DOVERI DELL’ANACORETA E DELL’ASCETA

1Lo Dwigia, dopo d’aver compiuto regolarmente i suoi studi, dopo d’essere perciò stato nell’ordine dei capi di famiglia, conformemente alle regole, deve vivere poi nella selva, dotato di salda risoluzione e perfettamente signore dei suoi organi. 2Quando il capo di casa vede la sua pelle raggrinzarsi ed i suoi capelli incanutire, ed ha sotto gli occhi il figlio di suo figlio, si ritiri nella foresta. 3Rinunciando agli alimenti che si mangiano nei villaggi ed a tutto ciò che possiede, confidando sua moglie ai suoi figli, parta solo o conducendo seco la moglie. 4Portando seco il fuoco sacro e tutti gli strumenti usati nelle offerte, abbandonando il villaggio per ritirarsi nella foresta, vi stia signoreggiando gli organi dei sensi. 5Con le differenti sorte di semi puri che servono di nutrimento ai Muni, con erbe mangerecce, radici e frutta, compia le cinque grandi oblazioni seguendo le regole prescritte. 6Porti una pelle di gazzella o una veste di scorza d’albero; si bagni sera e mattina; porti sempre i capelli lunghi e si lasci crescere la barba, i peli del suo corpo e le unghie. 7Finché è in suo potere, faccia offerte agli esseri animati e delle elemosine con una porzione di ciò che è destinato al suo nutrimento; onori quelli che vengono al suo eremo presentando loro dell’acqua, delle radici, delle frutta. 8Deve applicarsi senza tregua alla lettura dei Veda, sopportare tutto con pazienza, essere sempre attento ed in raccoglimento perfetto, dare sempre, non ricevere mai e mostrar compatimento per tutti gli altri esseri. 9Faccia regolarmente le offerte al fuoco secondo le leggi, non trascurando a tempo debito le oblazioni del giorno della nuova luna e di plenilunio. 10Compia il sacrificio in onore delle costellazioni lunari, l’offerta del grano nuovo, le cerimonie che hanno luogo di quattro in quattro mesi, e quelle del solstizio d’inverno e del l’altro d’estate. 11Con semi puri, nutrimento dei Muni, che crescono nella primavera, e nell’autunno e raccolti da lui stesso, faccia lo Dwigia secondo la regola le focacce e gli altri cibi destinati come offerta. 12Dopo aver esibita agli Dei questa oblazione delle più pure prodotte dalla foresta, mangi il resto aggiungendovi del sale raccolto da lui stesso. 13Mangi le erbe mangerecce che crescono sulla terra o nell’acqua, i fiori, le radici ed i frutti prodotti dagli alberi puri e gli oli che si formano nei frutti. 14Eviti il miele e la carne, i funghi di terra, la Bustrina (Audropogon Schoenanthus), la Sigruka ed i frutti dello Slechmataka (Cordia Myxa). 15Il mese d’Aswina, deve gettare via i semi selvaggi che avrà raccolto precedentemente, e così pure le vesti, le erbe, le radici, la frutta, che ha accumulate. 16Non mangi mai ciò che è cresciuto in un campo lavorato, anche quando sia stato abbandonato dal proprietario, né radici o frutti provenienti dal villaggio, anche quando la fame lo tormenti. 17Può mangiare cibi cotti al fuoco, o frutti maturati nella stagione; può usare una pietra per schiacciare certi frutti o servirsi dei denti come frantoio. 18Raccolga del grano per un giorno solo, o pure ne faccia provvista per un mese, o per sei mesi, o per un anno. 19Dopo essersi procurato il nutrimento, mangi la sera e il mattino o solamente quando arriva il tempo del quarto od anche dell’ottavo pasto; 20Oppure segua le regole della Chandrayana (penitenza lunare) durante la quindicina chiara e durante quella oscura, o mangi una volta sola alla fine di ognuna di queste quindicine, dei semi bolliti. 21O non si nutra che di fiori e di radici, di frutti della stagione, che sono caduti dall’albero, osservando strettamente i doveri dell’anacoreta. 22Si sdrai por terra o stia tutto un giorno ritto sulla punta dei piedi; si alzi e si segga alternatamente e si bagni tre volte il giorno. 23Nella stagione calda, sopporti l’ardore dei cinque fuochi; durante quella delle piogge si esponga nudo, all’acqua che precipita dalle nubi; durante la stagione fredda porti un abito bagnato, accrescendo grado grado le pratiche austere. 24Tre volte al giorno facendo le sue abluzioni si rivolga agli Dei ed ai Mani con una libazione d’acqua; e dandosi alle austerità più rigide dissecchi la sua sostanza mortale. 25Allora avendo deposto in sé stesso il fuoco sacro (trangugiando le ceneri) secondo la regola non abbia più focolare, né casa, vivendo nel silenzio più assoluto, nutrendosi di radici e di frutti, 26Libero da ogni passione sensuale, casto come un novizio, avendo per letto la terra, non indulgendo al suo piacere per una casa, stando appiè degli alberi. 27Riceva, dai Brahmani anacoreti e dai capi di casa, che vivono nella foresta, l’elemosina necessaria al mantenimento della sua esistenza. 28Oppure può portar dal villaggio il cibo, ricevendolo in un piatto di foglie, o nel palmo della mano, o in un coccio, e mangiarne otto boccate.
29Queste sono, con altre che seguiranno, i pii offici che deve compiere un Brahmano ritiratosi nella foresta; per unire la sua anima all’Essere Supremo, deve studiare le differenti parti teologiche del Libro Rivelato (Upanishad), 30che sono state studiate con rispetto dai devoti ascetici e dai Brahmani capi di casa ritiratisi nella foresta per l’accrescimento della loro scienza e delle loro austerità, o per la purificazione del loro corpo. 31Oppure, se ha qualche malattia inguaribile, si diriga verso la regione invincibile (nord-est) e cammini di un passo sicuro fino al dissolvimento del suo corpo, aspirando all’unione con Dio, non vivendo che d’acqua e d’aria. 32Il Brahmano che s’è liberato dal suo corpo con una di queste pratiche usate dai grandi Rishi, esente da ogni affanno e da timore, è ammesso con onore nel soggiorno di Brahma. 33Quando l’anacoreta ha cosi passato nella foresta il terzo periodo della sua esistenza, durante il quarto abbracci la vita ascetica, rinunciando interamente ad ogni sorta d’affetto. 34L’uomo che è passato d’ordine in ordine, che ha fatto le oblazioni prescritte al fuoco, che ha sempre signoreggiato i suoi organi, spossato per aver fatto le elemosine e le offerte, consacrandosi alla devozione ascetica ottiene dopo morte la somma felicità. 35Dopo d’aver soddisfatti i tre debiti ai Santi, ai Mani, agli Dei, diriga il suo spirito verso la liberazione finale: colui che dopo aver pagati questi debiti desidera la beatitudine, precipita nel soggiorno infernale. 36Dopo aver studiato i Veda nella maniera prescritta dalla legge, dopo aver messo al mondo dei figli, secondo la legge, ed aver offerto dei sacrifici fin che ha potuto, avendo soddisfatto i suoi tre debiti, può allora non aver altro pensiero che quello della liberazione finale. 37Ma il Brahmano che senza aver studiato i Libri Sacri, senza aver generato dei figli ed aver fatto dei sacrifici, desidera la beatitudine, va all’inferno. 38Dopo d’aver compiuto il sacrificio al Signore delle Creature, nel quale presenta, a guisa d’offerta, tutto ciò che possiede, seguendo l’ingiunzione dei Veda; dopo d’aver deposto in sé stesso il fuoco del sacrificio, un Brahmano può abbandonar la sua casa per abbracciar la vita ascetica. 39Quando un uomo, conoscendo l’Upanishad, messi al sicuro d’ogni timore tutti gli esseri animati, abbandona l’ordine dei capi di casa, per passare in quello dei devoti ascetici, i mondi celesti risplendono della sua gloria. 40Lo Dwigia per cui le creature viventi non provano il minimo timore, liberato, dalla sua spoglia mortale non ha più nulla a temere da chicchessia. 41Uscendo dalla sua casa, portando seco gli utensili puri, in silenzio, esente da ogni desiderio eccitabile dagli oggetti che può incontrare, abbracci la vita ascetica. 42Sia sempre solo e senza compagno, affine di ottenere la felicità suprema, considerando che la solitudine è l’unico mezzo per conseguirla; infatti egli non abbandona, né è abbandonato. 43Non abbia né fuoco, né casa; vada al villaggio a cercarsi il cibo quando la fame lo tormenta; sia rassegnato e risoluto; mediti in silenzio e fissi il suo spirito nell’Essere Divino. 44Una pentola di terra, il piede degli alberi per casa, un cattivo abito, una assoluta solitudine, lo stesso contegno con tutti, sono i segni che distinguono un Brahmano vicino alla liberazione finale. 45Non desideri la morte, non consideri la vita: attenda l’ora per lui stabilita, come un servo aspetta la paga. 46Purifichi i suoi passi guardando dove mette il piede; purifichi l’acqua che deve bere con un panno: purifichi le sue parole con la verità; si conservi sempre puro di spirito. 47Deve sopportare con pazienza le parole ingiuriose, non disprezzare alcuno, e non aver rancore con nessuno per il suo corpo debole e malaticcio. 48Non si irriti contro un uomo adirato; se lo ingiuriano, risponda dolcemente e non proferisca vana parola riferentesi alle sette percezioni. 49Meditando sulle delizie dell’Anima Suprema, seduto, non avendo bisogno di alcuna cosa, inaccessibile ad ogni desiderio sensuale, senza alcun’altra compagnia fuori dell’Anima sua. viva quaggiù nell’attesa della eterna beatitudine.
50Non deve mai cercare di procurarsi, il suo sostentamento spiegando i prodigi ed i presagi, né per mezzo della astrologia o della chiromanzia, né dando precetti di casistica, né interpretando la Sacra Scrittura. 51Non entri mai in una casa frequentata da eremiti, da Brahmani, da uccelli, da cani o da mendicanti. 52Con i capelli, le unghie e la barba tagliata, con un piatto, un bastone, un vaso per l’acqua, erri continuamente in raccoglimento perfetto, evitando di far del male ad ogni creatura animata. 53I piatti di cui si serve non siano di metallo, e non abbiano fratture; conviene purificarli con dell’acqua cosi come le tazze usate nel sacrificio. 54Una zucchetta, un piatto di legno, una pentola di terra, una cesta di bambù, devono essere, secondo i precetti di Manu Swayambhuva (nato dall’Essere ch’esiste di per sé) gli utensili di uno Yati. 55Vada accattando il cibo una volta il giorno e non ne desideri in grande quantità; il devoto avido d’elemosine finisce per abbandonarsi ai piaceri dei sensi. 56La sera, quando non si vede più il fumo della cucina, ed il pestello riposa, ed il carbone è spento, e gli uomini sono sazi ed i piatti sono ritirati, allora deve andar cercando il devoto il suo sostentamento. 57Se non ottiene nulla, non s’affligga; se ottiene qualche cosa, non s’abbandoni alla gioia; non si curi che di sostentar la sua esistenza e non consulti la sua fantasia per la scelta degli utensili. 58Disdegni soprattutto di ricevere le elemosine dopo un umile saluto, perché le elemosine cosi ricevute incatenano nei legami della trasmigrazione il devoto che è sul punto d’esserne liberato. 59Prendendo poco cibo, stando in luoghi remoti, raffreni i suoi organi, naturalmente sospinti dalla sensualità. 60Signoreggiando i suoi organi, rinunciando ad ogni sorta d’odio o d’affetto, evitando di far del male alle creature, si prepara all’immortalità. 61Consideri attentamente le trasmigrazioni degli uomini, cagionate dalle loro azioni colpevoli; la loro caduta nell’inferno ed i tormenti che sopportano nella dimora di Yama; 62La separazione di quelli che essi amano e l’unione con quelli che essi odiano; la vecchiaia che fa sentire i suoi malanni, le malattie che li affliggono; 63Lo spirito vitale che esce dai corpo per rinascere nel ventre di una creatura umana e le trasmigrazioni di questa anima in diecimila milioni di matrici; 64Le sciagure che soffrono gli esseri animati a cagione delle iniquità loro e la felicità inalterabile, che essi invece provano nella contemplazione dell’Essere Divino, che conferisce virtù. 65Rifletta con Pattuizione dello spirito più intensa sull’essenza sottile ed indivisibile dell’Anima suprema e sulla sua esistenza nel corpo degli esseri più elevati e più bassi. 66Qualunque sia l’ordine in cui si trova un uomo, anche se sia stato accusato falsamente e privato delle insegne del suo grado, continui ad adempiere il suo dovere e si mostri sempre eguale di fronte a tutte le creature; portar le insegne di un ordine non è adempierne i doveri. 67Cosi, quantunque il frutto del Kataka abbia la proprietà di purificar l’acqua, tuttavia non si potrà mai purificare dell’acqua pronunciando solo il nome di questo frutto. 68Per non occasionare la morte di qualche animale, il Ganuyasi, di notte e di giorno, anche a rischio di farsi del male, cammini guardando a terra. 69Il giorno e la notte, siccome fa perire involontariamente un certo numero d’animaletti, per purificarsi deve bagnarsi e trattenere sei volte il respiro. 70Tre soppressioni di respiro soltanto, fatte secondo la regola e accompagnate dalle tre parole, dal monosillabo, dalla Savitri, dal Siras , devono essere considerate come l’atto di devozione più grande per un Brahmano. 71Nell’istesso modo che l’impurità dei metalli sono distrutte mettendoli al fuoco, cosi tutte le colpe che si possono commettere sono cancellabili dalle pause del respiro. 72Cancelli i suoi peccati trattenendo il fiato, espii le sue colpe dandosi al raccoglimento più intenso; reprima i suoi desideri sensuali imponendo un freno ai suoi organi; distrugga con la più profonda meditazione le qualità opposte alla natura divina. 73Dandosi alla meditazione più profonda, osservi il cammino dell’anima attraverso i diversi corpi, dal grado più alto fino al più basso; cammino che gli uomini dei quali lo spirito non è stato perfezionato dai Veda stentano a intravedere. 74Colui che è dotato di questa vista sublime non è più incatenato dall’opere: ma colui che è privo di questa vista perfetta è destinato a rinascere in questo mondo. 75Non facendo male alle creature, dominando i suoi organi, compiendo i doveri di pietà prescritti dal Veda e assoggettandosi alle pratiche di devozione più austera, si perviene quaggiù allo scopo supremo.
76Questa dimora di cui le ossa formano l’armatura, i muscoli servono d’attacco, cementata di sangue e di carne, ricoperta di pelle, infetta, racchiudente feci ed urina. 77Soggetta alla vecchiaia ed agli affanni, afflitta dalle malattie, in preda alle sofferenze d’ogni specie, dominata dalle passioni, destinata a perire, questa dimora umana sia abbandonata con piacere da colui che l’occupa. 78Nell’istesso modo che un albero abbandona la riva di un fiume, quando la corrente la trascina, come un uccello abbandona l’albero, cosi colui che abbandona il suo corpo, si libera da un orribile mostro. 79Lasciando ai suoi amici le sue buone azioni, ai suoi amici le sue colpe, il Sanyasi, abbandonandosi alla meditazione, s’innalza fino a Brahma che esiste nell’eternità. 80Quando per la conoscenza intima del male diviene insensibile a tutti i piaceri dei sensi, allora egli consegue la felicità in questo mondo e la beatitudine eterna nell’altro. 81Basandosi in tal guisa liberato gradatamente di tutte le passioni mondane, divenuto insensibile a tutte le condizioni più disparate, è assorbito per sempre in Brahma. 82Tutto ciò che è qui esposto, si consegue con la meditazione dell’Essenza divina; poiché nessun uomo se non è elevato alla conoscenza dell’Anima suprema, non può raccogliere il frutto dei suoi sforzi.
83Legga costantemente a bassa voce la parte del Veda che concerne il sacrificio, quella che si riferisce alla divinità, quella che ha per oggetto l’Anima suprema e tutto ciò che è stabilito nel Vedanta. 84La Sacra Scrittura è un rifugio assicurato per quelli che non la capiscono, per quelli che la comprendono e la leggono, per quelli che desiderano il cielo, per quelli che aspirano alla eterna felicità. 85Il Brahmano che abbraccia la vita ascetica secondo le regole già esposte nell’ordine conveniente, si spoglia quaggiù d’ogni peccato e si congiunge con la divinità suprema.
86Io vi ho insegnato i doveri comuni alle quattro classi di Yatis signori di sé stessi; apprendete ora le regole alle quali sono obbligati quelli della prima classe che rinunciano a tutte le pratiche di pietà prescritte dai Veda. 87Il novizio, l’uomo ammogliato, l’anacoreta ed il devoto ascetico formano quattro ordini che traggono la loro origine dal capo di casa. 88Il Brahmano che entra successivamente in tutti questi ordini conformemente alle leggi e che regola la sua condotta secondo queste norme, perviene alla condizione suprema. 89Ma fra i membri di questo ordine, il capo di casa che osserva il precetto della Sruti e della Smriti è stimato il più alto; poiché egli è quello che sorregge gli altri tre. 90Come tutti i fiumi e tutti i corsi d’acqua vanno a confondersi nell’Oceano, cosi tutti i membri degli altri ordini vengono a cercar asilo presso il capo di casa. 91I Dwigia che appartengono a questi quattro ordini devono sempre con la più gran cura praticare le dieci virtù che compongono il dovere. 92La rassegnazione, il render bene per male, la temperanza, la probità, la purezza, la repressione dei sensi, la conoscenza dei Sastra, quella dell’Anima suprema, la veracità e la inibizione dalla collera. 93I Brahmani che studiano questi dieci precetti del dovere e, dopo averli studiati, vi conformano le opere, pervengono alla condizione suprema. 94Uno Dwigia che pratica con la più grande attenzione queste dieci virtù, che ha ascoltata l’interpretazione del Vedanta come è prescritto dalla legge ed ha soddisfatti i tre debiti, può rinunciare interamente al mondo. 95Cessando da tutti i doveri religiosi del capo di casa, cancellati tutti i suoi peccati, repressi gli organi e compreso perfettamente il senso dei Veda, viva felice e tranquillo sotto la cura di suo figlio. 96Dopo aver abbandonata ogni specie di pratica pia, dirigendo lo spirito verso l’unico oggetto dei suoi pensieri, liberò da ogni altro pensiero, espiata ogni colpa con la devozione, consegue lo scopo supremo.
97Io vi ho dichiarate le quattro regole di condotta che riferiscono ai Brahmani, regole sante che producono, dopo morte, frutti imperituri. Ed ora apprendete i doveri dei re.