli”.
Sauti continuò: “Un giorno, mentre attraversava un bosco, oppresso dalla fame, Upamanyu mangiò alcune foglie dell’albero Arca (Asclepias Gigantea). Di lì a poco, i suoi occhi si arrossarono e cominciarono a lacrimare a causa di un pungente dolore. La forte salinità contenuta in quelle foglie, lo rese completamente cieco. Non potendo più vedere dove camminava, inciampò e cadde in un profondo pozzo. Quella sera non tornò a casa.
Daumia, vedendo il Sole ormai tramontato dietro le cime dei monti, preoccupato chiese ai suoi studenti, dove fosse finito Upamanyu. Essi risposero: “Ubbidendo ai vostri ordini, come tutte le mattine è uscito per accudire alla mandria”. Il maestro disse: “Upamanyu è da molto tempo a digiuno. Sicuramente è a causa di ciò che egli non torna, usciamo, andiamo a cercarlo”.
Dopo aver espresso queste parole, con i suoi discepoli raggiunse il luogo del pascolo e ad alta voce cominciò a gridare: “Upamanyu dove siete?”. Udendo la voce del precettore, il discepolo rispose: “Sono qui, sul fondo di un pozzo”.
Raggiuntolo, il maestro lo interrogò sull’accaduto. Upamanyu rispose: “Trasgredendo ai vostri ordini, ho mangiato delle foglie dell’albero Arca e dopo qualche istante sono divenuto cieco, non potendo vedere dove posavo i piedi, sono caduto in questo pozzo”. Il maestro disse: “Rivolgetevi agli Aswini, solo loro hanno il potere di guarire la vista”.
Sauti continuò: “Proferite queste parole il vecchio maestro si allontanò. Rimasto solo, con uno degli inni del Rig Veda, Upamanyu cominciò a glorificare gli Aswini:
“Voi esistevate prima della creazione.
Voi siete i primi nati, visibili in questo meraviglioso universo formato di cinque elementi.
Voi, o infiniti, desidero evocarvi per mezzo della conoscenza che proviene dall’ascolto e dalla meditazione.
Voi siete il corso della natura.
Voi siete l’anima stessa della natura.
Voi siete gli uccelli dalle bellissime piume che dimorano nei corpi, i quali sono simili a tronchi d’albero.
Voi siete privi dei tre attributi che caratterizzano tutti gli esseri.
Voi siete incomparabili.
Voi con il vostro spirito pervadete ogni cosa in quest’universo.
Voi siete aquile dalle piume dorate.
Voi siete l’essenza in cui ogni cosa scompare.
Voi siete liberi da ogni errore e non conoscete deterioramento.
Voi dai bei becchi.
Voi che non colpite mai ingiustamente.
Voi che siete vittoriosi in ogni incontro.
Voi sicuramente prevalete sopra il tempo.
Voi che siete i creatori del Sole.
Voi che avete tessuto la meravigliosa veste dell’anno, per mezzo del bianco filo del giorno e del nero filo della notte. Con la tessitura di questa veste, avete stabilito le due vie di azione che appartengono agli Esseri Celesti e agli antenati. Quando l’uccello della vita è afferrato dal tempo, il quale rappresenta la forza dell’Anima Suprema, voi lo liberate. Coloro che sono immersi nella più profonda ignoranza e che sono dominati dall’illusione dei sensi, credono che voi, i quali trascendete ogni attributo della materia, siate dotati di forma.
Trecentosessanta mucche, rappresentano i trecentosessanta giorni e il loro vitello rappresenta l’anno. Questo vitello è il creatore e il distruttore d’ogni cosa. Coloro che ricercano la verità, seguono vie diverse, succhiando il latte della conoscenza.
Voi Medici Celesti siete i creatori di questo vitello.
L’anno è simile al mozzo di una ruota alla quale sono attaccati settecentoventi raggi, questi rappresentano i giorni e le notti. La circonferenza di questa ruota rappresenta i dodici mesi, i quali si succedono uno dopo l’altro senza sosta. Questa ruota è piena d’illusioni e non conosce deterioramento. Essa influenza tutti gli esseri di questo e d’altri mondi.
Voi muovete la ruota del tempo. Questa ruota rappresenta l’anno e il suo mozzo rappresenta le sei stagioni. I dodici raggi che spuntano dal mozzo, rappresentano i dodici segni dello Zodiaco. I frutti degli atti di tutti gli esseri, sono manifestati da questa ruota. Le divinità che presiedono il tempo, dimorano in questa ruota. Anch’io sono soggetto a quest’influenza, liberatemi dalla prigionia di questa ruota temporale.
Voi siete l’universo formato dai cinque elementi.
Voi siete gli oggetti che gioiscono in questo e nell’altro mondo, rendetemi indipendente dai cinque elementi.
Voi siete la conoscenza suprema.
In principio, avete creato le dieci direzioni di quest’universo. Poi avete piazzato nel cielo il Sole. I saggi, in accordo al corso del Sole, compiono i loro sacrifici. Gli Esseri Celesti e gli uomini, compiono i loro sacrifici godendo del frutto delle proprie azioni.
Mischiando i tre colori, avete prodotto gli oggetti della vista. E’ da questi oggetti che l’intero universo deriva e nel quale i gli Esseri Celesti, gli uomini e tutte le creature, sono immersi nelle loro rispettive occupazioni. Vi adoro. Adoro anche il cielo che da Voi è stato creato.
Voi siete gli elargitori dei frutti di tutte le azioni, di cui anche gli Esseri Celesti non sono immuni.
Voi siete liberi dai frutti delle azioni.
Voi siete i parenti di tutti.
Siete Voi che come maschi e femmine inghiottite il cibo, dal quale si sviluppa la vita, creando il fluido e il sangue. Il neonato succhia le mammelle della propria madre, ma in verità siete Voi che avete preso la forma di un infante.
Vi prego restituitemi la vista, la quale può proteggermi la vita”.
Sauti continuò: “Così evocati, gli Aswini, apparvero e dissero: “Noi siamo soddisfatti. Per questa ragione, vi abbiamo portato in dono una torta. Prendetela e mangiatela”.
Upamanyu rispose: “Le vostre parole sono sicuramente vere, ma io non posso mangiare questa torta, senza averla prima offerta al mio precettore”.
Gli Aswini replicarono: “Un tempo, il tuo maestro ci evocò. E noi gli regalammo una torta del tutto simile a questa, ed egli la mangiò senza offrirla al suo maestro. Fate la stessa cosa”.
Dopo aver udito quelle parole Upamanyu disse: “Vi chiedo perdono, ma proprio non posso, devo prima ottenere il consenso del mio maestro”.
Gli Aswini risposero: “Siamo soddisfatti del comportamento e della devozione che provate per il vostro istitutore. I denti di quest’ultimo sono di ferro, mentre i vostri sono d’oro, riacquistate la vista e abbiate buona fortuna”.
Mentre quelli parlavano, Upamanyu recuperò la vista. Tornato a casa, salutò il maestro e gli raccontò ogni cosa accaduta. Dhaumya fu molto contento, quindi disse: “Senza dubbio, otterrete tutta la fortuna che gli Aswini vi hanno promesso. Che tutti i Veda attraverso voi brillino di luce”. E questa fu la prova sostenuta da Upamanyu”.
Sauti continuò: “Il terzo discepolo di Ayoda-Daumia si chiamava Vedha. Un giorno il maestro disse: “Vedha figlio mio, restate per qualche tempo nella mia casa e con devozione servite il vostro precettore. Sicuramente ne trarrete profitto”.
Vedha dimorò per qualche tempo con la famiglia del vecchio saggio, servendolo con cura e senza pregiudizi. Del tutto simile a un bue, egli aggiogato dal suo educatore, senza lamentarsi, sopportava, il caldo, il freddo, la fame e la sete. Non passò molto tempo che il saggio fu soddisfatto. In premio, Vedha ottenne buona fortuna e ampia conoscenza. E questa fu la prova sostenuta da Vedha”.
Sauti continuò: “Dopo che Vedha ebbe completato gli studi, congedato dal maestro, si sposò ed entrò a far parte del domestico modo di vita. Nella propria casa, accolse tre discepoli. Ricordandosi delle dolorose esperienze subite nella dimora del proprio maestro, non li appesantì mai con lavori gravosi. Non furono mai trattati con severità.
Dopo qualche tempo, Janamejaya e Paushya, entrambi re e appartenenti alla casta dei guerrieri, giunsero all’alloggio del saggio e stabilirono Vedha come loro guida spirituale (Upadiaya).
Un giorno, Vedha, dovette assentarsi per svolgere certi affari riguardanti una cerimonia sacrificale. Quindi incaricò Utanka, il più ligio tra i suoi discepoli, di occuparsi delle faccende di famiglia. Veda disse: “Utanka, qualsiasi cosa necessiti alla mia casa, sia da voi svolta senza alcuna negligenza”.
Dopo aver dato questi comandi, si mise in viaggio. Il discepolo, per meglio obbedire agli ordini del maestro, prese dimora nelle stanze del suo signore. Vedendolo, le serve del precettore si riunirono, discussero tra loro, poi dissero: “Utanka, la moglie del vostro signore è in un momento fertile, un’unione porterà frutti. Il marito è assente, tocca a voi fare ciò che è opportuno”.
Utanka rispose: “Non è bene per un uomo obbedire al comando delle donne. Non sono autorizzato a eseguire i vostri ordini”.
Dopo qualche tempo, il maestro tornò, venuto a conoscenza del fatto, fu pago del comportamento dello studente, chiamatolo disse: “Figlio mio, quale favore non potrò mai concedervi? Sono soddisfatto, sono stato adeguatamente servito, la nostra amicizia sarà rafforzata. I vostri studi sono terminati, da quest’istante siete libero. Andate, lasciate la mia casa. Fate in modo che ogni vostro desiderio si realizzi”.
Il discepolo rispose: “Prima di andare, lasciate che faccia qualcosa che possa gratificarvi. Colui che da istruzioni contrarie alle regole e colui che le riceve, corrono un serio pericolo a causa dell’inimicizia che può nascere tra i due. Avendo terminato i miei studi, ho ottenuto il permesso di congedarmi, quindi lasciate che vi porti qualcosa, come onorario a favore del tempo che avete speso per me”.
Il maestro rispose: “Figlio mio, attendete un momento”. Vedha si allontanò. Dopo qualche istante il precettore tornò e di nuovo disse: “Caro amico, avete espresso il desiderio di portarmi qualcosa come riconoscimento per l’istruzione avuta. Andate, chiedete a mia moglie e portatele ciò che desidera”.
Rivolgendosi alla moglie del precettore, Utanka disse: “Signora, vostro marito mi ha reso libero di tornare a casa, non voglio andarmene senza aver pagato il prezzo per l’istruzione ricevuta, non è corretto partire senza aver saldato i propri debiti, ordinate qualcosa di vostro gradimento”.
La signora rispose: “Recatevi dal re Paushya e chiedete in dono, gli orecchini della regina. Il quarto giorno contato da oggi è festa, ci saranno molti invitati ed io desidero mostrarmi con quei gioielli. Esaudite il mio desiderio, se avrete successo, buona fortuna vi attenderà, altrimenti, quale prosperità potrete mai avere?”.
Sauti continuò: “Annuendo, Utanka partì. Sulla strada vide un enorme toro cavalcato da un uomo d’inconsueta statura. Guardando Utanka, l’uomo disse: “Mangiate lo sterco di questo animale”.
Utanka non approvò l’ordine. Allora l’uomo replicò: “Non pensate e mangiate, un tempo anche il vostro maestro ne mangiò”. Assentendo, Utanka mangiò lo sterco e bevve l’urina del toro”.
Sauti continuò: “Dopo il pasto, velocemente, si lavò le mani e la bocca e riprese il cammino verso la reggia di Paushya. Arrivato a palazzo, vide Paushya seduto sopra il trono. Si avvicinò, pronunciando benedizioni salutò il monarca, poi disse: “Sono qui per una commissione”.
Dopo aver risposto ai saluti, il re disse: “Signore in cosa posso esservi utile?”. Utanka rispose: “Sono qui per chiedere in dono un paio d’orecchini, questi sono stati richiesti dalla moglie del mio maestro. E’ stato deciso, che dovete donarmi gli orecchini della regina”.
Il monarca rispose: “Recatevi nelle stanze delle donne e chiedete questi alla mia signora”. Raggiunto il gineceo, Utanka non fu in grado di trovare la regina. Tornato dal re, disse: “Non è giusto che voi mi ingannate. In quelle stanze non vi è traccia della regina”.
Il re, rimase per un istante pensieroso, poi replicò: “Signore, fate mente locale. Mia moglie non può essere vista da nessuno, il quale si trovi in stato d’impurità, dovuto all’ingestione di cibo già inghiottito da altri”.
Dopo aver riflettuto un momento, Utanka rispose: “Si! E’ vero. Per la fretta, dopo il pasto, ho compiuto le abluzioni stando in piedi”
Paushya replicò: “Questa è una trasgressione. La purificazione, non può essere ottenuta da un uomo che sta in piedi e nemmeno da un uomo che cammina”.
Convenuto che ciò era vero, Utanka si sedette rivolgendo la faccia verso est, attentamente si lavò la faccia, le mani e i piedi. Poi senza emettere rumori, dal palmo della mano, bevve tre sorsi d’acqua fresca e priva di schiuma, quindi si strofinò la faccia due volte e toccò con l’acqua le aperture dei suoi organi, quali gli occhi, gli orecchi, il naso ecc.
Dopo essersi purificato, entrò di nuovo nel gineceo. La, vide la regina. Si salutarono, poi lei disse: “Benvenuto, cosa posso fare per voi?”.
Utanka rispose: “E’ stato deciso, che devo avere i vostri orecchini in regalo. Ho avuto ordine di portarli come onorario alla moglie del mio precettore”.
La regina soddisfatta, considerandolo un atto di carità, si tolse gli orecchini e glieli diede. Poi disse: “Questi orecchini sono molto ambiti da Takshaka, il re dei Naga, abbiate cura di non farveli rubare”. Utanka rispose: “Signora, non siate in apprensione. Il capo dei Naga, non sarà in grado di sopraffarmi”.
Sauti continuò: “Lasciata la regina, Utanka tornò dal re, al suo cospetto disse: “Sono soddisfatto, ho avuto ciò che volevo”.
Il monarca rispose: “Un oggetto in carità, può essere ottenuto anche dopo molto tempo. Voi siete mio ospite ed io desidero adempiere al rito dell’ospitalità, rimanete ancora per qualche istante”. Utanka rispose: “Rimarrò, ma vi prego, fate che le provvigioni, siano portate in fretta”.
Il re assentì e fece portare le pietanze all’ospite. Quest’ultimo, vedendo che le vivande, oltre che essere fredde, contenevano anche dei peli, in collera disse: “Mi avete portato del cibo freddo e sporco, per questa ragione perderete la vista”.
Anch’esso adirato, il monarca rispose: “Questo cibo è fresco e puro, avete detto una falsità, per questa ragione, rimarrete privo di prole”.
Utanka replicò: “Mi avete offerto del cibo contaminato, è stabilito che non potete restituirmi una maledizione”.
Il re volle accertarsi se ciò che Utanka diceva fosse vero. Quando vide che il cibo era veramente freddo e mischiato a peli, come se fosse stato cucinato da una donna con i capelli sciolti, cercò di calmare il saggio, dicendo: “Signore, le vivande che vi stanno davanti, sono veramente fredde e sporche, questo cibo è stato preparato senza sufficiente cura. Quindi chiedo il vostro perdono. Fate che io non divenga cieco”.
Utanka rispose: “Ciò che ho detto deve succedere, è inevitabile, dovrete divenire cieco. Tuttavia, potrete conservare la vista, solo se io sarò preservato dalla vostra maledizione”.
Il re disse: “Non sono in grado di revocare la maledizione, la mia collera non è ancora placata. Sembra che voi non sappiate, che il cuore di un bramana deve essere calmo e dolce, mentre le sue parole possono essere acute e affilate. Viceversa, le parole di un guerriero, sono calme e dolci, ma il suo cuore è simile ad un acuto e tagliente strumento. La durezza del mio cuore non mi permette di neutralizzare la maledizione. Quindi uscite e andate per la vostra strada”. Utanka rispose: “Avete detto che rimarrò senza figli, ma vi ho mostrato che il cibo era contaminato, quindi vado tranquillo. La vostra maledizione non avrà effetto”.
Sauti continuò: “Sicuro di sé, Utanka si allontanò, portandosi appresso gli orecchini. Per strada, incontrò un mendicante che privo di vestiti gli veniva incontro. Questo, come fosse fatto di vapore, appariva e spariva in continuazione. Giunta l’ora dell’abluzione, si fermò nei pressi di un corso d’acqua e posò per terra, insieme ai vestiti, gli orecchini. In quel preciso istante, il mendicante fece la sua apparizione, rubò gli orecchini e velocemente fuggì. Terminato il bagno, fatta adorazione agli Esseri Celesti e al precettore, inseguì il ladro. Lo raggiunse, lo afferrò, ma improvvisamente, questo lasciò la forma umana per assumere la sua vera forma, egli era il Naga Takshaka. Senza perdere tempo quell’essere s’infilò in un’apertura del terreno. Entrato in quel buco, si diresse verso la propria dimora, nel regno dei suoi simili.
In quell’istante, Utanka si ricordò delle parole della regina, quindi, deciso a inseguire il ladro, cercò di allargare il buco aiutandosi con un bastone, ma senza riuscirvi. Indra, vedendolo in difficoltà, mandò in aiuto la sua saetta. Il fulmine penetrò nel bastone e con la sua forza allargò il buco. Entrato nello squarcio, scorse l’estesa regione dei Naga, vide centinaia di palazzi, torri, case con il tetto a cupola, portali, archi, strade e luoghi di ritrovo e divertimento”.
Sauti continuò: Di fronte a questa meraviglia, Utanka glorificò i Naga, recitando i seguenti versi:
“Voi uomini serpente.
Voi sudditi del re Airavata.
Voi che come leggere nuvole spinte dal vento, con le armi in mostra, vi muovete sul campo di battaglia.
Voi figli di Airavata.
Voi di bell’aspetto.
Voi ornati d’orecchini multicolori.
Voi che splendete come il sole nel firmamento.
Sulla riva nord del fiume Gange, dimorano numerosi Naga. In quel luogo, vi ho adorati. Chi eccetto Airavata, può decidere di muoversi allo scoperto, sotto i raggi del Sole? Quando Dhritarashtra, il fratello d’Airavata esce, per servirlo ventimila e otto Naga lo seguono.
Voi che avete Airavata come fratello maggiore, io vi adoro.
Voi che gli siete vicini, io vi adoro.
Voi che gli state lontani, io vi adoro.
Voi tutti, vi adoro.
Takshaka, voi avete compiuto sacrifici per ottenere gli orecchini, io vi adoro.
Voi Takshaka e Aswasena, io vi adoro.
Voi che siete i compagni di coloro che dimorano sulle rive del fiume Ikshumati, io vi adoro.
Srutasena, giovane fratello di Takshaka, voi che risiedete nel luogo sacro chiamato Mahadyumna, con il proposito di ottenere il governo dei Naga, io vi adoro”.
Sauti continuò: “Pur avendo debitamente salutato e glorificato il capo dei Naga, Utanka non riuscì a ottenere gli orecchini. Quindi si fece pensieroso. Poi guardandosi intorno, notò due donne che con mani esperte, lavoravano al telaio, tessendo una stoffa composta di fili bianchi e fili neri. Egli notò che la ruota del telaio, possedeva dodici raggi e che era azionata da sei ragazzi. Poi vide anche un uomo piuttosto alto, che stava in sella a un bellissimo cavallo. Stimolato da questa visione, pronunciò la seguente preghiera: “A questa ruota, i cui trecentosessanta raggi, rappresentano altrettanti giorni, io m’inchino.
A questa ruota, le cui ventinove divisioni della sua circonferenza, rappresentano altrettante quindicine lunari, io m’inchino.
A questa ruota, i cui sei ragazzi che costantemente la muovono, rappresentano altrettante stagioni, io m’inchino.
A queste fanciulle, che rappresentano la natura universale e che ininterrottamente, tessono una tela, composta di fili bianchi e fili neri, dalla quale sorgono all’esistenza i molteplici universi e tutti gli esseri che vi abitano, io m’inchino.
A voi che brandite il fulmine.
A voi protettore dell’universo.
A voi uccisore dei demoni Vritra e Namuci.
A voi illustre.
A voi che indossate vesti nere.
A voi che mostrate la verità e la falsità in tutto l’universo.
A voi che cavalcate il cavallo che è nato dalle profondità dell’oceano, il quale non è altro che una forma del fuoco.
A voi re dei tre mondi.
A voi io m’inchino o personificazione della pioggia”.
L’uomo che montava il cavallo, guardando Utanka, disse: “Le vostre parole, mi hanno soddisfatto. Cosa posso fare per voi?”.
Utanka rispose: “Lasciate che i Naga si sottomettano a me”. L’uomo disse: “Soffiate su questo cavallo”.
Utanka eseguì l’ordine. Subito dopo aver soffiato, da tutti gli orifizi del corpo, si sprigionò un divampante fuoco, il quale con i suoi fumi e le sue fiamme, si apprestava a bruciare l’intero regno dei Naga. La sorpresa e il terrore fu tale, che Takshaka, portando con sé gli orecchini, uscì dalla sua dimora e al cospetto di Utanka disse: “Vi prego, riprendete gli orecchini”.
Sauti continuò: “Recuperati i gioielli, Utanka pensò: “Oggi è il giorno stabilito, la moglie del precettore mi sta aspettando ed io sono lontano, come farò ad arrivare a tempo?”. Mentre era immerso in questi pensieri, l’uomo disse: “Montate sul cavallo e in un attimo sarete alla dimora del saggio”. Utanka annuì, salì sul cavallo e all’istante, come per magia, si trovò nei pressi della casa del maestro.
Quel mattino, dopo essersi lavata, pettinata e vestita, la signora pensava al modo di emettere una maledizione, nel caso in cui Utanka non fosse giunto in tempo. In quel mentre, il discepolo entrò in casa, con rispetto, salutò la moglie del precettore e consegnò gli orecchini.
“Utanka” disse: “Siete arrivato nel luogo giusto al momento giusto. Benvenuto figliolo, siete innocente, non vi maledirò. Che la fortuna sia con voi. Ogni vostro desiderio sia coronato di successo”.
Quando il maestro arrivò, rivolgendosi al discepolo, disse: “Benvenuto, qual è il motivo della vostra lunga assenza? Dove siete stato?”.
Il discepolo rispose: “Nell’eseguire i miei affari, sono stato ostacolato dal re dei Naga. Ho soggiornato nelle profondità del loro regno. La, ho incontrato due giovani fanciulle, che sedute a un telaio tessevano un manufatto, utilizzando dei fili bianchi e dei fili neri. La ruota di quel telaio, possedeva dodici raggi ed era mossa da sei ragazzi. Qual è il significato di questa visione? E chi era l’uomo che ho visto? E chi era quello straordinario cavallo? E ancora, chi era quel toro e chi era quel possente uomo che lo cavalcava, che vidi sulla strada, mentre viaggiavo verso la dimora di re Paushya? Chi era quell’uomo che mi disse: “Mangiate lo sterco del toro, il quale un tempo, fu mangiato dal vostro precettore?”. Obbedendo al comando, io ne mangiai. Che cos’era veramente? Illuminami, il mio cuore desidera sapere ogni cosa”.
Vedha, rispose: “Le giovani, si chiamano Data e Vidata, i fili bianchi e i fili neri, sono i giorni e le notti, la ruota è l’anno, i dodici raggi i mesi, i sei ragazzi sono le stagioni, l’uomo è Indra la personificazione della pioggia, il cavallo è Agni la personificazione del fuoco, il toro è Airavata il re degli elefanti, l’uomo che lo montava è Indra il re degli Esseri Celesti e lo sterco è il Soma (nettare dell’immortalità). E’ sicuramente grazie a quest’ultimo, che siete sopravvissuto, entrando nell’impero Naga. Il re degli Esseri Celesti mi è amico e ha voluto essere misericordioso con voi. Per questo  avete potuto fare ritorno sano e salvo. Ora siete veramente libero, andate e che possiate ottenere ogni buona fortuna”.
Sauti continuò: “Congedatosi dal maestro, Utanka furioso con Takshaka e desideroso di vendetta, si diresse verso la città di Astinapura (città degli Elefanti). Giunto in quella capitale, fu ricevuto da re Janamejaya, che nel frattempo era tornato vittorioso da Tacshashila. Al cospetto dell’invincibile monarca, prima pronunciò appropriate parole di benedizione, poi disse: “O re, voi state spendendo il vostro tempo, nei modi di un bambino, quando invece vi sono cose molto più importanti da fare”. Il monarca subito salutò quel migliore tra i brahmana, poi disse: “Ho avuto cura dei miei sudditi, ho alleviato il popolo dai pesanti fardelli che lo affliggeva. Piuttosto, ditemi, cos’è che vi opprime, cosa vi ha spinto al mio cospetto?”.
Utanka disse: “Come un bambino che desidera risposte, io chiedo la vostra attenzione. Il motivo che mi amareggia, riguarda anche la vostra persona, ascoltatemi, vostro padre è stato ucciso da Takshaka, dovete uccidere quel vile e vendicare vostro padre. Il tempo è venuto, l’atto di vendetta è già stato stabilito dal destino. Su dunque, vendicate la morte di vostro padre, il quale fu ucciso e senza ragione ridotto nei cinque elementi. Il malvagio Takshaka, il più spregevole tra la razza dei Naga, intossicato dall’orgoglio, commise un atto non necessario, uccidendo il re vostro padre, il quale era una persona giusta, protettore degli uomini pii e santi.
Maligno in ogni sua azione, Takshaka rimandò indietro il migliore tra i medici, mentre questi veniva a curare vostro padre. E’ stabilito che dovete bruciare quell’infame, nel grande rogo di un sacrificio. Ordinate all’istante che la cerimonia si compia. Potrete così ottenere la giusta vendetta. Provo anch’io rabbia e desiderio di vendetta, per colpa di quel miserabile, gli affari che stavo svolgendo per conto del mio precettore, un giorno sono stati ostacolati, facciamo in modo che il suo destino si compia”.
Dopo aver ascoltato quelle parole, il re s’infuriò. Come le fiamme bruciano il burro sacrificale, quelle parole infiammarono l’animo di Janamejaya. Alla presenza dei ministri, il monarca chiese a Utanka di raccontare i particolari, che portarono suo padre, nella regione dei beati. Dopo aver udito la storia il sovrano fu sopraffatto dal dolore”.