venerdì, Dicembre 2, 2022
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Aranyaka Upanishad

QUARTA LETTURA

Primo Brahmana
1—Yanaka da Videha teneva seduta; ed allora Vajnavalkya intervenne. Yanaka da Videha disse: —Vajnavalkya, con quale scopo sei tu venuto? Desideri del bestiame o le questioni sottili? —L’uno e le altre, Re, —diss’egli. Quello che ciascuno t’ha detto, sentiamolo [ripetere].
2—Udanka Caulbayana m’ha detto: —Il soffio, in verità, è Brahma. —Come uno il quale ha una madre, come uno che ha un padre, come uno che ha un maestro che per istruirlo parlasse, cosi (Caulbayana ha detto: “Il soffio è Brahma”. Effettivamente, per colui che non respira, che cosa gli resterebbe? Ti ha egli detto il suo soggiorno, il suo punto di appoggio? —Il suo Brahma non ha che un piede, o Re.
3—Diccelo tu, adunque, Yajnavalkya. —Il soffio è il suo soggiorno, lo spazio è il suo punto di appoggio, che lo si adori chiamandolo caro. —Qual è la qualità di caro, Yajnavalkya? —È il soffio stesso, o Re — diss’egli. È per l’amore del soffio che si offrono sacrifici per gli interdetti, che si accetta da un indegno. Se si ha paura di perire, in qualunque posto si vada, è per amore del soffio. Il soffio in verità, o Re, è il brahma supremo. Il soffio non abbandona costui, tutti gli esseri proteggono costui.
4—Divenuto Dio, va verso gli Dei, quegli che, cosi sapendo, l’adora. —Io ti regalo mille vacche con un toro-elefante, — disse Yanata da Videha. Yajnavalkya rispose: —Mio padre pensava: “Non si deve prender nulla senza avere istruito”. Chi ti ha parlato e di che cosa?
5—Yitvan Cailina m’ha detto : < La voce, in verità, è Brahma”. Come uno il quale ha una madre, come uno il quale ha un padre, come uno che ha un maestro che per istruirlo parlasse, così Cailina ha detto: “La voce è Brahma”. In effetti, per chi non parla, che gli resterebbe? Ti ha egli detto il suo soggiorno, il suo punto di appoggio? —Non me lo ha detto. —Il suo Brahma non ha che un piede, o Re.
6—Diccelo tu, adunque, Yajnavalkya. — La voce è il suo soggiorno, lo spazio è il suo punto di appoggio, che la si adori chiamandola sapiente. Qual è la qualità di sapiente, Yajnavalkya? —È la voce stessa, o Re — diss’egli. È per mezzo della voce, in verità, o Re, che si conosce un parente; il Rig-Veda, il Yaur-Veda, il Sama-Veda, gli Atharvangiras, l’itihasa, il purana, la Scienza, le upanishads, le stanze, gli aforismi, i commentari, le chiose, è per mezzo della voce che sono noti, o Re. La voce, in verità, o Re, è il brahma supremo.
La voce non abbandona costui, tutti gli esseri proteggono costui;
7—Divenuto Dio, va verso gli Dei, quegli che, cosi sapendo, l’adora. —Io ti regalo mille vacche ed un toro-elefante —disse Yanaka da Videha. Yajnavalkya rispose: —Mio padre pensava: “Non si de ve prender nulla senza aver istruito”. Chi ti ha parlato e di che cosa?
8—Barku Barshna m’ha detto: “L’occhio, in verità, è Brahma”. — Come uno il quale ha una madre, come uno il quale ha un padre, come uno il quale ha un maestro che per istruirlo parlasse, così Barshna ha detto: “L’occhio è Brahma”. Effettivamente, per chi non vede, che gli rimarrebbe? Ti ha egli detto il suo soggiorno, il suo punto di appoggio? —Non me lo ha detto. —Il suo Brahma non ha che un piede, o Re.
9—Diccelo, tu, adunque, Yajnavalkya. —L’occhio è il suo soggiorno, lo spazio è il suo punto di appoggio, che lo si adori chiamandolo vero. —Qual è la qualità del vero, Yajnavalkya? — È l’occhio stesso, o Re — diss’egli. —A colui, in verità, che ha visto con i propri occhi, gli si domanda: “Tu l’hai visto?”. Ed egli risponde: “Io l’ho visto”. Ciò è il vero. L’occhio in verità, o Re, è il brahma supremo. L’occhio non abbandona costui, tutti gli esseri proteggono costui. 
10—Divenuto Dio va verso gli Dei, quegli che, cosi sapendo, l’adora. —Io ti regalo mille vacche ed un toro-elefante, disse Yanaka da Videha. Yajnavalkya rispose: —Mio padre pensava: “Non si deve prender nulla senza avere istruito”. Chi t’ha parlato e di che cosa?
11—Guardabhivipita Bharadvaja ha detto: “L’orecchio, in verità, è Brahma”. —Come uno il quale ha una madre, come uno il quale ha un padre, come uno il quale ha un maestro che per istruirlo parlasse, così Bharadvaja ha detto: “L’orecchio è Brahma”. Effettivamente, per chi non intende, cosa gli rimarrebbe? Ti ha egli detto il suo soggiorno, il suo punto di appoggio? —Non me lo ha detto. —Il suo Brahma non ha che un piede, o Re.
12—Diccelo tu, adunque, Yajnavalkya. —L’orecchio è il suo soggiorno, lo spazio è il suo punto di appoggio, lo si adori chiamandolo infinito. —Qual è la qualità d’infinito, Yajnavalkya? —I punti cardinali stessi, o Re, —diss’egli. —È perciò che qualunque sia il punto verso il quale si vada, non si arriva giammai alla fine: perché i punti cardinali non hanno termine. L’orecchio è i punti cardinali. L’orecchio, in verità, o Re, è il Brahma supremo. L’orecchio non abbandona costui, tutti gli esseri proteggono costui.
13—Divenuto Dio, va verso gli Dei quegli che, così sapendo, l’adora. —Io ti regalo mille vacche ed un toro-elefante, —disse Yanaka da Videha. Yajnavalkya rispose: —Mio padre pensava: “Non si dev e prender nulla senza avere istruito”. Chi ti ha parlato e di che?
14—Satyakama Jabala m’ha detto: “Il manas, in verità, è Brahma”. —Come uno il quale ha una madre, come uno il quale ha un padre, come uno il quale ha un maestro che per istruirlo parlasse, cosi Satyakama ha detto: “il manas è Brahma”. Effettivamente per colui che non pensa, che cosa gli rimarrebbe? Ti ha egli detto il suo soggiorno, il suo punto di appoggio? —Non me lo ha detto. —Il suo Brahma non ha che un piede, o Re.
15—Diccelo tu, adunque, Yajnavalkya. —Il manas è il suo soggiorno, lo spazio è il suo punto di appoggio, che lo si adori chiamandolo beatitudine. —Qual è la qualità di beatitudine, Yajnavalkya? —È il manas stesso, o Re —diss’egli. — Per mezzo del manas, in verità, o Re, si va con amore verso una donna, ed in essa si genera un figlio conforme: è la beatitudine. Il manas, in verità, o Re, è il brahma supremo. Il manas non abbandona costui, tutti gli esseri proteggono costui.
16—Divenuto Dio va verso gli Dei quegli che, così sapendo, l’adora. —Io ti regalo mille vacche ed un toro-elefante —disse Yanaka da Videha. Yajnavalkya rispose: —Mio padre pensava: “Non si deve prender nulla senza aver istruito”. Chi t’ha parlato e di che?
17—Vidagdha Cakalya m’ha detto: “Il cuore, in verità, è Brahma”. —Come uno il quale ha una madre, come uno il quale ha un padre, come uno il quale ha un maestro che per istruirlo parlasse, così Cakalya ha detto: “Il cuore è Brahma”. Effettivamente per colui che non ha cuore, che cosa gli rimarrebbe? Ti ha egli detto il suo soggiorno, il suo punto di appoggio? —Non me lo ha detto. —Il suo Brahma non ha che un piede, o Re.
18—Diccelo tu, adunque, Yajnavalkya. —Il cuore è il suo soggiorno, lo spazio è il suo punto di appoggio, che lo si adori chiamandolo stabilità. —Qual è la qualità di stabilità, Yajnavalkya? —È il cuore stesso, o Re, —diss’egli. Il cuore, in verità, o Re, è la base di tutti gli esseri: perché per mezzo del cuore tutti gli esseri hanno un punto di appoggio. Il cuore, in verità, o Re, è il Brahma supremo. Il cuore non abbandona costui, tutti gli esseri proteggono costui.
19—Divenuto Dio va verso gli Dei, quegli che, così sapendo, l’adora. —Io ti regalo mille vacche ed un toro-elefante —disse Yanaka da Videha. Yajnavalkya rispose: —Mio padre pensava: “Non si deve prender nulla senza avere istruito”.

Secondo Brahmana
1—Allora Yanaka da Videha discese con rispetto dal suo sedile di vellutata erba e gli disse: —Omaggio a te, Yajnavalkya; insegnami. Ed egli rispose: “Nella stessa guisa che, certamente, o Sovrano, colui che parte per un lungo viaggio si procurerebbe un carro ed un battello, parimenti tu hai il tuo atman provvisto di queste upanishads. Essendo, come tu lo sei, il Capo, essendo ricco, avendo appreso i Veda ed intese le upanishads, al momento nel quale sarai liberato da questo mondo, dove te ne andrai? —Non lo so, venerabile, ove io me ne andrò. —Ebbene, io mi accingo a dirtelo, ove tu te ne andrai. —Che il venerabile parli.
2—Ed egli disse: — In verità, si chiama il Fiammeggiante questo purusha che è nell’occhio destro. Quello adunque che è fiammeggiante, Indra, lo chiamano cosi, siccome di comportamento latente. Perché gli Dei preferiscono in qualche modo il latente e detestano il manifesto.
3—Ed inoltre, quest’apparenza di purusha che è nell’occhio sinistro, è la sua sposa Viràj. Di questi due l’unione è nello spazio all’interno del cuore. E di questi due il nutrimento è la mas sa rossa nell’interno del cuore. E di questi due l’inviluppo è quella specie di filamento nell’interno del cuore. E di questi due, il cammino, praticabile, è quell’arteria che sale dal cuore.
4—E vi sono dei vasi chiamati hitas i quali sono come un capello tagliato in mille. Per mezzo di questi vasi ciò che scorre, scorre verso di esso. È perciò ch’esso ha un nutrimento più raffinato di quello di questo atman corporale.
5—Esso ha per est i soffi davanti, per sud i soffi alla destra, per ovest i soffi di dietro, per nord i soffi che salgono in pendio, per zenit i soffi che si elevano verticalmente, per nadir i soffi che discendono verticalmente: quanti i punti cardinali, tanti i soffi. 
6—Esso è: No, no, questo atman: inafferrabile, perché non è tangibile, infrangibile perché non è rotto, senza legame, senza affezioni, non è vincolato, non vacilla mai. L’assenza del dubbio, in verità, Yanaka, tu l’hai acquistata. —Così parlò Yajnavalkya. E Yanaka da Videha gli disse: —Omaggio a te, Yajnavalkya: che l’assenza del dubbio da te emani, tu che, venerabile, ci hai fatto conoscere l’assenza del dubbio. Ecco i Videhas, eccomi.

Terzo Brahmana
1—Ora, presso Yanaka da Videha si recò Yajnavalkya. Egli pensava: “Io non parlerò”. E, quando Yanaka da Videha e Yajnavalkya parlarono sul sacrificio del fuoco, Yajnavalkya gli concesse un dono da scegliere. E l’altro scelse di interrogarlo a suo piacimento; ed egli glie lo concesse. Ed è così che il sovrano l’interrogò pel primo.
2—Yajnavalkya, quale luce ha questo purusha? —Il Sole è la sua luce, o Sovrano, —diss’egli. —È con la luna per luce ch’esso è stabile, ch’esso circola, ch’es so inizia l’opera, ch’esso se ne ritorna presso di sé. —Ciò è esatto, Yajnavalkya.
4—Quando il sole è tramontato, Yajnavalkya, quando la luna è tramontata, quale luce ha questo purusha? —Il fuoco è la sua luce, o Sovrano —diss’egli. È con il fuoco per luce ch’esso è stabile, ch’esso circola, ch’esso inizia l’opera, ch’esso se ne ritorna presso di sé. —Ciò è esatto, Yajnavalkya.
5—Quando il sole è tramontato, montata, quando il fuoco soccombe, quale luce ha questo purusha? —La voce è la sua luce, o Sovrano —disse egli. —È con la voce per luce ch’esso è stabile, ch’esso circola, ch’esso inizia l’opera, che esso se ne ritorna presso di sé. È per questo, o Sovrano, che quando non si distingue più la propria mano, laddove la voce si leva, ci si dirige verso detto punto. —Ciò è esatto, Yajnavalkya.
6—Quando il sole è tramontato, Yajnavalkya, quando la luna è tramontata, quando il fuoco soccombe, quando la voce cade, quale luce ha questo purusha? — L’atman è la sua luce, o Sovrano —diss’egli. —È con l’atman per luce ch’esso è stabile, ch’esso circola, ch’e so inizia l’opera, ch’esso se ne ritorna presso di sé.
7—Qual è, questo atman? —Questo purusha ch’è fatto di distinta conoscenza nei soffi, nel cuore luce interna, eguale a sé stesso: esso percorre i due mondi; si direbbe che rifletta; si direbbe che si agiti; divenuto sonno accompagnato dal pensiero, esso sormonta questo mondo qui.
8—In verità questo purusha, quando nasce, quando si riveste di un corpo, entra in contatto con i mali; e quando se ne distacca, quando muore, abbandona i mali che sono le forme della morte.
9In verità, di questo purusha vi sono due residenze: questa ed il soggiorno dell’altro mondo. L’intermediaria, la terza, è il soggiorno del sonno; e in questo soggiorno intermedio, allorché vi permane, esso percepisce i due mondi: tanto questo quanto il soggiorno dell’altro mondo.
10—Ora, secondo ch’esso abbia preso la sua direzione verso il soggiorno dell’altro mondo, presa questa direzione, esso vede ad un tempo i mali ed i piaceri. E quando esso dorme sognando, avendo preso in sé una particella di questo insieme, distruggendo da se stesso, fabbricando da se stesso, per mezzo del suo proprio splendore, per mezzo della sua propria luce, esso dorme sognando: allora questa purusha ha la sua luce da se stesso. 
11—Là non vi sono né carri, né mute, né strade, ed esso emette da se stesso: carri, mute e strade; là non vi sono piaceri, né gioie, né allegrezze, ed esso emette da sé piaceri, gioie e allegrezze; là non vi sono laghi, fiumi, né stagni di loto, ed esso emette da sé: laghi, fiumi e stagni di loto: perché è esso che crea.
12—Ed ecco ancora dei versi: “Per mezzo del sonno, mantenendo in completo riposo il corporale, esso che non è addormentato, illumina del suo sguardo coloro che sono addormentati. Essendosi impossessato della luce, esso riede al suo soggiorno, fatto d’oro, purusha, il cigno unico.
13—Per mezzo del suo soffio proteggente il nido al disotto, al di fuori del nido immortale vagabondando, esso va, va, l’immortale, laddove gli piace, fatto d’oro, purusha, il cigno unico.
14—Nello stato di sonno, in alto, in basso, andando, andando, il Dio si crea numerose forme, o come gioendo
con le donne, raggiante di riso, o come faccia a faccia con dei pericoli.
15—Si vede il suo dilettevole asilo; esso, nessuno lo vede. È perciò che si dice: Non svegliate bruscamente. Vi sono delle difficoltà per guarire colui presso del quale esso non ritorna.
16—Ma dicesi anche: “Dopo tutto, non è quello là se non un luogo di veglia per esso: perché è propriamente ciò che vede sveglio ch’esso anche vede sognando”. Allora questo purusha ha la sua luce da sé stesso. —Ciò è esatto, Yajnavalkya, ecco, io regalo al venerabile un migliaio; ancora, parla per la liberazione.”
17—E questo stesso purusha in questo stato di sonno, essendosi dilettato, avendo vagabondato, avendo visto il bene ed il male, in senso inverso ritorna correndo presso di sé, per il risveglio. Di tutto quanto esso ha potuto vedere in quello stato, nulla lo accompagna. Questo purusha è senza legami. Ciò è esatto, Yajnavalkya; ecco, io regalo al venerabile un migliaio; ancora, parla per la liberazione.
18—È come un gran pesce che rasenta le due rive da un lato e dall’altro; nello stesso modo questo purusha rasenta questi due estremi, lo stato di sonno e quello di veglia.
19—Nello stesso modo che in questo spazio uno sparviero ed un’aquila, avendo volteggiato in circolo, stanchi, librandosi sulle ali, pianeggiano portandosi al proprio nido, cosi questo purusha corre a questo limite ove, essendo addormentato, esso non desidera alcun desiderio, non vede alcun sogno.
20—Ora, i vasi chiamati hitas, simili ad un capello sezionato in mille, sono di uguale tenuità, pieni di bianco, di blu, di fulvo, di verde, di rosso; e laddove gli sembra che lo si uccida, che lo si soggioghi, che un elefante lo stringa da vicino, ch’esso cada in un pozzo, ed ogni pericolo che vede sveglio, esso immagina, in questo stato, per ignoranza, il medesimo pericolo. E laddove esso si crede come un re, come un Dio, laddove esso pensa “io sono tutto ciò”, è il suo mondo supremo. E poscia, laddove, essendo addormentato, esso non desidera alcun desiderio, non vede alcun sogno.
21—Tale è per esso la forma dove l’atman è il suo desiderio, dove ha ottenuto il suo desiderio, dove esso è senza desiderio. Come un uomo fra le braccia della donna amata dimentica ciò che lo circonda ed ogni lavorio interno, ugualmente questo atman corporale, abbracciato dall’atman intellettuale, nulla più conosce del di fuori e del di dentro.
22—È quella la sua forma dove il male è distrutto, ove non sussiste alcun timore, ove non vi è intorbida mento di dispiaceri. In questo stato qui, il padre è non-padre, la madre non-madre, i mondi non-mondi, gli Dei non-Dei, i Veda non-Veda, i sacrifici non-sacrifici. In questo stato qui, il ladro è non ladro, l’abortitore non-abortitore, il paulkasa non-paulkasa, il candala non-candala, il cramana non-cramana, l’asceta non-asceta. Non v’ha bene che lo segua, non v’ha male che lo segua, perché esso allora è passato al di là di ogni afflizione del cuore.
23—E s’esso non vede Ciò, è quando esso vede che non vede Ciò: il visibile; in effetti, il veggente e la vista non si separano, a cagione dell’imperibilità, e dall’altra parte non v’ha, quale secondo, un Ciò diverso da esso, distinto, ch’esso vegga.
24—E se esso non sente Ciò: è quando esso sente che non sente Ciò: l’odorabile; in effetti, l’odorante e l’odore non si separano, a cagione dell’imperibilità, e dall’altra parte non v’ha, quale secondo, un Ciò diverso da esso, l’istinto, ch’esso odori.
25—E se esso non gusta Ciò: è quando esso gusta che non gusta Ciò: il sapore; in effetti, il gustatore ed il sapore non si separano, a cagione dell’imperibilità, e d’altra parte, non v’ha, quale secondo, un Ciò diverso da esso, distinto, che gusti.
26—E se esso non parla Ciò, è quando parla che non parla Ciò, il dicibile; in effetti il parlatore e la parola non si separano a cagione dell’imperibilità, e d’altra parte non v’ha, come secondo, un Ciò diverso da esso distinto, che parli.
27—E se esso non intende Ciò: è quando intende che non intende Ciò, l’audibile; in effetti l’uditore e l’audizione non si separano a cagione della imperibilità, e d’altra parte non v’ha, come secondo, un Ciò diverso da esso, distinto, ch’esso intenda.
28—E se esso non pensa Ciò: è quando pensa che non pensa Ciò, il pensabile; in effetti il pensatore ed il pensiero non si separano, a cagione dell’imperibilità, e d’altra parte non v’ha quale secondo, un Ciò diverso da esso, distinto, che pensi.
29—E se esso non tocca Ciò: è quando tocca che non tocca Ciò, il tangibile; in effetti il tastatore ed il toccare
non si separano a cagione dell’imperibilità, e d’altra parte non v’ha, quale secondo, un Ciò diverso da esso, distinto, che tocchi.
30—E se esso non discerne Ciò: è quando esso discerne che non discerne Ciò, il discernevole; in effetti, il discernitore ed il discernimento non si separano, a cagione dell’imperibilità, e d’altra parte non v’ha quale secondo, un Ciò diverso da esso, distinto, che di scerna.
31— “Sull’Oceano, solo, il veggente senza secondo; è quello il mondo di Brahma, o Sovrano”. Cosi gli disse.
32“E’ quella la sua suprema pienezza, è quello il suo mondo supremo, è ivi la sua beatitudine suprema. Di questa stessa beatitudine gli altri esseri non hanno che una particella per viverne.
33“Colui fra gli uomini che è nella prosperità, nell’abbondanza, il Capo degli altri, che gode più degli al tri di queste soddisfazioni umane, possiede la beatitudine suprema degli uomini.
34 “E cento beatitudini degli uomini fanno una beatitudine dei Pitris che hanno conquistato il loro mondo.
35“E cento beatitudini dei Pitris che hanno conquistato il loro mondo, fanno una beatitudine dei Karmadevas, quelli che hanno raggiunto la divinità per mezzo delle opere.
36“E cento beatitudini dei Karmadevas, fanno una beatitudine degli Ajanadevas ed anche d’un Crotrya senza peccato, che il desiderio non ha abbattuto.
37“E cento beatitudini nel mondo degli Dei fanno una beatitudine nel mondo dei Gandharvas ed anche di un Crotrya senza peccato, che il desiderio non ha abbattuto.
38“E cento beatitudini nel mondo dei Gandharvas fanno una beatitudine nel mondo di Praiapati ed anche di un Crotrya senza peccato, che il desiderio non ha abbattuto.
39“E cento beatitudini nel mondo di Prajapati fanno una beatitudine nel mondo di brahma ed anche d’un Crotrya senza peccato, che il desiderio non ha abbattuto, “E’ questo il mondo di Brahma, o Sovrano”. Cosi gl’insegnò. “È cotesto l’immortale. — Io, eccomi, do al venerabile un migliaio, continua, parla per la liberazione”.
40“E questo medesimo purusha in questa pace perfetta, essendosi dilettato, avendo vagabondato, avendo visto il bene ed il male, in senso inverso ritorna correndo verso sé per il risveglio. Di tutto ciò che egli può aver visto in questo stato, nulla lo segue. Questo purusha è senza affezioni (legami)”. —Ciò è esatto, Yajnavalkya: io, eccomi, do al venerabile un migliaio; continua, parla per la liberazione”.
41—A questo punto Yajnavalkya ebbe paura. “Questo Re è intelligente; egli mi ha sloggiato da tutte le mie posizioni. “Quando si diventa emaciati, è a cagione della vecchiaia o della febbre ch’uno diventa emaciato. Come un frutto d’amra, d’udumbara o di pip pala si distacca dal suo picciolo, similmente questo atman corporale, essendosi distaccato dalle proprie membra, ritorna, correndo in senso inverso presso di sé, per respirare.
42“E come un carro molto carico, nel trainarlo geme, similmente questo atman corporale, carico sempre del l’atman intellettuale, va gemendo.
43“E come allorquando il Re arriva, gli ugras, i magistrati, gli scudieri, i capi del villaggio con cibi e bevande e letti si mettono ai suoi ordini: — Eccolo che viene, eccolo che arriva. – similmente per colui che per tal modo sa, tutti gli esseri si mettono ai suoi ordini: —Ecco il Brahma che viene, eccolo che arriva.
44“E come allorquando il Re sta per andarsene, gli ugras, i magistrati,
gli scudieri, i capi del villaggio si assembrano per rendergli omaggio, similmente, per colui che per tal modo sa, tutti i soffi si assembrano per rendergli omaggio nel momento nel quale spira”.

Quarto Brahmana
1“Quando questo atman corporale, essendo caduto in uno stato di debolezza, cade in una specie di smarrimento, in tale momento tutti i suoi soffi vengono a riunirsi intorno a lui. A- vendo raccolte insieme queste parti- celle di splendore, esso discende al cuore.
2“Ed allorquando questo purusha che è nell’occhio se ne ritorna indietro, allora esso non conosce più la forma: esso diventa uno, non vede più, dicesi; esso diventa uno, non sente più, dicesi; esso diventa uno, non gusta più, dicesi; esso diventa uno, non parla più, dicesi; esso diventa uno, non intende più, dicesi; esso diventa uno, non tasta più, dicesi; esso diventa uno, non di-scerne più, dicesi.
3“E la punta del suo cuore splende; e con l’aiuto di questo splendore l’atman se ne va, sia per la testa, sia per l’occhio, sia per altre parti del corpo. Quando sorte e s’innalza, il soffio sorte e s’innalza seguendolo. Quando il soffio sorte e s’innalza seguendolo, tutti i soffi sortono e s’innalzano seguendolo. La pienezza della conoscenza sopravviene dopo; quello che è il conoscente diventa il conoscente che discerne. Ed a questo si attaccano la scienza e l’opera insieme, in seguito, ed anche le sue capacità anteriori.
4“E come un bruco che arrivato all’estremo di un filo d’erba contrae il suo atman, similmente questo purusha avendo abbandonato quaggiù il suo corpo, dopo averlo fatto passare attraverso la ignoranza, contrae il suo atman.
5“E come un orafo, prendendo un oggetto di oreficeria ne fabbrica uno di forma più nuova e più bella, così questo purusha, avendo abbandonato quaggiù il suo corpo, avendolo fatto passare attraverso la ignoranza, si fabbrica una forma più nuova o di Pitri o di Gandharva, o di Brahma, o di Prajapati o di Dio, o di uomo o di qualunque altro essere.
6—In verità, è Brahma questo atman ‘atto di discernimento, fatto di manas, fatto di voce, fatto di soffio, fatto d’occhio, fatto d’orecchio, fatto di spazio, fatto di vento, fatto di splendore, fatto d’acqua, fatto di terra, fatto di collera, fatto di non-collera, fatto di gioia, fatto di non-gioia, fatto di dharma, fatto di non-dharma, fatto di tutto. E quando si dice: “esso è fatto di questo, esso è fatto di quest’altro”, come agisce, qual è la sua condotta, tale diviene. Agendo bene, esso diventa buono; agendo male, diviene cattivo; diventa santo facendo opera santa, cattivo per le cattive.
7—Altri dicono, io lo so: “questo purusha è fatto di desiderio”. Tale il suo desiderio, tale il suo volere; tale è il suo volere, tale l’opera ch’esso opera; qualunque opera che esso operi, ne raccoglie il frutto.
8—Vi sono questi versi: Ecco la verità: con l’opera esso va verso lo scopo preciso al quale il suo manas è legato; arrivato alla fine di quest’opera, qualunque opera esso operi quaggiù, esso ritorna dal mondo di là a questo mondo qui per operare r opera. Questo, almeno, per quelli che desiderano. E quelli che non desiderano? Colui che è senza desiderio, liberato dal desiderio e del quale l’atman è il solo desiderio, che ha soddisfatto il proprio desiderio, da costui i soffi non sfuggono elevandosi; in esso questi si depositano tutti insieme; essendo il brahma, esso va al brahma.
9—Sonvi questi versi: Quando sono rigettati tutti i desideri che s’appoggiavano sul suo cuore, allora il mortale diviene immortale, in esso il brahma lo mangia. 
10—È come una pelle di serpente su un formicaio, morta, messa da parte, che giace, così questo corpo giace. Ed allora questo atman senz’osso, senza corpo, intelligente, è il brahma medesimo, è il mondo stesso, o Sovrano. —Così parlò Yajnavalkya. —Io regalo un migliaio al venerabile. —Così disse Yanaka da Videha.
11—Ecco dei versi: Seguito è il cammino, lungo antico: l’ho accennato, io l’ho trovato durante il percorso. È per di là che i nobili se ne vanno, quelli che conoscono il brahma, elevandosi verso il mondo dello Svarga, liberati da quaggiù.
12—Su questo cammino vi sono, dicesi, il bianco, il blu, il rossigno, il verde, il rosso; questo cammino è stato trovato lungo il percorso dal Brahma; è per di là che s’incammina colui che conosce il Brahma, splendente e di sante opere.
13—Entrano nelle cieche tenebre, coloro che professano la negazione delle rinascite; più fitte tenebre avvolgono coloro che nelle, rinascite se la godono.
14—Quei mondi si chiamano asuryas; e sono inviluppati da fittissime tenebre. È là che dopo la morte sen vanno coloro che non sanno, coloro che non comprendono.
15—Quello che noi siamo, è quello, sì, è quello che noi diventiamo; se non lo si sa, grande è la perdizione. Coloro che hanno appreso ciò, divengono immortali e gli altri vanno verso il Dolore.
16—Se l’atman riconoscesse sé stesso, dicendosi: Io lo sono, il purusha, quale desiderante, per quale attrazione seguirebbe il corpo?
17—Per colui che ne ha trovata la traccia e che è perciò chiaramente illuminato,, è l’Atman, che è, dopo aver penetrato profondamente quell’abisso di incertezze, l’agente universale, l’operaio di tutte le cose, di esso è il mondo; è esso il mondo.
18—Quand’esso lo segue con gli occhi, l’atman, il Dio, faccia a faccia, il Signore del passato e del futuro, allora esso non ha più incertezza.
19—Quello nel quale i cinque Cinque e lo spazio hanno il loro punto di appoggio, è quello che io considero quale atman, me sapiente, esso Brahma: me immortale, esso immortale.
20—Quello intorno al quale l’anno ed i giorni si svolgono, gli Dei l’adorano quale luce delle luci, quale vita, quale l’immortale.
21—Il soffio del soffio, e rocchio dell’occhio, e l’orecchio dell’orecchio, il nutrimento del nutrimento, il manas del manas, coloro che l’hanno appreso, costoro hanno riconosciuta il Brahma. antico, iniziale. È per mezzo del manas che bisogna pervenirvi; quaggiù non v’ha divinità.
22—Quello che in ciò nota solo una diversità, passa dalla morte alla morte, è per mezzo del manas che bisogna seguirne la traccia; esso è l’imperituro, lo stabile. 
23—Senza nulla, al di là dello spazio, il non-nato, l’atman, il grande, lo stabile: che il brahmano, nella sua saggezza, avendolo riconosciuto, realizzi la scienza. Che il suo pensiero non segua le idee della folla; le stesse sono parole vacue,
24—In verità, questo atman è il Padrone di tutto, il Signore di tutto, il Sovrano di tutto; esso governa l’universo, tutto quello che è; esso non si ingrandisce con le buone azioni, né per le azioni cattive resta menomato; è esso il Sovrano degli esseri, è esso il Signore del mondo, è esso il Sovrano degli esseri, è esso il Guardiano del mondo. Esso costituisce la diga che limita i mondi per impedire la confusione degli stessi.
25—È esso che. per mezzo della recitazione dei Vedas si cerca di conoscere, per mezzo della regola brahmanica, per mezzo dell’ascetismo, per mezzo della fede, per mezzo del sacrificio, per mezzo dell’annichilimento. È esso che occorre conoscere per diventare integrato; è verso di esso che i religiosi erranti, desiderosi di conquistare il mondo, vanno pellegrinando.
26—Ecco perché i brahmani di una volta, istruiti, sapienti, non desideravano posterità. Che ce ne faremo di una posterità, noi che possediamo questo atman, questo mondo?
Ora costoro, essendosi elevati al di sopra del desiderio dei figli, del desiderio delle ricchezze, del desiderio dei mondi, se ne andavano errando quali mendichi, poiché desiderare i figli, vale desiderare le ricchezze, e desiderare le ricchezze vale desiderare i mondi: l’una cosa e l’altra è sempre desiderare.
27—Questo atman si chiama: Non, non; inafferrabile perché non è compreso, infrangibile perché non può essere diviso, senza affezioni, senza legami. esso non è affettibile, esso non vacilla. Quindi, ch’esso dica: “Ho fatto il male o ho fatto il bene”, esso va al di là del bene e del male, sì, d’entrambi, poiché esso è immortale.
Nè il bene né il male, compiuto o no, non lo intaccano. Per nessuna delle sue opere il suo mondo si perde.
28—È questo che dice una stanza dei Veda: “Così fatta è l’eterna eccellenza del brahmano: mercé l’opera essa non si accresce né diminuisce; la si segua passo passo; conoscendola, non si è più trascinati da un’opera cattiva. È perciò che colui che per tal modo sa, avendo penato, avendo soggiogato, mantenendosi sereno, paziente, avendo acquistato la fede, vede l’atman nell’atman; e lo vede completo nella sua interezza; ogni atman diventa il suo atman ed egli diventa l’atman di ogni atman; egli oltrepassa ogni male, ma il male non vince lui; egli distrugge ogni male, ma il male non distrugge lui. Senza male, senza vecchiaia, senza fame e senza sete, diventa un brahmano, colui che per tal modo sa.
29—È esso il grande, il non-nato, l’atman, il mangiatore del nutrimento, il donatore di tesoro. Quegli che così lo conosce, grande, non-nato, atman, mangiatore di nutrimento, donatore dei tesori, acquista un tesoro.
30—Esso, il grande, non-nato, l’atman, senza vecchiaia, senza morte, senza paura, immortale, è il Brahma. In verità, Yanaka, tu hai conquistato il non-timore. Così parlò Yajnavalkya. —Io qui presente, faccio dono al venerabile dei Videhas e di me stesso quali schiavi”.
31—Esso, questo grande, non-nato, atman, senza vecchiaia, senza morte, senza paura, immortale, è il Brahma. In verità, il non-timore è il Brahma, poiché, in verità, diventa il Brahma senza paura colui che per tal modo sa.

Quinto Brahmana
1—Ora, Yajnavalkya aveva due mogli, Maitreyi e Katyayani. Delle due, Maitreyi sapeva discutere del Brahma; Katyayani non aveva altro che uno spirito di donna. Dato che Yajnavalkya si accingeva ad iniziare un nuovo genere di vita.
2—Yajnavalkya disse: “Maitreyi, in verità, sì, io mi accingo ad abbandonare questa casa per errare da mendico. Andiamo, io voglio concludere un’intesa fra te e Katyayani qui presente.
3—E Maitreyi così parlò: —Ebbene, o Signore, se per me tutta questa terra fosse ripiena di ricchezze, ebbene, sarei immortale, o no? —No, —così rispose Yajnavalkya. —Come è la vita dei ricchi, cosi precisamente sarebbe la tua vita; ma divenire immortale attraverso la ricchezza, non è da sperare.
4—E Maitreyi così parlò: —A che mi serve, allora, ciò che non mi concede l’immortalità? Ecco, ciò che tua Signoria conosce al riguardo, dimmelo.
5—E Yajnavalkya così rispose: —Tu che mi sei, sì, tanto piacevole, mi fai piacere. Ebbene, adunque, o nobil donna, io voglio dirti e spiegarti sull’immortalità. Ma mentre io parlo, tu presta la massima attenzione alle mie parole. —Che tua Signoria parli.
6—E Yajnavalkya così parlò: —Non è, in verità, sì, per l’amore del marito che il marito è caro; è per l’amore dell’atman che il marito è caro. Non è in verità, sì, per l’amore della sposa che la sposa è cara; è per a- more dell’atman che la sposa è cara. Non è, in verità, sì, per l’amore dei figli che i figli sono cari: è per l’amore dell’atman che i figli sono cari. Non è, in verità, sì, per l’amore della ricchezza che la ricchezza è cara: è per l’amore dell’atman che la ricchezza è cara. Non è in verità, si, per l’amore del brahma che il brahma è caro: è per l’amore dell’atman che il brahma è caro. Non è in verità, sì, per l’amore del kshatra che il kshatra è caro: è per l’amore dell’atman che il kshatra è caro. Non è, in verità, sì, per l’amore dei mondi che i mondi sono cari: è per l’amore dell’atman che i mondi sono cari. Non è, in verità, sì, per l’amore degli Dei che gli Dei sono cari; è per l’amore dell’atman che gli Dei sono cari. Non è, in verità, sì, per l’amore dei Veda che i Veda sono cari: è per l’amore dell’atman che i Veda sono cari. Non è, in verità, sì, per l’amore dei sacrifici che i sacrifici sono cari; è per l’amore dell’atman che i sacrifici sono cari. Non è, in verità, sì, per l’amore degli esseri che gli esseri sono cari; è per l’amore dell’atman che gli esseri sono cari. Non è, in verità, sì, per l’amore del Tutto che il Tutto è caro: è per l’amore dell’atman che il Tutto è caro.
L’atman, in verità, sì, è esso che bisogna vedere, esso che bisogna intendere, esso che occorre pensare, esso che occorre meditare. Maitreyi, è per mezzo della vista dell’atman, in verità, per mezzo della sua voce, per mezzo del suo pensiero, attraverso la precisa sua nozione che tutto ciò è conosciuto.
7—Il brahma ha abbandonato colui che pensa che il brahma è altrove che nell’atman; il kshatra ha abbandonato colui che pensa che il kshatra sia altrove che nell’atman; i mondi hanno abbandonato colui che pensa che i mondi siano altrove che nell’atman; gli Dei hanno abbandonato colui che pensa che gli Dei siano altrove che nell’atman; i Veda hanno abbandonato colui che pensa che i Veda siano altrove che nell’atman; i sacrifici hanno abbandonato colui che pensa che i sacrifici siano altrove che nell’atman; gli esseri hanno abbandonato colui che pensa che gli esseri siano altrove che neH’atman; il Tutto ha abbandonato colui che pensa che il Tutto sia altrove che nell’atman. Quello è il brahma, quello è il kshatra; quello i mondi, quello gli Dei, quello i Veda, quello i sacrifici, quello gli esseri, quello il Tutto; ciò che è, è questo atman.
8—E come quando da un tamburo che vien percosso, non è possibile cogliere il suono allorquando s’è propagato, ma per il fatto che si tocca il tamburo o colui che lo ha percosso, si concepisce il suono;
9—E similmente che da una Vina che si fa risuonare, non è possibile cogliere il suono allorquando si è propagato, ma per il fatto che si tocca la vina o colui che la fa risuonare, si concepisce il suono;
10—E similmente che da un corno nel quale si soffi, non è possibile cogliere il suono allorquando s’è propagato, ma per il fatto che si tocca il corno o colui che vi soffia dentro, il suono si concepisce;
11—E nello stesso modo che da un fuoco di legna umida, nubi di fumo si elevano in tutte le direzioni, così, in verità, sì, di questo grande essere la esalazione è ciò, che costituisce il Rig-Veda, il Yajur-Veda, il Sama-Veda, le Atharvangiras, l’itihàsa, il purana, la scienza, le upanishads, le stanze, gli aforismi, le glosse ed i commentari, ciò ch’è dato, ciò ch’è offerto in libazione, ciò che si dà a mangiare e ciò che si dà a bere, e questo e l’altro mondo, e tutti gli esseri, tutte queste cose sono la sua esalazione.
12—E, parimenti che di tutte le acque l’Oceano è il sito, ugualmente di ogni tatto la pelle è la sede, di tutti gli odori le narici sono la sede, di tutti i gusti la lingua è la sede, di tutte le forme l’occhio è la sede, di tutti i suoni l’orecchio è la sede, di tutte le volontà il manas è la sede, di tutte le scienze il cuore è la sede, di tutte le azioni le mani sono la sede, di ogni passo i piedi sono la sede, di tutte le voluttà gli organi sessuali sono la sede, di tutte le escrezioni l’ano è la sede, di tutte le conoscenze la voce è la sede.
13—E, come un blocco di sale che fosse senza niente di dentro, senza niente di fuori, massiccio, nient’altro che un blocco di sapore, ugualmente, in verità, è questo grande essere, infinito, senza limiti, massiccio, nient’altro che un blocco di discernimento. Emanante da questi esseri, esso scompare con essi. Dopo la morte, non v’ha coscienza; sì, io Io dico in verità. —Così parlò Yajnavalkya.
14—E Maitreyi così soggiunse: —È con quest’ultima tua affermazione che mi fai cadere nel massimo turbamento, io non ci capisco più chiaramente: dopo la morte, non v’ha co-scienza.
15—E Yajnavalkya cosi rispose: —In verità, si, io non dico nulla che turbi. Questo atman, in verità, sì, non si perde; esso non è soggetto a distruzione; ma per suo mezzo si produce un composto di atomi.
16—E se esso non vede Ciò: è quando esso vede che non vede Ciò, il visibile; in effetti, il veggente e la vista non si separano giammai, a cagione dell’imperibilità, e d’altra parte non v’ha, quale secondo, un Ciò all’infuori di esso, distinto, che esso veda.
17—E se esso non fiuta Ciò: è quando fiuta che non fiuta Ciò, l’odorevole; in effetti l’odorante e l’odore non si separano giammai, a cagione della imperibilità, e d’altra parte non v’ha, quale secondo, un Ciò all’infuori di esso, distinto, ch’esso odori.
18—E s’esso non gusta Ciò: è quando gusta che non gusta Ciò, il sapore; in effetti, il gustante ed il sapore non si separano giammai, a cagione della imperibilità, e d’altra parte non v’ha, quale secondo, un Ciò all’infuori di esso, distinto, ch’esso gusti.
19—E s’esso non parla Ciò: è quan- d’esso parla che non parla Ciò, il dicibile; in effetti, il parlatore e la parola non si separano giammai, a cagione dell’imperibilità, e d’altra parte non v’ha, quale secondo, un Ciò all’infuori di esso, distinto, che esso parli.
20—E s’esso non intende Ciò: è quando esso intende che non intende Ciò, l’audibile; in effetti, l’intenditore e l’audizione non si separano giammai, a cagione dell’imperibilità, e d’altra parte non v’ha, quale secondo, un Ciò all’infuori di esso, distinto, ch’esso intenda.
21—E s’esso non pensa Ciò: è quando pensa ch’esso non pensa Ciò, il pensabile; in effetti, il pensatore ed il pensiero non si separano giammai, a cagione dell’imperibilità, e d’altra parte non v’ha, quale secondo, un Ciò all’infuori di esso, distinto, ch’esso pensi.
22—E s’esso non tocca Ciò: è quando esso tocca che non tocca Ciò, il tangibile; in effetti il tastatore ed il tatto non si separano giammai, a cagione dell’imperibilità, e d’altra parte non v’ha, quale secondo, un Ciò all’infuori di esso, distinto, ch’esso tocchi.
23—E s’esso non discerne Ciò: è quando discerne che non discerne Ciò, il discernibile; in effetti, il discernitore ed il discernimento non si separano giammai, a cagione dell’imperibilità, e d’altra parte non v’ha, quale secondo, un Ciò all’infuori di esso, distinto, ch’esso discerna.
24—Laddove vi fosse qualch’altra cosa, ivi un altro vedrebbe altra cosa, un altro sentirebbe altra cosa, un altro gusterebbe altra cosa, un altro chiederebbe altra cosa, un altro intenderebbe altra cosa, un altro penserebbe altra cosa, un altro toccherebbe altra cosa, un altro discernerebbe altra cosa.
25—Ma là dove tutto non è se non l’atman, per qual mezzo si vedrebbe e chi? per-qual mezzo si sentirebbe e chi? per qual mezzo si gusterebbe e che? per qual mezzo si chiamerebbe e chi? con che s’intenderebbe e chi? con che si penserebbe e qual cosa? Per mezzo di che si toccherebbe e quale cosa? con che si discernerebbe e che? E presentemente, io t’ho comunicato l’insegnamento. Maitreyi, ecco in verità ciò ch’è l’immortalità. Ciò detto, Yajnavalkya parti vagando da mendico.
26—Ecco la tradizione: Noi abbiamo ciò ricevuto da Caurpananya… Kaundinya da Kaundinya e d’Agnivesya.
27—Agnivesya da Saitava… Bharadvaja da Atreya.
28—Atreya da Manti… Parameshthin da Brahma. Il Brahma è l’essere in sé. Omaggio al Brahma. 

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