Descrizione Progetto

Mahabharata – Vana Parva – Arjunabhigamana Parva – Sezione 22

Krishna continuò: “Ripreso l’arco, ricominciai a trafiggere le teste dei nemici dei Sura che stavano sopra il Saubha. Ricominciai a lanciare con l’arco Saranga, molte frecce dalla forma di serpente, capaci di raggiungere grandi altezze, tutte dotate di grande energia. O re, non potevo vedere il Saubha, in quanto a causa di un incanto era scomparso. Rimasi stupito. Quell’armata di Asura, dai visi terribili, dai capelli orribili, lanciarono uno spaventoso urlo, io rimasi in attesa del carro Saubha. In quella grande battaglia, il mio proposito era quello di ucciderli, fissai nell’arco un arma capace di trucidare i nemici, seguendo le onde sonore delle loro voci, ma il ruggito cessò. Tutti quei Danava che erano stati mandati avanti morirono a causa dei miei proiettili, brillanti come il Sole, capaci di colpire un nemico attraverso il suono della loro voce. Quando i colpi dei Danava cessavano da una parte, subito iniziavano da un’altra, lanciai le armi anche in quella direzione. In questo modo gli Asura ripresero ad urlare, il loro ruggito poteva essere udito in tutte le direzioni. Li ho uccisi tutti. Guardandomi intorno, avvicinandomi, il carro Saubha, capace di raggiungere qualsiasi luogo, apparve di nuovo. Poi quegli agenti distruttivi, quei Danava dalle forme terribili, mi ricoprirono lanciandomi grandi quantità di pietre. Provarono più volte ad uccidermi con le pietre, coperto da quelle rocce sembravo una montagna. Io, il mio auriga, i miei cavalli, eravamo tutti ricoperti di pietre, fino alla cima dello stendardo, non potevamo vedere nulla. Le mie armate prese dal panico cominciarono a fuggire ovunque. Vedendomi in quello stato, il firmamento, il cielo e la terra, esclamarono: “Oh, poveri noi”. I miei amici, afflitti dal dolore, preoccupati cominciarono a piangere e aspettavano in ansia. La gioia pervadeva il cuore dei nemici, come il dolore pervadeva il cuore dei miei uomini. Questo l’ho saputo dopo che ebbi sconfitto gli avversari. Impugnata la saetta, l’arma preferita da Indra, mi liberai dalle pietre, ridussi in briciole quei grandi massi. I miei cavalli, afflitti dal peso delle rocce, tremavano, erano sul punto di morire. Nel rivedermi, tutti i miei amici ricominciarono a gioire, così come uno gioisce nel vedere il Sole riapparire nel cielo dopo che le nuvole si sono disciolte. Vedendo i miei cavalli ancora afflitti dal peso delle pietre, sul punto di spirare, il mio auriga, con parole adatte all’occasione, disse: “O discendente dei Vrisni, guardate Salwa il signore del Saubha è là, non trascuratelo, continuate a combattere. Non dimenticatevi di lui, uccidetelo, non lasciatelo vivere un momento di più. Un nemico deve sempre essere ucciso. Nemmeno un nemico debole deve essere trascurato da un uomo forte. Nemmeno se questo si trova ai propri piedi, non bisogna perdersi in parole quando si è in battaglia, o Krishna sforzatevi di ucciderlo. Conquistatelo, non ritardate nel farlo. Questo non può essere ucciso con mezzi normali. Non può essere un amico, colui che ha devastato Dwarka e che ora sta combattendo con voi”. Udite le parole dell’auriga, sapendo che quelle parole erano vere, ricominciai a combattere con l’intenzione di uccidere Salwa e distruggere il suo Saubha. Dissi all’auriga: “State fermo”. Quindi fissai all’arco, nel distruttore di Danava, la mia arma favorita, dalle origini celesti, risplendente e di potenza irresistibile, brillava di bruciante energia, non poteva essere fermata, era in grado di penetrare qualsiasi cosa. Dissi: “Vai distruggi il Saubha e tutti i nemici che contiene”. Dette queste parole, dopo averla caricata con dei mantra, in collera, con la forza delle mie braccia, lanciai il potente disco, capace di ridurre in cenere gli Yaksha, i Rakshasa, i Danava e i re nati da una razza impura, tagliente come un rasoio, il quale è come Yama, in grado di uccidere tutti i nemici. Lanciato nel cielo, il disco Sudarshana, sembrava brillare come il Sole alla fine dello Yuga. Avvicinatosi al Saubha, il quale era grande come una città, lo splendore di quel carro scomparve, il disco procedeva dritto, lo vidi tagliato a metà come fosse un grosso albero. Tagliato in due dalla forza del Sudarshana, il Saubha precipitò come la città di Tripura colpita da Siva. Dopo che il Saubha fu caduto, il disco tornò nella mia mano. Poi lo lanciai di nuovo, urlando: “Vai da Salwa”. Raggiunto, mentre era sul punto di lanciare una grossa clava, Salwa fu tagliato in due. Con il suo splendore, il disco spense il nemico. Quando quel coraggioso nemico fu ucciso dal mio arco, tutti i Danava, esclamando: “Oh, poveri noi”, fuggirono via. Puntato il carro, davanti al Saubha, suonai la conchiglia, rallegrando il cuore dei miei amici. Vedendo il loro carro, grande come una città, alto come la cima del monte Meru, con i suoi palazzi, arcate, distrutto e in fiamme, tutti i Danava fuggirono terrorizzati. Ucciso Salwa e distrutto il Saubha, tornai ad Anartha per deliziare i miei amici. O Re, questa è la ragione per cui non venni ad Hastinapura. Se fossi venuto, Duryodhana non sarebbe sopravvissuto sufficientemente per vincere il gioco, questo non avrebbe avuto luogo. Cosa posso fare oggi? E’ difficile fermare l’acqua, quando una diga è stata rotta”.
Vaisampayana continuò: Dopo aver detto queste cose, quel bel uccisore di Madhu, quel migliore tra gli uomini, salutò i Pandava e si preparò a partire. Yudhishthira lo salutò, Bhima lo abbracciò e gli annusò la testa. Con reverenza, fu abbracciato da Arjuna e dai gemelli Nakula e Sahadeva. Fu onorato da Dhaumya e omaggiato da Draupadi in lacrime. Facendo salire Subhadra e Abimanyu sul carro dorato, dopo essere stato salutato dai Pandava, salì anche lui a bordo. Consolato Yudhishthira, Krishna ripartì per Dwarka a bordo del carro, splendente come il Sole, trainato dai cavalli Saibhya e Sugriva. Quando quell’eroe della stirpe Dasraha fu lontano, Dhristadyumna il figlio di Prisata, portò con se, nella sua città, il figlio di Draupadi. Dopo aver visto i Pandava, Dhristaketu il re di Chedi, prendendo con se sua sorella Karenumati, la moglie di Nakula, fece ritorno alla sua deliziosa città, chiamata Suktamati. Anche i Kaikeya con il permesso dell’energico Yudhishthira il figlio di Kunti, salutati tutti se ne andò. Malgrado che i brahmana e i vaisya e altri sudditi, furono spinti ad allontanarsi, non volevano lasciare i Pandava. Quella schiera di gente che nella foresta di Kamyaka, circondava quelle grandi anime dei Pandava era straordinaria. Onorati quelle grandi anime dei brahmana, nel momento giusto, Yudhishthira ordinò che il suo carro fosse preparato.