Prefazione del traduttore

Lo scopo del traduttore è di mantenere intatto il senso voluto dall’autore. Deve essere così, è il suo dovere primario, comunque difficile da mettere in pratica, rimane difficoltoso rispecchiare le idee dell’autore senza il sacrificio di alcuni modi di dire e del sapore di tutte le peculiarità proprie della lingua in cui si sta traducendo.
Per quanto riguarda la traduzione dal Sanscrito è arduo rendere le idee Indù, abbordabili per i lettori di lingua inglese. Tuttavia, per quanto è stato possibile, nelle pagine che seguono, il sottoscritto ha tentato di rendere alla lettera il grande lavoro di Vyasa.
Per il lettore di lingua inglese, molte delle cose esposte in queste pagine, per la ristrettezza del linguaggio, potrebbero sembrare ridicole. Alcuni, non essendo esperti in altre lingue, potrebbero non provare interesse nel leggere le materie esposte. Non conoscendo altri modelli, che quelli espressi dalla propria lingua, il loro standard è formato da una conoscenza necessariamente ristretta. Tuttavia, il traduttore, pur rischiando di rendersi ridicolo non ha sacrificato la fedeltà alla composizione originale. Ha rappresentato il suo autore così com’è, senza adattarlo al ristretto gusto di chi non conosce nulla di lui.
Il Sig. Pickford, nella prefazione alla sua traduzione della Mahavira Charita, ha abilmente difeso, la stretta aderenza all’originale, sacrificando alcuni idiomi e rivendicando quella che ha chiamato “libera traduzione”, questo significa, che l’autore ha esposto l’opera senza tener conto della lingua, delle persone cui essa era destinata.
Nella prefazione della sua traduzione dei classici Bhartrihari’s Niti Satakam e Vairagya Satakam, il Sig. C.H. Tawney, disse: “Sono consapevole che in questo lavoro ho cercato di mantenere la colorazione locale del testo. Per esempio: l’idea di adorazione dei piedi di un dio da parte di grandi uomini, che frequentemente compare nella letteratura indiana, farà fare qualche risata agli inglesi inesperti di Sanscrito, specialmente in quella classe di lettori, la cui attenzione è marginale e rimangono ciechi verso ciò che è essenziale. Ma una certa misura di fedeltà verso gli originali, anche correndo il rischio di cadere nel ridicolo, è meglio degli studi disonesti che caratterizzano molte traduzioni degli antichi poeti”.
Noi concordiamo totalmente con quanto detto sopra, abbiamo seguito questa regola, la censura trasmessa da una certa classe di traduttori, non è stata messa in pratica, qui non vi è nulla di simile ai loro “disonesti studi”, essi si sono sforzati di procedere attraverso una visione sbagliata del loro compito, mostrando un errore di testa ma non di cuore .
Più di 12 anni or sono, quando Babu Pratapa Chandra Roy, insieme con Babu Durga Charan Banerjee, vennero alla mia dimora di Seebpore, per offrirmi l’opportunità di tradurre il MahaBharata in inglese, fui meravigliato dalla grandezza del compito. La mia prima domanda fu: “Supponiamo che io sia competente per questo incarico, quando arriveranno i soldi?”. Allora Pratapa mi svelò I dettagli del suo piano, dandomi la speranza, che mi avrebbe assistito prendendosi cura e supportandomi in ogni cosa. Egli sembrava molto entusiasta. Mi mostrò una lettera del Dott. Rost, il quale gli proponeva questa impresa.
Conoscevo Babu Durga Charan da anni e avevo una buona opinione di lui, lo ritenevo una persona erudita, pratica e di buon senso. Calorosamente egli scelse Pratapa per potermi convincere e io lo ascoltai con pazienza. Per completare l’accordo, i due volevano rimanere con me per molti giorni, ma io non ero d’accordo. Per meglio riflettere, mi presi una settimana di tempo. Consultai alcuni dei miei amici letterati, primo tra i quali, il Dott. Sambhu C. Mookherjee. Quest’ultimo era ben informato su Pratapa. Il Dott. Mookherjee, mi disse che Pratapa era un uomo di indomabile energia e perseveranza. Il risultato dell’incontro con il Dott. Mookherjee, fu quello di scrivere una lettera a Pratapa, chiedendogli di tornare a farmi visita. Nel secondo incontro, fu fatta una stima di quanto ardua potesse essere la parte di lavoro che mi era assegnata. Il mio amico, mi aveva lasciato una bozza, che aveva ricevuto dal Dott. Max Muller. Così cominciai lo studio, con cura feci una comparazione tra le sentenze della traduzione con quelle degli originali. A riguardo della translitterazione dei caratteri, non cerano dubbi, ma non vi era scorrevolezza, quindi non poteva piacere al normale lettore. Era una traduzione vecchia di trent’anni, eseguita dall’amico tedesco del grande Pandit. Ho dovuto rivedere tutte le sentenze. Portai a termine le correzioni senza danneggiare la fedeltà dell’originale. La prima copia, circa una dozzina di fogli, fu battuta a macchina. Poi la sottoposi al giudizio di alcuni eminenti scrittori, sia europei che nativi. Fui felice di sapere, che tutti approvarono il campione, così, seriamente, ebbe inizio la traduzione del Mahabharata.
In precedenza all’uscita del primo fascicolo, sorse la domanda a chi doveva essere pubblicamente attribuita la traduzione. Babu Pratapa Chandra Roy non voleva lasciarla anonima. Io ero per l’anonimità. Le mie ragioni si fondavano sull’impossibilità, che una sola persona potesse tradurre la gigantesca opera. Ero risoluto, ero convinto che la mia vita non fosse abbastanza lunga da portare a termine il compito affidatomi. Ci volevano molti anni per portare l’opera a compimento. Oltre alla morte, qualche imprevisto, avrebbe potuto interrompere in qualsiasi momento il mio lavoro. Pensavo fosse di cattivo gusto fare uscire i seguenti fascicoli, con il nome del successore, che compariva insieme al titolo delle pagine. Questa e altre considerazioni, convinsero il mio amico, che il mio punto di vista era corretto. Così ci accordammo, decidendo di non rendere pubblico il nome del solo traduttore. Come compromesso, decidemmo che i primi fascicoli contenessero due prefazioni, una firmata con il nome dell’editore e l’altra firmata dal traduttore. Si era supposto, che questa decisione, avrebbe preservato tutti, da qualsiasi genere d’incomprensione. Nessun lettore avrebbe mai confuso l’editore con il traduttore.
Nonostante il nostro piano, prima che un quarto del lavoro fosse portato a termine, un influente Giornale Indiano, prese di mira il povero Pratapa Chandra Roy, ackushandolo apertamente, di essere complice di un mastodontico inganno letterario. L’accusa, era di aver mostrato al mondo, che il traduttore dell’opera di Vyasa fosse chi lo pubblicava. L’accusa colse di sorpresa il mio amico, anche perché egli, non aveva mai fatto segreto, gli studenti di cultura orientale, di tutti i continenti, sapevano chi era il vero autore. Prontamente scrisse una lettera al giornale, spiegando le ragioni dell’anonimità, facendo notare che sul primo fascicolo distribuito all’estero, vi erano due prefazioni. Leggendole il giornale ammise il suo errore e chiese scusa.
Ora che la traduzione è stata portata a termine, non vi è più ragione, di mettere in secondo piano il nome del traduttore. L’opera è il lavoro di una sola mano. Nelle sezioni Adi e Sabha Parvas, fui assistito da Babu Charu Charan Mookerjee. Circa quattro parti del Sabha Parva furono portate a termine dal Professor Krishna Kamal Bhattacharya e circa metà fascicolo, mentre ero malato, fu portato a termine da un’altra mano. Prima di dare il dattiloscritto alla stampa, questi gentil’uomini me lo passarono, feci le dovute comparazioni, ogni sentenza fu riveduta e corretta, per assicurare l’uniformità di stile con il resto dell’opera. A questo aggiungo, che nel rendere il MahaBharata in inglese, presi un piccolo aiuto, da tre versioni in lingua Bengali, assicurandomi prima, che queste fossero accuratamente tradotte. Trovai inesattezze e molti errori in ognuna di esse. In particolare il Santi, considerato il più difficile tra i diciotto Parva fu reso in modo disordinato da Pandit. Furono evidenziati centinaia di ridicoli errori in entrambe le sezioni chiamate Rajadharma e Mokshadharma. Ho evidenziato molti di questi errori, nei riferimenti a piè di pagina. Non racconto bugie e non mi dichiaro infallibile. Nel MahaBharata vi sono versi, molto difficili da ricostruire. Il maggiore aiuto l’ho ottenuto da Nilakantha. L’autorità di Nilakantha non può essere sfidata. Basta rammentarsi che la sua interpretazione, proviene da maestri lontani nel tempo, bisogna pensarci due volte, prima di rigettare Nilakantha come guida.
Riguardo alle letture adottate, posso dire che per la prima metà del lavoro, ho aderito ai testi Bengali, mentre per quanto riguarda la seconda parte dell’opera, mi sono rifatto all’edizione di Bombay. Molte sezioni delle edizioni Bengali, differiscono ampiamente, nell’ordine dei versi, rispetto all’edizione di Bombay. La mia preferenza è caduta sui testi Bengali, convinto che le sequenze di idee, si siano preservate meglio nelle edizioni bengali piuttosto che in quella di Bombay.
Mi sento in particolar modo in debito, verso Pandit Ram Nath Tarkaratna, l’autore del “Vasudeva Vijayam” e altri poemi. Mi sento in debito verso Pandit ShYama Charan Kaviratna il colto editore del Kaviaprakasha, commentato dal Professor Mahesh Chandra Nayaratna. Mi sento in debito verso Babu Aghore Nath Banerjee il direttore del Bharata Karyalaya. Questi eminenti studiosi, in tutte quelle parti di difficile traduzione, furono i miei punti di riferimento. Questi conoscevano l’insigne studioso Pandit Ram Nath, e sapevano dei miei contatti con lui. Non gli ho mai riferito una difficoltà, che egli non abbia saputo chiarirmi. Sfortunatamente egli non fu sempre a portata di mano per un consulto. Durante la mia residenza a Seebpore, nel tradurre la sezione Mokshadharma del Santi Parva, fui aiutato da Pandit ShYama Charan Kaviratna. Nell’ostentazione delle cose più estreme Kaviratna può essere considerato tra i più colti brahmana in materia di antichità. Anche Babu Aghore Nath Banerjee, momento dopo momento, mi ha portato assistenza, aiutandomi a chiarire ogni mia difficoltà.
Nel compiere un’opera cosi gigantesca, senza l’incoraggiamento di Sir Stuart Bayley, Sir Auckland Colvin, Sir Alfred Croft, Dott. Reinhold Rost e Mons. A. Barth di Parigi, avrei avuto sicuramente serie difficoltà. Tutti questi eminenti studiosi sanno che fin dal suo inizio, la traduzione ha avuto origine dalla mia penna. Non avrei mai potuto farcela, senza l’entusiasmo del mio povero amico Pratapa Chandra Roy, che continuamente mi rincuorava. Sono sicuro, la mia energia è stata messa alla prova, la mia pazienza fu esaurita, ma sono riuscito a continuare, grazie a tutte le parole d’incoraggiamento che ho ricevuto dai promotori di questa impresa e da tutti gli amici.
Nel finire, non posso fare a meno di nominare un’altra volta, il mio capo letterario e amico Dr. Sambhu C. Mookherjee. Per il suo interesse nel mio lavoro, per le ripetute esortazioni, per il continuo inculcarmi pazienza, per la cura con cui leggeva ogni fascicolo, marcando tutti quei passi, il cui topico era di antico interesse, e per le parole di lode che egli pronunciò e per le particolari espressioni di felicità, che s’incontrava guardandolo negli occhi. Questo è ciò che mi ha stimolato più di ogni altra cosa, nel continuare il mio lavoro, che qualche volta mi è sembrato senza fine.

Kisari Mohan Ganguli
Calcutta