OFFICIO DEI GIUDICI – LEGGI CIVILI E PENALI

1Un re desideroso di esaminare gli affari giudiziari, deve recarsi al tribunale in atteggiamento dimesso, accompagnato da Brahmani e da sperimentati consiglieri. 2Là, seduto o in piedi, alzando la mano destra, modesto negli abiti e negli ornamenti, esamini le questioni dei contendenti. 3Ogni giorno decida l’una dopo l’altra, con ragionamenti ricavati dalle consuetudini del paese e dai codici delle leggi, le cause disposte sotto i seguenti diciotto titoli: 4Comprendenti il primo, i debiti, quindi i depositi, la vendita d’un oggetto senza diritto di proprietà, le imprese commerciali per associazione, l’atto di riprendere una cosa data, il rifiuto d’adempire i contratti, l’annullamento d’una compera o di una vendita, le questioni tra padrone o servo. 5Il rifiuto di pagare i salari. 6Le dispute sui limiti, i maltrattamenti, le ingiurie, il furto, il brigantaggio e le violenze, l’adulterio. 7I doveri del marito e della moglie, la partizione delle eredità, il giuoco e il combattimento di animali: sono questi i diciotto punti sui quali sono basate le questioni giudiziarie in questo mondo. 8Le contestazioni degli uomini hanno in generale rapporto con questi articoli: il re le giudichi appoggiandosi sulla legge eterna.
9Quando il re non fa egli stesso l’esame delle cause, incarichi un Brahmano istruito di questa funzione. 10Il Brahmano esamini le questioni soggette alla decisione del re; accompagnato da tre assistenti, si rechi al tribunale e vi stia, in piedi o seduto. 11Qualunque sia il luogo in cui siedono tre Brahmani versati nello studio dei Veda, presieduti da un Brahmano sapientissimo, scelto dal re, si dice assemblea dai Saggi, Corte di Brahma a quattro facce. 12Quando la giustizia ferita dall’ingiustizia si presenta davanti alla Corte ed i giudici non lo tolgono il dardo, essi stessi ne sono feriti. 13Bisogna o non venire al tribunale o parlare secondo verità: l’uomo che non dice nulla o proferisce una menzogna, è egualmente colpevole. 14Dovunque la giustizia è distrutta dall’ingiustizia, la verità dalla menzogna, sotto gli occhi dei giudici, questi sono egualmente distrutti. 15La giustizia percuote quando è ferita, preserva quando è protetta. Guardiamoci adunque di portar offesa alla giustizia — diranno i giudici al presidente quando temono che egli possa traviare — per timore che se noi la feriamo, essa non ci debba punire. 16Il venerabile genio della giustizia è rappresentato da un toro (Vrisha); colui che gli fa torto è detto dagli Dei Vrishala (nemico del toro); non bisogna dunque offendere la giustizia. 17La giustizia è il solo amico che accompagni l’uomo dopo la morte: tutti gli altri affetti sono soggetti alla stessa distruzione del corpo. 18Un quarto dell’ingiustizia — in un giudizio — ricade su una parte della causa, un quarto sul falso testimonio, un quarto su tutti i giudici, un quarto sul re. 19Ma quando il colpevole è condannato, il re è innocente, i giudici sono esenti da biasimo e la colpa ricade su colui che ha commesso il delitto.
20Il re scelga, sé cosi gli piace, per interprete della legge un uomo che non ha altra raccomandazione fuori della nascita, o un uomo che passa per Brahmano: non scelga mai un Sudra. 21Quando un re soffre che un Sudra pronunci dei giudizi sotto i suoi occhi, si trova nello stesso impicciò di una vacca in un pantano. 22Il paese abitato da un gran numero di Sudra, frequentato da miscredenti e privo di Brahmani, è ben presto distrutto dagli strazi della fame e delle malattie. 23Sedendosi sul seggio donde deve render giustizia, vestito decentemente, raccogliendo tutta la sua attenzione dopo aver reso omaggio alle divinità guardiane del mondo, il re cominci l’esame della causa. 24Considerando ciò che è vantaggioso o nocivo, cercando principalmente ciò che è legale o illegale, esamini tutte le questioni delle parti, seguendo l’ordine delle classi. 25Scopra ciò che passa per la mente degli uomini, dai segni esterni, dal suono della voce, dal colore del viso, dal loro comportarsi, dallo stato del corpo, dagli sguardi, dai gesti. 26Dallo stato del corpo, dal portamento, dal muoversi, dai gesti, dalle parole, dalle movenze del viso e degli occhi, si indovina il lavorio interiore del pensiero.
27I beni ereditati da un fanciullo devono restar in custodia del re, finché quegli abbia compiuti i suoi studi o sia uscito d’infanzia: abbia sedici anni. 28La stessa protezione deve essere accordata alle donne sterili, a quelle che non hanno figli, 29alle donne senza parenti, a quelle fedeli allo sposo assente, alle vedove, alle donne malate. 30Un oggetto qualunque di cui il padrone non è conosciuto, deve essere — dopo il bando fattone a suon di tamburo — conservato dal re per tre anni; prima che sia trascorso questo termine il proprietario lo può riavere; dopo i tre anni il re può aggiudicarlo cui gli piaccia. 31L’uomo che viene a dire: È roba mia, deve essere interrogato con ogni cura; solo dopo che gli è stato fatto dichiarar la forma, il numero e le altre circostanze, il proprietario deve essere messo in possesso dell’oggetto in questione. 32Colui che non può indicare perfettamente il luogo ed il tempo in cui l’oggetto è stato perduto, e così pure il colore, la forma, le dimensioni dell’oggetto, deve esser condannato ad un’ammenda di pari valore. 33Il re prelevi la sesta parte di un bene perso e se la tenga, o la decima, o la dodicesima, ricordandosi il dovere della gente onesta: se l’ha conservato tre anni, o due, od uno solo. 34Un oggetto perso e trovato, deve essere confidato alla guardia di persone scelte a ciò: colui che il re sorprenderà a rubarlo, sia schiacciato sotto i piedi d’un elefante. 35Quando un uomo dice, secondo verità: Questo tesoro è mio, il re ne prenda la sesta o la dodicesima parte. 36Ma colui che ha fatta una falsa dichiarazione, deve esser condannato ad un’ammenda dell’ottava parte di ciò che possiede o almeno condannato a pagar una parte della somma valutata del tesoro.
37Quando un Brahmano istruito scopre un tesoro sepolto, può prenderselo tutto intero, perché egli è signore di tutto ciò che esiste. 38Ma quando il re trova un tesoro anticamente sotterrato, ne dia la metà ai Brahmani e faccia entrare l’altra metà nel suo tesoro. 39Il re ha diritto alla metà dei tesori e dei metalli preziosi che sono nelle viscere della terra, per la sua qualità di protettore, e perché egli è il padrone della terra.
40Il re deve restituire agli uomini di tutte le classi ciò che i ladri abbiano rubato; un re che s’appropri tal roba è colpevole di furto. 41Un re virtuoso, dopo aver studiato le leggi particolari delle classi e delle regioni, i regolamenti delle compagnie di mercanti e le consuetudini domestiche, deve dar loro forza di legge. 42Gli uomini che si conformano alle leggi che li riguardano e si racchiudono nel compimento dei loro doveri, diventano cari agli altri uomini, per quanto ne stiano lontani. 43Il re ed i suoi ufficiali si guardino dal suscitare processi, e non trascurino mai le cause portate innanzi loro. 44Come un cacciatore, seguendo le tracce delle gocce di sangue, giunge al covo della belva, cosi, con l’aiuto dei savi ragionamenti, il re giunga al vero scopo della giustizia. 45Consideri attentamente la verità, l’oggetto, la sua persona, i testimoni, il luogo, il modo, il tempo, attenendosi alle regole di procedura. 46Metta in vigore le pratiche seguite dagli Dwigia saggi e virtuosi, quando non siano in opposizione con i costumi delle provincie, delle classi, delle famiglie.
47Quando un creditore viene a portar una causa davanti a lui, per il ricupero di una somma prestata, trattenuta indebitamente da un debitore, faccia pagare il debitore dopo che il creditore ha fornito la prova del debito. 48Un creditore, per forzare il suo debitore a soddisfarlo, può ricorrere ai differenti mezzi in uso per il ricupero del suo credito. 49Con mezzi conformi al dovere morale, con processi, con l’astuzia, con minacce ed infine, e quinto, con misure violente, un creditore può farsi pagare la somma dovutagli. 50Il creditore che forza il suo debitore a rendergli quanto gli ha prestato, non deve essere castigato dal re, per essersi ripresa la roba propria. 51Quando un nomo nega un debito, il re gli faccia pagare la somma di cui il creditore fornisce le prove, e lo punisca con un’ammenda. 52Sulla deposizione di un debitore chiamato a rispondere davanti al tribunale, il richiedente chiami in testimonio una persona presente al momento del prestito, e produca altre prove. 53Colui che invoca la testimonianza d’un uomo che non era presente; colui che dopo aver dichiarato una cosa, la nega; colui che non s’accorge che le ragioni allegate prima e quelle che poi fa valere, si contraddicono; 54Colui che dopo aver esibito certi dettagli modifica il suo primo racconto; colui che interrogato su un fatto ben sicuro, non dà risposte soddisfacenti; 55Colui che s’è trattenuto con i testimoni in un luogo dove non avrebbe dovuto; colui che rifiuta di rispondere a una domanda fatta più volte; colui che abbandona il tribunale; 56Colui che conserva il silenzio quando gli si ordina di parlare, o non prova ciò che ha asserito; ed infine colui che sa ciò che è possibile e ciò che è impossibile, decadono dalle loro domande. 57Quando un uomo si presenta a dire: Io ho dei testimoni; e invitato a produrli, non lo fa, il giudice deve per questa ragione pronunciar un verdetto contro di lui. 58Se il richiedente non espone i motivi della sua domanda, deve essere punito, secondo la legge, con un castigo corporale e una ammenda; se il convenuto non risponde nel termine di tre quindicine, è condannato dalla legge.
59Colui che nega un debito e colui che reclama a torto ciò che non gli è dovuto, devono essere condannati dal re ad un’ammenda doppia della somma in questione, come quelli che agiscono volontariamente in una maniera ingiusta. 60Quando un uomo chiamato da un creditore, interrogato nega il debito, la cosa deve essere chiarita dalla testimonianza di almeno tre persone, davanti ai Brahmani proposti dal re. 61Io vi farò conoscere quali testimoni i creditori e gli altri contendenti devono produrre in un processo, al pari del modo nel quale essi testimoni devono esporre la verità. 62I capi di famiglia, gli uomini aventi figli maschi, gli abitanti di uno stesso quartiere appartenenti sia alla classe militare, sia a quella commerciante, sia alla servile chiamati dal richiedente, sono ammessi a testimoniare, ma non i primi venuti se non in caso di necessità. 63Si devono scegliere come testimoni nelle cause, tutte le classi, uomini degni eli confidenza, consci di tutti i loro doveri, liberi da cupidigia, e rigettare quelli di carattere opposto. 64Non si deve ammettere né quelli dominati da un interesse pecuniario, né degli amici, né dei domestici, né dei nemici, né degli uomini noti per mala fede, né dei malati, né uomini macchiati da delitti. 65Non si può prendere a testimonio un re, un artigiano, — di basso ceto, come un cuoco — un attore, un teologo famoso, non uno studente di teologia, né un’asceta distolto da tutte le relazioni mondane. 66Non un uomo soggetto altrui, non uno di cattiva fama, o colui che esercita una professione crudele, non colui che si dedica ad occupazioni proibite, non un vecchio, non un fanciullo, non soltanto un uomo, non un uomo appartenente ad una classe mista, non colui di cui gli organi sono indeboliti. 67Non un disgraziato oppresso dalle sciagure, non un ubriaco, non un pazzo, non un uomo che soffre la fame o il freddo, non uno spossato dalla fatica, non un innamorato, non un collerico, non un ladro. 68Le donne devono far testimonianza delle donne; degli Dwigia di uno stesso grado per degli Dwigia; dei Sudra onesti, per gente della classe servile; degli uomini appartenenti alle classi miste per quelli che sono nati in esse. 69Ma se si tratta di un fatto accaduto in un luogo appartato, in un bosco, o d’un assassinio, colui che abbia visto può, chiunque esso sia, far da testimonio. 70In mancanza di testimoni, si può — in tal caso — ricevere la deposizione di una donna, di un fanciullo, di un vecchio, di un allievo di teologia, di un parente, d’uno schiavo, di un domestico. 71Ma siccome un fanciullo, un vecchio, un malato possono non dire la verità, il giudice ne consideri la testimonianza pari a quella degli uomini di cui lo spirito è alienato.
72Tutte le volte che si tratta di violenza, di furto, d’adulterio, di ingiurie o di cattivi trattamenti, il giudice non deve ritener troppo scrupolosa la competenza dei testimoni. 73Il re deve adottare il criterio del più gran numero quando i testimoni sono divisi: quando il numero è pari, deve dichiararsi per quelli che sono più distinti per i meriti loro; quando tutti sono commendevoli per gli Dwigia più compiuti. 74Bisogna aver o visto o udito, perché una testimonianza sia valida; il testimonio che, in questo caso, dice la verità, non perde né la ricchezza né la virtù. 75Il testimonio che dice nell’assemblea di uomini rispettabili altra cosa da quella vista o udita, dopo la morte precipita nell’inferno con la testa in avanti ed è privato del cielo. 76Quando, anche senza esser stato chiamato a deporre, un uomo ha visto o udito qualche cosa, interrogatone, esponga come l’ha vista o come l’ha udita. 77La testimonianza unica di un uomo esente da cupidigia, è ammissibile — in certi casi — mentre quella di un gran numero di donne, anche oneste, non lo è a cagione dell’incostanza del loro spirito, non più di quella di uomini che abbiano commesso dei delitti. 78Le deposizioni fatte, di volontà propria, dai testimoni, devono essere ammesse al processo; ma tutto ciò che possono dire in contrario, — se influenzati da qualche motivo particolare, — non può essere ricevuto dalla giustizia. 79Quando i testimoni sono uniti in sala d’adunanza in presenza del richiedente e del convenuto, il giudice li interroghi, esortandoli dolcemente, in tal guisa. 80Dichiarate francamente tutto ciò che è a vostra conoscenza, in questo affare, riguardante ambe le parti; qui si richiede infatti ogni vostra testimonianza.
81Il testimonio che dice la verità facendo la sua deposizione, perviene al soggiorno supremo e ottiene in questo mondo la più gran fama; la sua parola è onorata da Brahma. 82Colui che rende una falsa testimonianza cade nei legami di Varuna, senza poter opporre resistenza, per cento trasmigrazioni; si deve per conseguenza non dire che la verità. 83Un testimonio è purificato dicendo la verità; la verità fa prosperare la giustizia; per ciò deve la verità esser dichiarata dai testimoni di tutte le classi. 84L’anima (atma) ne è il testimonio; l’anima ne è il rifugio; non disprezzate mai l’anima vostra che è il testimonio per eccellenza degli uomini! 85I cattivi si dicono: Nessuno ci vede; ma gli Dei li vedono così come lo spirito (Purusha) che siede in loro. 86Le divinità guardiane del cielo, della terra, delle acque, del cuore umano, della luna, del sole, del fuoco dell’inferno, dei venti, della notte, dei due crepuscoli e della giustizia, conoscono tutte le azioni degli esseri animati.
87Il mattino, in presenza degli Dei e dei Brahmani, il giudice dopo essersi purificato, inviti gli Dwigia, purificati, e con il viso rivolto a settentrione o ad est, a dire La verità. 88Deve rivolgersi ad un Brahmano dicendo: Parla; ad un Kshatriya dicendo: Di tutta la verità; ad un Vaisya rappresentandogli la falsa testimonianza come un atto riprovevole al par di quello del rubare del bestiame, del grano, dell’oro; ad un Sudra paragonando la falsa testimonianza a tutti i delitti, cosi: 89Il soggiorno dei tormenti riservati all’uccisore di un Brahmano, all’uomo che uccide un uomo od una donna, a colui che fa torto all’amico, a chi rende male per bene, sono parimenti stabiliti per colui che fa una falsa deposizione. 90Tutto il bene che tu hai potuto fare dalla tua nascita in poi, o brav’uomo, passerà a dei cani se tu dici cosa diversa dalla verità. 91O brav’uomo, mentre tu dici: Io sono solo con me stesso, nel tuo cuore sta senza tregua lo Spirito supremo, osservatore attento e silenzioso di ogni bene e di ogni male. 92Questo spirito che risiede nel tuo cuore, è un giudice severo, un inflessibile punitore, è un Dio; se tu non sei mai in discordia con lui, non andare al Gange e nella pianura di Kuro. 93Nudo, calvo, affamato, assetato, privato degli occhi colui che avrà fatta una falsa testimonianza sarà ridotto a mendicare il cibo, con una scodella rotta, nella casa del suo nemico. 94Con la testa in avanti, sarà precipitato negli abissi più tenebrosi dell’inferno, lo scellerato che abbia, in un giudizio fatta una falsa testimonianza. 95È simile ad un cieco che mangia i pesci con le reste l’uomo che viene dinanzi al tribunale a dar notizie erronee ed a parlare di ciò che non ha visto. 96Gli Dei pensano che non c’è al mondo uomo migliore di quello di cui l’anima, che tutto sa, non prova alcuna inquietudine ripensando alla deposizione fatta.
97Apprendi ora o brav’uomo, da una enumerazione ordinata ed esatta, quanti parenti uccida un falso testimonio, a seconda delle cose sulle quali è stato chiamato a deporre. 98Uccide cinque dei suoi parenti con una falsa testimonianza relativa a del bestiame, ne uccide dieci con una falsa testimonianza concernente le vacche, cento con un falso rapporto relativo a dei cavalli, mille con una falsa deposizione riguardante degli uomini. 99Uccide quelli che sono nati e coloro che nasceranno con una falsa dichiarazione concernente dell’oro; uccide tutti gli esseri con una falsa testimonianza concernente la terra; guardati dunque dal fare una falsa deposizione in un processo relativo a della terra. 100I Saggi hanno stabilito che una falsa testimonianza riferentesi a dell’acqua o concernente il commercio carnale avuto con una donna, è uguale ad una falsa testimonianza concernente della terra; cosi come una falsa deposizione relativa a cose preziose prodotte nell’acqua ed a tutto ciò che ha la natura della pietra. 101Ed ora, conscio di tutti i delitti di cui si rende colpevole un uomo che faccia una falsa deposizione, esponi con franchezza tutto ciò che sai, come l’hai visto e udito. 102Si rivolga ai Brahmani che guardano il bestiame, che esercitano il commercio, che si dedicano a lavori ignobili, che fanno il saltimbanco, che compiono funzioni servili o la professione d’usuraio, come a dei Sudra. 103In certi casi, colui che per un motivo di pietà, dice diversamente da quel che sa, non è escluso dal mondo celeste; la sua deposizione è chiamata parola degli Dei. 104Ogni volta che la dichiarazione della verità potrebbe causare la morte di un Sudra, di un Vaisya. di un Kshatriya o d’un Brahmano — quando si tratti di un delitto passionale — si deve dire una menzogna: in questo caso è preferibile alla verità. 105I testimoni che hanno mentito in questo caso, offrano a Saraswati delle focacce di riso e latte consacrate a lei per fare una espiazione perfetta di questa falsa testimonianza. 106Oppure il testimonio spanda nel fuoco, secondo la regola, una oblazione di burro chiarito, recitando le preghiere dello Yagiur-Veda o ritmo a Varuna che comincia per UD, oppure le tre invocazioni alle divinità delle acque. 107L’uomo che senza essere ammalato, non viene a testimoniare entro tre quindicine, per un processo riguardante un debito, sarà caricato del pagamento dell’intero debito, e condannato inoltre all’ammenda di un decimo. 108Il testimonio al quale, nell’intervallo di sette giorni dopo la deposizione, sopravviene una malattia, un accidente d’incendio, o la morte di un parente, deve esser condannato a pagare il debito ed una ammenda.
109Nelle cause nelle quali non vi sono testimoni, il giudice non potendo riconoscere perfettamente tra le due parti contestanti da qual lato sia la verità, può averne conoscenza per via di giuramento. 110Giuramenti sono stati fatti dai grandi Rishi e dagli Dei in cause dubbie; Vasishta stesso fece un giuramento davanti al re figlio di Piyavana. 111Un uomo saggio non faccia mai un giuramento vano anche per una cosa di poca importanza: colui che fa un giuramento invano, è perso in questo e nell’altro mondo. 112Ma per delle amanti, delle ragazze chieste in matrimonio, quando si tratta del nutrimento di una vacca, di materie combustibili o del saluto di un Brahmano non è un delitto tal giuramento. 113Il giudice faccia giurare un Brahmano per la verità; uno Kshatriya per i suoi cavalli, per gli elefanti, per le armi; un Vaisya per le sue vacche, le sue granaglie e l’oro; un Sudra per il timore dei delitti. 114Oppure faccia prender del fuoco — in mano — a colui che vuol provare, oppure ordini che sia messo nell’acqua o gli faccia toccare la testa da ognuno dei suoi figli e dalla moglie. 115Colui che la fiamma non brucia, che l’acqua non lascia galleggiare, ed al quale non avviene alcun danno, deve essere riconosciuto come veritiero. 116Vatsa essendo stato una volta calunniato dal giovine fratello, non ebbe dal fuoco, che è la prova di tutti gli uomini, bruciato nemmeno uno solo dei suoi capelli. 117Ogni processo nel quale è stata fatta una falsa testimonianza, deve essere ripreso in esame dal giudice e quanto è giudicato deve esser ritenuto nullo. 118Una deposizione fatta per cupidigia, per errore, per paura, per amicizia, per concupiscenza, per collera, per ignoranza, per storditezza, è dichiarata non valida.
119Ora esporrò ordinatamente le diverse sorta di punizioni riservate a colui che rende una falsa testimonianza per uno di questi motivi. 120Se depone falsamente per cupidigia sia condannato a mille Pana d’ammenda; se per traviamento di spirito all’ammenda di primo grado; per paura all’ammenda media ripetuta due volte; per amicizia al quadruplo dell’ammenda di primo grado. 121Per concupiscenza a dieci volte la pena di primo grado; per collera a tre volte l’altra ammenda; per ignoranza a duecento Pana; per sbadataggine a cento solo. 122Queste sono le punizioni stabilite dagli antichi sapienti e prescritte dai legislatori in caso di falsa testimonianza, per impedire che non si devii dalla giustizia e per reprimere l’iniquità. 123Un principe giusto deve bandire gli uomini delle tre ultime classi dopo aver loro fatto pagar l’ammenda, quando facciano una deposizione falsa: bandisca, soltanto, il Brahmano.
124Manu Swayambhuva ha determinato dieci parti, in cui si può colpire le tre classi; un Brahmano deve uscire sano ed incolume. 125Gli organi della generazione, il ventre, la lingua, le due mani, in quinto luogo i due piedi, gli occhi, il naso, le orecchie, i beni, il corpo, sono le dieci parti stabilite. 126Dopo essersi fatto il computo delle circostanze aggravanti, del luogo, del tempo, dopo aver esaminate le facoltà del colpevole ed il delitto, il re faccia cadere il castigo su quelli che lo meritano. 127Un castigo ingiusto distrugge la buona fama in vita, la gloria dopo morte, chiude l’accesso all’altra vita; perciò un re deve guardarsene con ogni cura. 128Un re che punisce gli innocenti, che non infligge nessun castigo a quelli che lo meritano, si copre d’ignominia e va nell’inferno. 129Punisca prima con un ammonimento, poi con rimproveri severi, quindi con una ammenda, infine con una pena corporale. 130Ma quando, anche con le punizioni corporali non riesce a reprimere i colpevoli, applichi loro le quattro pene contemporaneamente.
131Ora vi esporrò, completamente, le diverse denominazioni applicate al rame, all’argento, all’oro in peso, usate in questo mondo comunemente, nelle relazioni commerciali fra gli uomini. 132Quando il sole passa attraverso una finestra, quella polvere fine che si vede nel fascio dei raggi è la prima quantità percettibile: si chiama Trasarenu. 133Otto Trasarenu devono essere considerati uguali in peso a un seme di papavero; tre di questi grani sono stimati uguali ad un grano di senape nera; tre di questi ad uno di senape bianca; 134Sei grani di senape bianca sono uguali ad un grano d’orzo di media grandezza; tre grani d’orzo ad un Krishnala (bacca di Abrus Precatorius); cinque Krishnala ad un Masha ; sedici Masha ad un Suvarna. 135Quattro Suvarna — d’oro — fanno un Pala; dieci Pala un Dharana; un Mashaka d’argento deve esser valutato dieci Krishnala. 136Sedici Mashaka d’argento fanno un Dharana o un Purana d’argento; il Karshika di rame deve esser chiamato Pana o Karshapana. 137Dieci Dharana d’argento sono eguali ad un Satamana ed il peso di quattro Suvarna è detto Nishka. 138Duecentocinquanta Pana costituiscono la prima ammenda; cinquecento devono essere considerati come l’ammenda media, e mille come l’ammenda più alta. 139Se un debitore riconosce il suo debito, deve pagare il cinque per conto d’ammenda; se lo nega — e sia invece provato — il doppio; cosi decreta Manu.
140Un prestatore di danaro contro pegno, deve ricevere in più del suo capitale l’interesse stabilito da Vasishta, della ottantesima parte del cento il mese: uno e un quarto. 141Oppure, se non vi è pegno, prenda il due per cento, ricordandosi il dovere della gente onesta; prendendo il due per cento non è colpevole di guadagni illeciti. 142Riceva il due per cento d’interesse il mese, e non mai di più da un Brahmano; tre da uno Kshatriya; quattro da un Vaisya; cinque da un Sudra, seguendo l’ordine delle classi. 143Ma se un pegno, come del terreno o una vacca, gli è stato dato, con diritto di usufruirne, non deve ricevere interesse per la somma prestata, né dopo un grande intervallo di tempo, può donarli altrui o venderlo. 144Non si deve usare, contro la volontà del proprietario, di un pegno dato a titolo di deposito; colui che ne usa non può chiedere interesse e deve soddisfare il proprietario pagandoglielo, nel caso che l’oggetto depositato si sia guastato con l’uso, altrimenti è detto ladro di pegni. 145Un pegno e un deposito non possono esser perduti dal proprietario in seguito all’esser trascorso un grande intervallo di tempo: devono poter essere ricuperati per quanto tempo sia passato. 146Una vacca che dà latte, un cammello, un cavallo da sella, un animale dato per esser addestrato al lavoro ed altre cose di cui il proprietario permette l’uso per amicizia, non devono mai essere da questi considerati come perduti. 147Quando un proprietario vede, senza protestare, altre persone fruire sotto i suoi occhi, per dieci anni, d’un bene qualsiasi di sua appartenenza, non può ricuperarne la proprietà tranne nei casi accennati sopra. 148Se egli non è né un idiota, né un fanciullo al di sotto dei sedici anni o che non abbia sedici anni compiuti e se il godimento del bene ha luogo sotto i suoi occhi, questo bene è perso, secondo la legge da lui, e colui che ne fruisce può conservarlo. 149Un pegno, il limite d’un terreno, il bene di un fanciullo, un deposito aperto o sigillato, delle donne, la proprietà d’un re e quella d’un teologo, non sono affatto perse, per il fatto che un altro n’abbia usato. 150L’imprudente che usa un pegno in deposito, senza l’assenso del possessore, deve condonare la metà dell’interesse, in riparazione di questo uso. 151L’interesse di una somma prestata, ricevuto in una sola volta, non può sorpassare il doppio del debito; per del grano, delle frutta, della lana, delle bestie da soma, l’interesse deve essere, al massimo, elevato a tanto quanto è il quintuplo del debito. 152Un interesse che supera il tasso legale e si scosta dalla regola suaccennata, non è valido; i sapienti lo chiamano procedimento da usuraio; il prestatore non deve ricevere, al più, che il cinque per cento. 153Un prestatore non riceva lo stesso interesse trascorso l’anno; né alcun interesse disapprovato, né l’interesse dell’interesse, né un interesse mensile che finisca per superare il capitale, né un interesse estorto al debitore in occasione di estrema necessità, né profitti esorbitanti da un pegno di cui l’uso tiene luogo d’interesse. 154Colui che non può pagare un debito all’epoca fissata, e desidera rinnovare il contratto, può rifare la scrittura, pagando l’interesse dovuto. 155Ma se si trova impossibilitato ad offrire il pagamento dell’interesse, iscriva come capitale, nel contratto che rinnova, l’interesse che avrebbe dovuto pagare. 156Colui che si è incaricato del trasporto di date mercanzie, con il profitto di un interesse fissato preventivamente, in un certo luogo, in un tempo determinato e non compie le condizioni relative al tempo e al luogo, non ha diritto di ricevere il prezzo convenuto. 157Quando uomini esperti in fatto di viaggi per mare e per terra, che sanno proporzionare il beneficio alla distanza di luogo e di tempo, fissano un interesse qualunque — per quanto riguarda dei trasporti — la loro decisione ha forza legale per quanto riguarda l’interesse stabilito. 158L’uomo che si rende quaggiù mallevadore della comparsa di un debitore e non può presentarlo, deve pagare il debito del suo. 159Ma un figlio non è tenuto a pagar le somme dovute dal padre per essersene fatto mallevadore o per averle egli stesso promesse senza motivo, a cortigiane, a musici al pari del danaro perduto al giuoco o dovuto per liquori spiritosi, né il resto di un’ammenda o di una imposta. 160Tale è la regola stabilita nel caso di malleveria di una comparsa in giudizio; ma quando un uomo che ha fatto garanzia di un pagamento muore, il giudice deve farsi pagare dagli eredi. 161Tuttavia in quale circostanza può accadere mai; che dopo la morte di un uomo che ha fatto da mallevadore, ma non per il pagamento di un debito, e di cui sono noti gli affari, il creditore reclami il debito dall’erede? 162Se il mallevadore ha ricevuto danaro dal debitore e possiede abbastanza da pagare, il figlio di colui che ha ricevuto questo danaro paga il debito col fondo dei beni che eredita; così vuole la legge. 163Ogni contratto fatto da una persona ubriaca o pazza o malata o interamente soggetta, da un fanciullo, da un vecchio, da una persona non autorizzata, è di effetto nullo. 164L’impegno preso da una persona di fare una cosa, anche se confermato da prove, non è valido, se è incompatibile con le leggi stabilite ed i costumi antichissimi. 165Quando il giudice vede della frode, in un contratto o in una vendita, in un dono, nell’accettazione di una cosa, dovunque riconosce della furberia, deve annullare l’affare. 166Se il mutuatario viene a morire ed il danaro è stato speso per la sua famiglia, la somma deve esser pagata dai parenti, divisi o non divisi, del loro. 167Quand’anche uno schiavo addivenga ad una transazione qualsiasi per la famiglia del suo padrone, costui, sia stato presente o no, non deve rifiutare di riconoscerla. 168Ciò che è stato dato per forza, o posseduto per forza, o scritto per forza, è dichiarato nullo da Manu, come ogni cosa fatta per imposizione.
169Tre sorte di persone soffrono per cagione d’altri: i testimoni, i mallevadori, gli istruttori delle cause; e quattro altre s’arricchiscono rendendosi utili altrui: il Brahmano, il banchiere, il mercante e il re. 170Un re, per povero che sia, non si impadronisca di ciò che non deve prendere; e per ricco che sia non abbandoni niente di ciò che deve prendere, nemmeno la più piccola cosa. 171Prendendo ciò che non deve prendere, e rifiutando ciò che gli spetta di diritto, il re dà prova di debolezza ed è perduto in questo e nell’altro mondo. 172Prendendo ciò che gli è dovuto, prevenendo le confusioni delle classi, proteggendo il debole, il re acquista forza e prospera in questo e nell’altro mondo. 173Perciò il re, al pari di Yama, rinunciando a tutto ciò che può piacergli o spiacergli, deve seguire la regola di condotta del giudice degli uomini, reprimendo la collera ed imponendo un freno ai suoi organi. 174Ma il re dal cuore perverso, che nella sua follia pronuncia delle sentenze ingiuste, cade tosto sotto la dipendenza dei suoi nemici. 175Al contrario, quando un re, reprimendo l’amore delle voluttà e della collera, esamina le cause con equità, i popoli corrono verso di lui, come i fiumi si precipitano all’Oceano. 176Il debitore che viene a lamentarsi dal re perché il creditore cerca di riavere ciò che gli è dovuto, deve essere forzato dal re a pagare, come ammenda, il quarto della somma ed a rendere quanto deve al creditore. 177Un debitore può soddisfare il suo creditore con del lavoro, se è della stessa classe o d’una classe inferiore; ma se di una classe superiore, paghi il suo debito poco a poco. 178Queste sono le regole secondo le quali un re deve decidere secondo giustizia le cause tra due parti contendenti, dopo che le testimonianze e le altre prove hanno chiarito ogni dubbio. 179Ad una persona di onorevole famiglia, di buoni costumi, che conosce le leggi, abbia un gran numero di parenti, sia ricca, onesta, l’uomo assennato può affidare mi deposito. 180Qualunque sia l’oggetto ed in qualunque modo sia stato deposto nelle mani di una persona, si deve riavere questo oggetto nello stesso modo: come depositato, cosi ripreso. 181Colui al quale viene richiesto un pegno, se non lo ridà alla persona che glielo aveva confidato, deve essere interrogato davanti al giudice in assenza del richiedente. 182In mancanza di testimoni il giudice faccia depositare l’oro, o qualsiasi oggetto prezioso, con ragioni plausibili, dal convenuto, nelle mani di emissari che abbiano passati i sedici anni e di maniere piacevoli. 183Se il depositario ritorna l’oggetto confidato nel medesimo stato e nella stessa forma con il quale gli è stato dato, non v’è ragione di ammettere le imputazioni fattegli da altre persone. 184Ma se non ridà a questi emissari l’oro confidatogli, cosi come dovrebbe, sia arrestato e costretto a restituire entrambi i depositi; così vuole la legge. 185Un deposito, suggellato o no, finché vive colui che l’ha confidato non deve esser rimesso a chi ne è l’erede presuntivo, poiché in caso di morte di quest’ultimo, il deposito è perduto se non sia stato da questi consegnato al proprietario; nel caso che non muoia non è perduto. 186Ma se un depositario dà spontaneamente il deposito affidatogli — in caso di morte del proprietario — all’erede del defunto, non deve essere esposto a nessun reclamo da parte del re o dei parenti. 187L’oggetto affidato deve essere reclamato senza intrighi all’amichevole; dopo essersi assicurati del carattere del proprietario, si deve finire la faccenda amichevolmente. 188Tale è la regola che bisogna seguire nel reclamare tutti gli oggetti dati in pegno; nel caso di un pegno suggellato, colui che l’ha ricevuto non deve essere molestato, se non ha nulla sottratto. 189Se un pegno è stato rubato dai ladri, portato via dalle acque o consumato dal fuoco, il depositario non è tenuto a rifonderne il valore, se non n’abbia detratto nulla. 190Il re esamini con ogni sorta di espedienti e con le ordalie prescritte dai Veda, colui che si è appropriato un pegno e colui che reclama ciò che non ha depositato. 191L’uomo che non riconsegna un oggetto confidatogli e colui che domanda un deposito che non ha mai fatto, devono essere puniti come ladri, e condannati ad una ammenda del valore dell’oggetto in questione. 192Il re faccia pagare un’ammenda del valore dell’oggetto a colui che ha stornato un deposito ordinario e così pure a colui che ha sottratto un deposito suggellato, senza distinzione. 193Colui che per mezzo di false offerte di servigi, s’impadronisce del denaro altrui, deve subire pubblicamente, al pari dei suoi complici, diverse sorte di supplizio. 194Un deposito consistente di dati oggetti, affidato da qualcuno in presenza di certe persone, deve essere restituito nello stesso modo e nell’eguale stato. 195Il deposito fatto e ricevuto in segreto deve essere restituito in segreto: come dato, cosi Restituito. 196Il re decida in tal guisa le cause riferentisi ad un pegno o ad un oggetto prestato in via d’amicizia, senza maltrattare il depositario. 197Colui che vende il bene di un altro, senza l’assenso di colui che n’è il proprietario, non deve essere dal giudice ammesso a testimoniare come un ladro che crede di non aver rubato. 198Se è parente stretto del proprietario, deve essere condannato ad un’ammenda di seicento Pana; se non è parente e non ha nessuna ragione da far valere, è colpevole di furto. 199Una donazione od una vendita fatta da altri che non sia il vero proprietario, deve essere considerata come nulla; questa è regola di procedura. 200Per ogni cosa di cui uno ha usato senza poter produrre nessun titolo, la legge ha stabilito che solo i titoli fanno autorità e non l’uso. 201Colui che in pieno mercato, davanti ad un gran numero di persone, compera un bene qualunque, ne acquista, a giusto titolo, la proprietà pagando il prezzo stabilito. 202Ma se il venditore, che non era il proprietario, non può esser prodotto in giudizio, il compratore che prova che il contratto è stato stipulato pubblicamente è lasciato libero senza pena alcuna, e l’antico proprietario riprende la proprietà di quel bene.
203Non si deve vendere nessuna mercanzia mescolata con un’altra, come pura, né una mercanzia di cattiva qualità, come buona, né una mercanzia che manchi di peso, né una cosa lontana, e della quale si siano nascosti i difetti. 204Se dopo aver mostrata al pretendente una ragazza, glie ne dà un’altra per sposa, questi diventa marito di tutte e due per lo stesso prezzo che ha pagato per una: così ha deciso Manu. 205Colui il quale dà in matrimonio una fanciulla e ne fa conoscere prima i difetti, dicendo che essa è pazza, od affetta da elefantiasi, od ha avuto commercio con un altro, non è passibile di pena. 206Se un sacerdote officiante, scelto per fare un sacrificio, abbandona il suo compito, solo una parte degli onorari in proporzione di ciò che ha fatto, deve essergli data dai celebranti. 207Dopo la distribuzione degli onorari, se egli è obbligato ad abbandonar la cerimonia per ragioni di malattia, s’abbia intera la sua parte e faccia da un altro sacerdote compiere quello che ha cominciato. 208Quando in una cerimonia religiosa sono fissate per ogni parte dell’ufficio divino gratificazioni particolari, colui che ha compiuto una data parte deve avere quello che è assegnato, o i sacerdoti devono dividersi in comune gli onorari.
209In certe cerimonie l’Andwaryu (lettore dello Yagiur-Veda) prenda il carro, il Brahma (officiante) prenda un cavallo, l’Hotri (lettore del Rig-Veda) prenda un altro cavallo e l’Udgatri (cantore del Sama Veda) il carretto sul quale sono stati portati gli strumenti del sacrificio. 210Dovendosi dividerà cento vacche tra sedici sacerdoti, i quattro principali hanno diritto alla metà circa, a quarantotto vacche; i quattro che seguono alla metà di questo numero, la terza serie al terzo; la quarta al quarto. 211Quando degli uomini si uniscono per cooperare, ognuno col proprio lavoro, ad una stessa impresa, questo è il modo con il quale deve esser fatta la distribuzione delle parti. 212Quando del danaro è stato donato o promesso da qualcuno ad una persona che lo chiedeva per dedicarlo a cerimonie religiose, il dono è considerato nullo, nel caso che l’atto non sia compiuto. 213Ma se, per orgoglio o per avarizia, l’uomo che ha ricevuto in tal caso del denaro si rifiuta di restituirlo, deve essere condannato dal re all’ ammenda di un Suvarna, come pena per questo furto.
214Tale è, così come è stata esposta, la maniera legale di riprendere una cosa data; ora enumererò il caso in cui si può non pagar dei salari. 215Il salariato che, senza essere malato, rifiuta per orgoglio di fare il lavoro convenuto, sarà punito con un’ammenda di dieci Krishnala d’oro e il salario non gli sarà pagato. 216Ma se, dopo esser stato ammalato, quando sia ristabilito, compie l’opera sua a seconda della convenzione, deve ricevere il salario, anche dopo molto tempo. 217Tuttavia se, malato o sano, l’opera contrattata non viene fatta, il salario non deve essergli dato, quand’anche manchi pochissimo ad esser compiuta.
218Questo è il regolamento concernente ogni opera intrapresa per salario; ora vi esporrò la legge che si riferisce a quelli che rompono il contratto. 219Il re bandisca dal regno colui che avendo fatto con dei mercanti o dei cittadini di una borgata, di un distretto, un contratto sotto giuramento manchi per avarizia alle promesse; 220E di più il re, fatto arrestare quest’uomo di mala fede, lo condanni a pagar quattro Suvarna o sei Nishka, o un Satamana d’argento. 221Questa è la regola secondo la quale un re giusto deve infliggere punizioni a quelli che non mantengono i contratti, fra tutti i cittadini e tutte le classi. 222Colui che avendo comprata o venduta una cosa, se ne pente entro dieci giorni, può rendere o riprenderla. 223Ma passato il decimo giorno non può più restituirla o costringere altrui a restituirla; colui che ripiglia per forza, o obbliga a riprendere, deve essere punito dal re con un’ammenda di seicento Pana.
224Il re stesso faccia pagare un’ammenda di novantasei Pana a colui che dà in matrimonio una ragazza che abbia dei difetti senza prevenire il pretendente. 225Ma colui che, per cattiveria dice: Questa ragazza non è vergine, deve subire una ammenda di cento Pana se non prova ch’essa è stata contaminata. 226Le preci nunziali sono stabilite soltanto per le vergini e non mai per quelle che hanno perduta la virginità; tali donne sono escluse dalle cerimonie legali. 227Le preghiere nunziali sono la sanzione necessaria del matrimonio e gli uomini istruiti devono sapere che esso è perciò completo ed irrevocabile al settimo passo fatto dalla sposa assieme al marito che le dà la mano. 228Quando una persona prova rincrescimenti dopo aver concluso un affare qualsiasi, il giudice deve, secondo la regola enunciata, farla rientrare sulla diritta via.
229Ora deciderò convenientemente, secondo i principi della legge, le contestazioni che possono insorgere tra i proprietari di bestiame ed i pastori. 230Di giorno la responsabilità riguardante la sicurezza del bestiame tocca al pastore; di notte, al padrone, se il bestiame è in casa; ma se è altrimenti, la responsabilità è del guardiano. 231TI mandriano che ha per paga delle razioni di latte, deve mungere la più bella vacca ogni dieci, previo il consenso del padrone; questa è la paga del guardiano che non ha salario d’altra sorta. 232Quando un animale si perde, è ucciso dai rettili o dai cani, o cade in un precipizio e tutto ciò è per negligenza del guardiano, questi è tenuto a darne un altro. 233Ma quando dei ladri hanno rubato un animale, egli non è obbligato a sostituirlo, se ha annunciato il furto e se ha cura, a tempo e luogo, d’avvertirne il padrone. 234Quando un animale muore, ne porti al padrone le orecchie, la pelle, la coda, la pelle del basso ventre, i tendini, la Rotchana (la bile secreta della vacca) e ne mostri le membra. 235Quando un branco di capre o di pecore è assalito dai lupi, ed il pastore non accorre, se un lupo ruba una capra o una pecora, la colpa è del pastore. 236Ma se, mentre le sorveglia ed esse passano tutte assieme per un bosco, un lupo salta fuori all’improvviso e ne uccide una, il pastore non è colpevole. 237Si lasci per pascolo attorno al villaggio uno spazio incolto largo quattrocento braccia o tre getti di bastone, e tre volte questo spazio attorno ad una città. 238Se il bestiame che vi pascola danneggia il grano di un campo non cintato, il re non deve infliggere alcuna punizione ai guardiani. 239Il proprietario contorni il suo campo d’una siepe, di spino, sopra la quale non possa alzaer la testa un cammello, e turi con ogni cura i buchi donde potrebbe passar la testa un cane od un porco. 240Il bestiame accompagnato da un mandriano, se danneggi vicino alla strada maestra o ad un villaggio, o in un terreno chiuso, deve esser multato di una ammenda di cento Pana; se non abbia il guardiano, il proprietario del campo lo cacci lontano. 241Per altri campi, il bestiame deve pagare l’ammenda di un Pana e un quarto: dovunque però deve esser pagato al proprietario il grano sciupato: così ha deciso Manu. 242Una vacca, nei dieci giorni che s’è svitellata, i tori, il bestiame consacrato agli Dei, accompagnati o no dal guardiano, sono stati da Manu dichiarati esenti da ammenda. 243Quando il campo è stato devastato per negligenza del proprietario, questi deve esser punito con una multa eguale a dieci volte il valore della parte del re, o soltanto della metà di questa ammenda se il danno è dipendente dai suoi servi, senza che egli n’abbia colpa. 244Queste sono le regole che deve osservare un re giusto in tutti i casi di trasgressione alla legge da parte dei proprietari del bestiame e dei guardiani.
245Quando insorge contestazione di limite fra due villaggi, il re scelga il mese di Jieshtha per determinare questi limiti, essendo più facile distinguerli. 246Stabiliti i confini deve piantarvi dei grandi alberi come dei Nyagrodhas, degli Aswattha, dei Kinsuka, dei Salmali, dei Saia, dei Tala e degli alberi abbondanti di latte, come l’Udombrarara. 247Degli arboscelli a macchia, dei bambù di diverse sorte, dei rami, delle liane, dei Sara, dei Kubgiaka fronzuti; si accumulino dei monticelli di terra. In tal modo il limite non si potrà più distruggere. 248Dei laghi, dei pozzi, delle vasche d’acqua,dei ruscelli devono essere stabiliti su limiti comuni, al pari delle cappelle consacrate agli Dei. 249Ed inoltre si devono fare per i limiti altri segni segreti, vedendo che sulla determinazione dei confini gli uomini sono continuamente nell’incertezza. 250Delle grosse pietre, delle ossa, delle code di vacca, delle pagliuzze di riso, della cenere, dei cocci, dello sterco di vacca seccato, delle tegole, del carbone, dei sassi, della sabbia; 251Ed infine, sostanze d’ogni sorta chela terra non corroda che in lungo tempo, devono essere deposte e nascoste sottoterra dove sono i limiti comuni. 252Per mezzo di questi segni il re deve determinare il confine tra due parti contendenti e per mezzo dell’antichità del possesso e del corso del ruscello; 253Ma per poco che vi sia dubbio nell’esame di questi segni, sono necessarie per decidere le contestazioni riguardanti il confine, le dichiarazioni dei testimoni. 254I testimoni devono essere interrogati sui segni dei limiti, in presenza di un gran numero di abitanti e delle parti contendenti. 255Quando una dichiarazione unanime e positiva è data da questi uomini interrogati sui limiti, siano questi determinati, per iscritto, con il nome di tutti i testimoni. 256Costoro, mettendosi della terra sul capo, portando ghirlande di fiori rossi, ed abiti rossi, dopo aver giurato per le loro buone azioni, fissino esattamente i limiti. 257I testimoni veritieri che fanno le loro deposizioni in conformità delle leggi, sono purificati da ogni delitto; ma quelli che fanno una deposizione falsa, devono essere condannati a duecento Pana d’ammenda. 258In mancanza di testimoni, quattro uomini dei villaggi vicini, dalle quattro parti, siano invitati a portare la decisione sui confini, dopo essersi convenientemente preparati, e in presenza del re. 259Ma se non vi sono né vicini né gente di cui gli antenati abbiano vissuto nel villaggio da quando è stato edificato, capaci di far testimonianza, il re deve chiamare questi uomini che passano la loro vita nei boschi. 260Dei cacciatori, degli uccellatori, dei guardiani di vacche, dei pescatori, della gente che strappa le radici, dei cercatori di serpenti, degli spigolatori e degli altri uomini che vivono nelle foreste. 261Dopo che costoro sono stati consultati, a seconda del responso dato sui segnali dei limiti comuni, il re deve far stabilire con giustizia il limite tra i due villaggi. 262Per dei campi, dei pozzi, dei serbatoi d’acqua, dei giardini, delle case, il miglior mezzo per decidere è la testimonianza dei vicini. 263Se i vicini fanno una dichiarazione falsa quando due uomini sono in lite por i limiti delle loro proprietà, essi devono essere condannati, singolarmente, all’ammenda media. 264Colui che s’impadronisce di una casa, di un serbatoio d’acqua, d’un giardino, d’un campo, deve essere condannato a cinquecento Pana d’ammenda, e soltanto a duecento se l’ha fatto per errore. 265Se i limiti non possono essere determinati in tal guisa, un re giusto s’incarichi egli stesso, nell’interesse delle parti, di fissar il limite delle terre; questa è la regola stabilita
266Ho finito di enunciare la legge relativa alla determinazione dei limiti; ora vi farò conoscere le decisioni concernenti gli oltraggi di parole. 267Uno Kshatriya, per aver ingiuriato un Brahmano, merita un’ammenda di cento Pana; un Vaisya di centocinquanta e di duecento; un Sudra una pena corporale. 268Un Brahmano sarà condannato all’ammenda di cinquanta pana per aver oltraggiato un uomo della classe militare; di venticinque per un Vaisya; di dodici per un Sudra. 269Per aver ingiuriato un uomo della sua classe, uno Dwigia sarà condannato a dodici Pana; per dei discorsi infamanti, la pena deve essere in generale raddoppiata. 270Un uomo dell’ultima classe che insulta degli Dwigia, con invettive, merita d’aver la lingua tagliata: perché egli è stato prodotto dalla parte inferiore di Brahma. 271Se egli li chiama per i loro nomi e per le loro classi, beffandoli, uno stiletto di ferro, lungo dieci dita, dovrà essere conficcato rovente nella sua bocca. 272Il re gli faccia versare dell’olio bollente nella bocca e nell’orecchie, s’egli ha l’impudenza di dar consiglio ai Brahmani sull’adempimento del loro dovere. 273Colui che nega a torto, per orgoglio, le cognizioni teologiche, il paese natale, la classe ed i sacramenti di un uomo, deve essere costretto a pagare duecento Pana. 274Se un uomo rimprovera ad un altro d’esser guercio, zoppo, o una infermità di questa fatta, anche se dice la verità, deve pagare l’ammenda di un Karshapana. 275Colui che maledice sua madre, suo padre, la moglie, il fratello, il figlio o il padre spirituale, deve subire una ammenda di cento Pana, come quegli che rifiuta di cedere il passaggio al suo rettore spirituale. 276Un re giudizioso deve imporre la seguente ammenda ad un Brahmano e ad uno Kshatriya, che si siano insultati reciprocamente; il Brahmano deve essere condannato alla ammenda inferiore e lo Kshatriya alla media. 277La stessa applicazione di pena deve aver luogo nel caso di un Vaisya e di un Sudra che si siano ingiuriati reciprocamente, secondo le loro classi, senza mutilazione: così vuole la legge.
278Ho finito di esporre quali sono i modi di punizione degli oltraggi di parola; ora esporrò la legge che concerne i maltrattamenti. 279Di qualsiasi membro si serva un uomo di bassi natali per colpire un superiore, tal membro deve essere reciso; questo è l’ordine di Manu. 280Se ha alzato la mano o il bastone su un superiore, la mano deve esser tagliata; se in un movimento di collera gli ha dato un calcio, si tagli il piede. 281Un uomo dell’ultima classe che ardisce di prender posto accanto ad un uomo appartenente alla classe più alta, deve esser marcato sotto la coscia, e bandito; oppure il re deve ordinare che gli sia fatto un taglio sulle natiche. 282Se sputa insolentemente su un Brahmano, il re gli faccia tagliare le due labbra; se urina, il pene; se lascia andare una correggia in faccia a lui, l’ano; 283Se lo prende per i capelli, per i piedi, per la barba, per il collo, per lo scroto, il re gli faccia tosto tagliare le mani. 284Se un uomo graffia la pelle d’una persona, della sua classe, e ne fa colar il sangue, deve essere condannato a duecento Pana d’ammenda; per una ferita penetrata nella carne a sei Nishka; per la frattura d’un osso, al bando. 285Quando si danneggiano alberi d’alto fusto, si deve pagare un’ammenda proporzionata alla utilità ed al valore loro; così ha deciso Manu. 286Quando una percossa seguita da viva angoscia è stata data a degli uomini o a degli animali, il re deve infliggere una pena al percuotitore, in ragione del dolore più o meno grande che il colpo ha potuto causare. 287Quando un membro è stato ferito e ne consegue una piaga o l’emorragia, chi ha causato il male deve pagare le spese della guarigione; deve, in caso di rifiuto, pagare un’ammenda, oltre le spese. 288Colui che danneggia i beni di un altro, scientemente o per sbadataggine, devo soddisfarlo e pagare al re una ammenda uguale al danno. 289Per avere guastato del cuoio o dei sacchi di cuoio, degli utensili di terra o di legno, dei fiori, delle radici, delle frutta, l’ammenda è di cinque volte il loro valore.
290I saggi hanno ammesso dieci circostanze relative ad una carrozza, al cocchiere, ed al padrone della carrozza, nelle quali l’ammenda non ha vigore; in tutti gli altri casi l’ammenda è imposta. 291Quando si rompe la briglia, quando il gioco si spezza, quando il carro s’arrovescia o va contro qualche cosa, quando l’asse si rompe o la ruota si fracassa. 292Quando le cigne, la cavezza, le redini si rompono; quando il cocchiere ha gridato: Largo, Manu ha stabilito che nessuna ammenda deve essere imposta, se avviene qualche accidente funesto. 293Ma quando una carrozza va giù di strada per la inabilità del cocchiere, se succede qualche danno, il padrone deve essere condannato a duecento Pana d’ammenda. 294Se il cocchiere è abile, merita l’ammenda; se è invece maldestro, le persone che stanno nella vettura devono pagare ciascuna cento Pana. 295Se un cocchiere che s’imbatte su la strada in un branco d’animali o in un’altra carrozza, uccide degli esseri animati, deve essere, senza dubbio alcuno, condannato all’ammenda. 296Per un uomo ucciso, un’ammenda pari a quella che si paga per un furto tosto deve essere imposta; una ammenda della metà per degli animali di grossa taglia, come vacche, elefanti, cammelli, cavalli; 297Per bestiame di poco prezzo l’ammenda è di duecento Pana e di cinquanta per bestie selvagge e per uccelli di piacere: — il pappagallo, il cigno; — 298Per un asino, un capro, un ariete, l’ammenda è di cinque Mashka d’argento e d’un solo per un cane o un porco.
299Una moglie, un figlio, un domestico, un allievo, un fratello, dello stesso letto, possono essere percossi quando commettano qualche colpa, con una corda o una verga di bambù. 300Ma sempre sulle parti posteriori e mai su quelle nobili; colui che percuote in altro modo è passibile della stessa pena che un ladro. 301La legge che concerne i maltrattamenti è cosi esposta completamente: ora vi esporrò le regole delle pene sancite contro il furto. 302Il re applichi ogni cura a reprimere i ladri: per questo fatto la sua gloria ed il suo regno s’accrescono. 303Certo, il re che mette al sicuro d’ogni timore dove essere onorato; egli compie in tal guisa un sacrificio in permanenza di cui i doni sono la protezione contro i pericoli. 304La sesta parte del merito di tutte le azioni virtuose va al re che protegge i suoi popoli; il sesto delle azioni ingiuste è la parte di colui che non veglia alla sicurezza dei sudditi. 305La sesta parte delle letture di pietà, dei sacrifici, dei doni e degli onori resi agli Dei, appartiene di diritto al re, per la protezione ch’egli accorda. 306Proteggendo tutte le creature con equità e punendo i colpevoli, un re compie ogni giorno un sacrificio con centomila doni. 307Il re che non protegge i popoli e riscuote le entrate, il sesto dei frutti dei terreni, le imposte, i diritti sulle mercanzie, i doni quotidiani e le multe va tosto all’inferno. 308Questo re che senza essere il protettore dei suoi soggetti prende la sesta parte dei frutti della terra, è considerato dai saggi tale che attira sopra di sé tutte le colpe del popolo. 309Si sappia che un sovrano che non ha rispetto ai precetti dei Libri Sacri, che nega l’altro mondo, che si procura le ricchezze con mezzi iniqui, che non protegge i suoi sudditi e divora le loro sostanze, è destinato alle regioni infernali. 310Per reprimere i perversi il re impieghi costantemente questi tre mezzi: la detenzione, i ferri e le diverse pene corporali. 311Reprimendo i cattivi e favorendo la gente dabbene i re sono sempre purificati al pari dei Brahmani che sacrificano.
312Il re che desidera il bene dell’anima sua, deve perdonare senza tregua ai litiganti, ai fanciulli, ai vecchi, ai malati, che inveiscono con parole contro di lui. 313Colui che perdona alle persone afflitte che l’ingiuriano, è perciò onorato in cielo; colui che, per orgoglio della propria potenza, conserva dell’astio, andrà perciò all’inferno.
314Colui che ha rubato dell’oro a un Brahmano, deve correre in gran fretta dal re, con i capelli sparsi a dichiarare il suo furto, dicendo: Io ho commesso il tal delitto: puniscimi. 315Deve portar sulle spalle un fascio d’armi, una mazza di legno di Khadira (Mimosa Catechu) o un ferro di lancia a due tagli, o una barra di ferro. 316Il ladro, sia che muoia sul colpo — percosso dal re — o sia lasciato per morto e sopravviva, è purgato dal suo delitto; se il re non lo punisce la colpa del ladro ricade su di lui. 317L’autore della morte di un feto comunica la sua colpa a colui che mangia del cibo che egli ha apprestato; una donna adultera, al marito, un allievo al suo direttore, colui che offre un sacrificio con negligenza, al sacrificatore, un ladro al re che perdona. 318Ma gli uomini che hanno commesso un delitto che il re ha castigato, vanno al cielo esenti da ogni macchia; cosi puri come le persone che hanno fatte delle buone azioni. 319Colui che ruba la corda o la secchia da un pozzo e colui che guasta una fontana pubblica, devono esser condannati all’ammenda d’una Masha d’oro ed a restituire le cose nel pristino stato. 320Una pena corporale deve essere inflitta a colui che ruba più di dieci Kumba di grano; per meno deve esser condannato ad una ammenda di undici volte il valore dell’oggetto rubato ed a restituire al proprietario quel che gli appartiene. 321Una pena corporale sarà egualmente inflitta, per aver rubato più di cento Paja d’oggetti preziosi che si vendono a peso, come dell’oro o dell’argento, o dei ricchi abiti. 322Per un furto di più di cinquanta Paja d’ oggetti suaccennati, si deve aver la mano tagliata; per meno il re deve applicare un’ammenda di undici volte il valore dell’oggetto. 323Per aver rubato a uomini di buona famiglia o specialmente a donne, dei gioielli di gran prezzo, il ladro merita la pena capitale. 324Per furto di bestiame grosso, d’armi, di medicamenti, il re deve infliggere una pena dopo di aver considerato il tempo ed il motivo. 325Per aver rubato delle vacche appartenenti a dei Brahmani ed aver loro bucato le narici; infine per aver rubato del bestiame a dei Brahmani, il malfattore deve aver tosto tagliata la metà del piede. 326Per aver preso del filo, del cotone, delle semenze atte a favorire la fermentazione dei liquori spiritosi, del fieno, di vacca, dello zucchero greggio, del caglio, del siero di latte, dell’acqua, dell’erba. 327Dei cesti di bambù, del sale, dei vasi di terra, dell’argilla, delle ceneri. 328Dei pesci, degli uccelli, dell’olio, del burro chiarito, della carne, del miele od ogni altra cosa proveniente dagli animali; 329O altre sostanze di poco conto, dei liquori spiritosi, del riso bollito o delle vivande d’ogni sorta, l’ammenda è del doppio dell’oggetto rubato. 330Per aver rubato dei fiori, del grano ancora verde, dei cespugli, delle liane, degli arboscelli o delle granaglie non mondate, l’ammenda è di cinque Krishnala. 331Per del grano vagliato, per delle erbe mangerecce, delle radici, delle frutta, l’ammenda è di cento Pana se non v’è alcuna parentela tra il ladro ed il derubato; di cinquanta se v’è relazione. 332L’atto di prendere una cosa per violenza sotto gli occhi del proprietario, è rapina; in sua assenza è un furto come il negare ciò che si è ricevuto. 333Il re imponga la prima ammenda all’uomo che ruba gli oggetti enumerati, quando sono stati messi in ordine per servire a certi scopi; come a colui che ruba il fuoco da una cappella. 334Qualunque sia il membro di cui un ladro si serve, in un modo o nell’altro, per nuocere altrui, il re deve farlo tagliare per impedirgli di commettere di nuovo lo stesso delitto.
335Un padre, un istitutore, un amico, una madre, una sposa, un consigliere spirituale non devono essere lasciati impuniti dal re, quando non adempiano ai loro doveri. 336Nel caso in cui un uomo di bassi natali sia punito d’una ammenda di un Karshapana, un re deve essere assoggettato ad un’ammenda di mille Pana: così ha deciso Manu. 337L’ammenda di un Sudra per un furto qualsiasi, deve essere otto volte più considerevole che la pena ordinaria; quella di un Vaisya sedici volte; quella di uno Kshatriya trentadue volte. 338Quella di un Brahmano sessantaquattro o cento, od anche centoventotto volte più considerevole, quando ciascuno d’essi conosce perfettamente il bene o il male delle sue azioni. 339Prendere delle radici o delle frutta a dei grandi alberi, o del legno per un fuoco sacro o dell’erba per nutrire delle vacche, è stato dichiarato da Manu non costituire furto. 340Il Brahmano che per prezzo di un sacrificio o dell’insegnamento dei dogmi sacri, riceve dalla mano d’un uomo una cosa che questi ha presa, ma non gli è stata donata, è come un ladro. 341Lo Dwigia che è in cammino ed ha provviste esigue, se prende due canne da zucchero o due piccole radici nel campo altrui, non deve pagar ammenda. 342Colui che attacca animali liberi, d’altrui, e mette in libertà quelli che sono attaccati, colui che prende uno schiavo, un cavallo, un carro, sono passibili della stessa pena che un ladro.
343Quando un re, con l’applicazione di queste leggi, reprime il furto, ottiene gloria in questo mondo e dopo morte la felicità suprema. 344Il re che aspira alla sovranità in questo mondo e così pure alla gloria eterna ed inalterabile, non soffra un solo istante l’uomo che commette violenze. 345Colui che si dà ad azioni violente deve esser riconosciuto come ben più colpevole di un diffamatore, di un ladro, o d’un uomo che percuote col bastone. 346Il re che sopporta un uomo che commette violenze va verso la sua perdita ed incorre nell’odio di tutti. 347Mai, né per motivi d’amicizia o per la speranza di guadagno considerevole, il re non deve lasciar liberi gli autori d’azioni violente, che diffondono il terrore fra tutte le creature. 348Gli Dwigia possono prender l’armi quando si impedisce di compiere il loro dovere e quando, d’un tratto, le classi rigenerate sono afflitte da un disastro. 349Per la propria sicurezza, in una guerra a difesa dei diritti sacri o per proteggere una donna o un Brahmano, colui che uccide giustamente non è colpevole. 350Un uomo deve uccidere, senza esitazione, chiunque gli salti addosso per ucciderlo, quand’anche questi sia il suo rettore, un fanciullo, un vecchio o un Brahmano versato nella Scrittura. 351L’uccidere un uomo che tenta d’assassinare, in pubblico o in privato, non dà colpa di omicidio; il furore è alle prese col fuoco.
352Il re bandisca, dopo averli puniti con mutilazioni infamanti, coloro che seducono le donne degli altri. 353Poiché dall’adulterio nasce il miscuglio delle classi e dal miscuglio delle classi discende la violazione dei doveri, distruggitrice della razza umana, causa della rovina dell’universo. 354L’uomo’ che si trattiene segretamente con la donna d’un altro e che è stato accusato già di cattivi costumi, deve esser condannato alla prima ammenda. 355Ma colui contro il quale non è mai stata mossa fuori una simile accusa e si trattiene con una donna per un motivo valido, non deve subire alcuna pena; non ha punto trasgredita la legge. 356Colui che parla alla moglie d’un altro, in un luogo remoto, in una foresta, in un bosco o verso il confluente di due corsi d’acqua, incorre in pena d’adulterio. 357Usar premure ad una donna, inviandole fiori, profumi, trastullarsi con lei, toccare la sua acconciatura od i suoi abiti, sedersi con lei sullo stesso letto, sono pratiche considerate come prove di amore adultero. 358Toccare una donna maritata con modi illeciti, lasciarsi toccare da lei in tal guisa, sono azioni risultanti dall’adulterio per consentimento reciproco. 359Un Sudra deve subir la pena capitale per aver fatto violenza alla moglie di un Brahmano; e in tutte le classi le donne devono essere sorvegliate senza tregua. 360Dei mendicanti, dei panegiristi, delle persone che hanno cominciato un sacrificio, degli artigiani d’infimo grado, possono intrattenersi con donne maritate senza opposizione. 361Nessun uomo rivolga la parola a donne straniere quando è stato proibito da coloro da cui esse dipendono; se parla loro, ad onta della proibizione, deve pagare una Suvarna d’ammenda. 362Queste regole non si riferiscono alle mogli dei danzatori e dei cantanti, né a quelle degli uomini che vivono del frutto del disonore delle loro donne; queste persone sollecitano gli uomini e ne procurano il congiungimento con le mogli loro o si tengono nascosti per favorire colloqui amorosi. 363Tuttavia colui che ha relazioni o con queste donne o con serve dipendenti da un padrone o con religiose, d’una setta eretica, deve essere condannato ad una ammenda leggiera. 364Colui che fa violenza ad una giovinetta, deve subire una pena corporale; ma se gode di costei, perché essa acconsente, ed è della sua classe, non incorre in punizione. 365Se una giovinetta ama un uomo d’una classe superiore alla sua, il re non deve fargli pagare la menoma ammenda, ma se essa s’attacca ad un uomo di bassa origine, deve esser tenuta chiusa con ogni cura in casa. 366Un uomo di bassi natali che rivolge i suoi pensieri ad una donna d’alti natali, merita una pena corporale; se corteggia una ragazza della sua stessa classe, dia il dono d’uso, se il padre acconsente, e se la sposi. 367L’uomo che per orgoglio, contamina violentemente una ragazza, dovrà aver tagliate due dita, e merita un’ammenda di seicento Pana. 368Quando la ragazza ha acconsentito, colui che l’ha macchiata, se è della stessa classe, non deve aver tagliate le due dita: si deve però fargli pagare duecento Pana d’ammenda per impedirgli di tornare. 369Se una ragazza contamina un’altra ragazza, sia condannata a duecento Pana d’ammenda e paghi al padre della ragazza il doppio del dono nunziale e riceva dieci colpi di verga. 370Ma ad una donna che in tal guisa attenta al pudore d’una ragazza, deve esser rasa la testa e tagliate le dita: sarà poi condotta per le vie a cavalcioni di un asino. 371Se una donna, superba della sua famiglia e delle sue doti, è infedele allo sposo, il re la faccia mangiar dai cani in un luogo molto frequentato. 372Condanni l’adultero complice ad esser bruciato su un letto di ferro rovente: gli esecutori alimentino senza tregua il fuoco con legna finché il perverso è bruciato. 373Un uomo già una volta incolpato di adulterio se in capo ad un anno lo è ancora, deve pagare una ammenda doppia; così pure per aver coabitato con la figlia di un Vratya (scomunicato) o con una Chandali. 374Il Sudra che ha commercio carnale con una donna delle tre prime classi, la quale sia guardata o no in casa, sarà privato del membro e di tutto il suo avere se non era guardata; se l’era, perde tutto: sostanza e vita. 375Per l’adulterio con una donna, tenuta in casa, della classe dei Brahmani, un Vaisya sarà privato di tutta la sua sostanza dopo la detenzione di un anno; uno Kshatriya sarà condannato a mille Pana ed avrà la testa rasa e bagnata di piscia d’asino. 376Ma se un Vaisya o uno Kshatriya ha relazioni colpevoli con una Brahmana non tenuta chiusa in casa dal marito il re faccia pagare al Vaisya cinquecento Pana d’ammenda e mille allo Kshatriya. 377Se entrambi commettono adulterio con una donna di un Brahmano che la tiene guardata, devono esser puniti come Sudra e bruciati con un fuoco di sterpi. 378Un Brahmano deve essere condannato a mille Pana d’ammenda se usa di una donna della sua classe ben guardata, non ne deve pagare che cinquecento se ella s’è prestata ai suoi desideri. 379Una tonsura ignominiosa è stabilita per il Brahmano in luogo della pena capitale, nel caso in cui la punizione delle altre classi è la morte. 380Il re si guardi dall’uccidere un Brahmano quand’anche questi abbia commesso tutti i delitti possibili, lo bandisca dal regno, lasciandogli tutte le sue sostanze e senza fargli alcun male. 381Non v’è al mondo iniquità più grande dell’uccisione di un Brahmano: il re non deve nemmeno concepire l’idea di mettere a morte un Brahmano. 382Un Vaisya che abbia relazioni colpevoli con una donna custodita in casa, appartenente alla classe militare, ed uno Kshatriya con una donna della classe commerciante, devono subire entrambi la stessa pena che nel caso di una Brahmana non custodita in casa. 383Un Brahmano deve essere condannato a pagar mille Pana se ha relazioni peccaminose con donne sorvegliate appartenenti a quelle due classi; per adulterio con una donna Sudra uno Kshatriya e un Vaisya subiranno una ammenda di mille Pana. 384Per adulterio con una donna Kshatriya non custodita, l’ammenda di un Vaisya è di cinquecento Pana; uno Kshatriya deve avere la testa rasata e cosparsa di piscia d’asino, oppure pagare l’ammenda. 385Un Brahmano che ha commercio carnale con una donna non custodita, sia della classe militare, sia della commerciante, sia della servile, merita un’ammenda di cinquecento Pana; di mille se la donna è di classe mista. 386Il principe nel cui regno non si incontra né un ladro, né un adultero, né un diffamatore, né un uomo colpevole d’atti violenti o di maltrattamenti, partecipa del soggiorno di Sakra. 387La repressione di quelle cinque persone nel paese soggetto al potere di un re, procura a lui la preminenza sugli uomini della sua condizione e diffonde la sua gloria pel mondo.
388Il sacrificatore che abbandona il celebrante ed il celebrante che abbandona il sacrificatore, essendo ognuno d’essi capace di compiere il proprio dovere e non avendo commesso nessun delitto, sono passibili di una ammenda di cento Pana ciascuno. 389Una madre, un padre, una sposa, un figlio, non devono essere abbandonati: colui che abbandona l’un d’essi quando non sia colpevole di qualche grande delitto, deve subire una ammenda di seicento Pana. 390Quando degli Dwigia sono in contestazione su una cosa riferentesi al loro ordine, il re si guardi bene di farsi egli interprete della legge, se desidera la salute dell’anima sua. 391Dopo avere reso loro gli onori dovuti ed averli calmati con parole benevoli, il re, assistito da parecchi Brahmani, faccia conoscere il loro dovere. 392Il Brahmano che dà un banchetto a venti Dwigia e non invita né il vicino che ha la casa al lato alla sua, né quello che abita presso la dimora del vicino, se sono degni di essere invitati, merita una ammenda di un Masha d’argento. 393Un Brahmano versato nella Sacra Scrittura che non invita un Brahmano, suo vicino, egualmente savio e virtuoso, in occasione di festa, deve esser condannato a pagare a questo Brahmano il doppio del valore del banchetto ed un Masha d’oro al re. 394Un cieco, un idiota, un uomo rattrappito, un settuagenario, un uomo che rende dei buoni uffici alle persone versate nella Sacra Scrittura, non devono essere assoggettati ad imposte da alcuno.
395Il re onori sempre un teologo sapiente, un malato, un uomo afflitto, un fanciullo, un vecchio, un povero, un uomo di nobile nascita ed un uomo rispettabile per le sue virtù. 396Un lavandaio deve lavare poco a poco su una tavola liscia, di legno di Salmali (Bombax Hepaphillum); non deve mescolar gli abiti di una persona con quelli di un’altra, né farli portare. 397Il tessitore a cui sono state date dieci libbre di filo di cotone, deve rendere un tessuto pesante un Pala di più a cagione dell’acqua di riso che v’entra; se opera in altra guisa paghi un’ammenda di dodici Pana.
398Uomini che conoscano bene in qualcosa si possano imporre gabelle, e pratichi di ogni sorta di mercanzie, valutino il prezzo delle merci ed il re prelevi il ventesimo dell’utile. 399Il re confischi tutta la sostanza di un negoziante che per cupidigia esporta le mercanzie di cui il commercio è dichiarato monopolio del re o delle quali è proibita l’esportazione. 400Colui che froda le gabelle, o vende o compera in ora indebita, o dà una falsa valutazione delle sue mercanzie, deve subire un’ammenda di otto volte il valore delle merci.
401Dopo aver considerato, per tutte le mercanzie, da che distanza sono apportate, a che distanza devono essere mandate, quanto tempo si sono tenute, il guadagno che se ne può trarre, la spesa che s’è fatta, il re stabilisca delle regole per la compera e la vendita. 402Ogni cinque giorni, od ogni quindici, il re regoli il prezzo delle merci in presenza di quelle persone pratiche che abbiamo nominato. 403Il valore dei metalli preziosi, al pari dei pesi e delle misure, siano esattamente determinati da lui ed ogni sei mesi li esamini di nuovo. 404Il pedaggio per traversare un corso d’acqua, è di un Pana per una carrozza vuota, di un mezzo per un uomo carico d’un fardello, di un quarto per una bestia o per una donna, di un ottavo per un uomo senza carico. 405I carri che portano balle di mercanzie devono pagare il diritto in ragione del loro valore; quelli che non portano che casse vuote, poco al pari degli uomini mal vestiti. 406Per un lungo traghetto sul battello, il prezzo del trasporto sia proporzionato ai luoghi ed alle epoche; questo si deve intendere per il passaggio di un fiume: per il mare il prezzo non è stabilito. 407Una donna incinta di due mesi o più, un mendicante ascetico, un anacoreta, e dei Brahmani che portano le insegne del noviziato, non devono pagare alcun diritto per il loro passaggio. 408Quando in un battello, un oggetto qualsiasi viene a perdersi per colpa dei battellieri, costoro devono unirsi insieme per restituirne uno simile. 409Questo è il regolamento che concerne coloro che vanno in battello, quando accadono dei malanni per colpa del battelliere durante il viaggio; per un accidente inevitabile non si può far pagare nulla. 410Il re imponga ai Vaisya di far il commercio, d’imprestar denaro ad interesse, di lavorare la terra, o di allevare del bestiame; ai Sudra di servire gli Dwigia. 411Quando uno Kshatriya o un Vaisya si trovano in bisogno, un Brahmano per compassione l’aiuti, facendo compiere loro le funzioni convenienti. 412Il Brahmano che, per cupidigia, impiega ad opere servili degli Dwigia che hanno ricevuto gli ordini, contro lor voglia, abusando del suo potere, deve essere punito dal re con una ammenda di seicento Pana. 413Ma obblighi un Sudra, comperato o no, ad eseguire le funzioni servili; questi è stato creato per il servigio dei Brahmani dall’Essere che esiste di per sé. 414Un Sudra, quantunque affrancato dal suo padrone non è perciò liberato dallo stato di servitù; poiché essendogli questo stato naturale, chi potrebbe esentarlo? 415Vi sono sette specie di servi: il prigioniero fatto sotto una bandiera, in battaglia, il domestico che si mette al servizio di una persona per essere mantenuto, il servo nato nella casa del padrone, quello che è stato comprato, o donato, quello che passa da padre a figlio, quello che è schiavo per punizione, non potendo pagare una ammenda. 416Una sposa, un figlio, uno schiavo, sono dalla legge dichiarati inabili a possedere; tutto ciò che essi possono acquistare è proprietà di colui dal quale dipendono. 417Un Brahmano può senza rimorsi appropriarsi i beni di un Sudra suo servo: uno schiavo non ha nulla che gli appartenga e non possiede niente di cui non possa impadronirsi il suo padrone. 418Il re metta ogni cura nell’obbligare i Vaisya ed i Sudra a compiere i loro doveri; se questi uomini si distogliessero dai loro doveri, sarebbero capaci di mettere sossopra il mondo. 419Tutti i giorni il re dia opera a compiere gli affari in corso, si informi dello stato dei suoi equipaggi, delle rendite e delle sue spese fisse, del prodotto delle miniere, del suo tesoro. 420Decidendo tutti gli affari nella maniera prescritta, il re evita ogni colpa e perviene alla felicità suprema.