LEGGI CIVILI E PENALI – DOVERI DELLA CLASSE COMMERCIANTE

1Ora esporrò i doveri antichissimi di un uomo e d’una donna che stanno saldi sul sentiero legale, siano separati, siano uniti. 2Giorno e notte le donne devono essere tenute in uno stato di dipendenza dai loro protettori ed anche quando sono portate ai piaceri – innocenti e legittimi – devono star soggette a coloro dall’autorità dei quali dipendono. 3Una donna è sotto la potestà del padre durante la sua fanciullezza, sotto la potestà del marito durante la giovinezza, sotto la potestà dei figli in vecchiaia: non deve mai agir di sua testa. 4Un padre è degno di riprensione se non dà la figlia in matrimonio – nel tempo conveniente-: è degno di riprensione un marito che non s’accosti alla moglie – nell’epoca stabilita dopo la morte del marito un figlio merita rimprovero se non protegge la madre. 5Si deve soprattutto aver cura di tener lontane le donne dalle cattive inclinazioni, anche se leggiere: se le donne non fossero sorvegliate, farebbero il danno di due famiglie. 6I mariti, per deboli che siano, considerando che è una legge suprema per tutte le classi, abbiano gran cura di vegliare sulla condotta delle loro mogli. 7Infatti uno sposo preserva la sua stirpe, i suoi costumi, la sua famiglia, sé stesso e il suo dovere, preservando la moglie. 8Un marito, fecondando il seno di sua moglie, vi rinasce sotto forma di feto e la sposa è detta Giaya perché il marito nasce (Giayato) in essa una seconda volta. 9Una donna mette sempre al mondo un figlio dotato dalle stesse qualità di colui che l’ha generato; perciò, per assicurare la purezza della sua schiatta, un marito deve sorvegliare attentamente sua moglie.
10Nessuno riesce a tener in freno le donne con mezzi violenti; vi si riesce perfettamente coi mezzi seguenti: 11Il marito assegni alla moglie la cura delle entrate e delle spese, della purificazione – degli oggetti e del corpo il compimento del suo dovere, la preparazione dei cibi, e la manutenzione della casa. 12Racchiuse nella loro casa, sotto la guardia d’uomini fedeli e devoti, le donne non sono certo sicure: quelle soltanto sono sicure che di loro propria volontà stanno in guardia. 13Bere liquori spiritosi, frequentare cattiva compagnia, separarsi dal marito, correre da una parte e dall’altra, darsi al sonno – in ore indebite – abitare nella casa di un altro, sono sei azioni disonorevoli per delle donne maritate. 14Tali donne non guardano la bellezza, non guardano l’età: il loro amante sia bello o brutto, poco importa; è un uomo ed esse ne godono. 15A cagione della loro passione per gli uomini, della incostanza, del loro umore e della mancanza d’ogni affetto, che è loro naturale, si ha un bel sorvegliarle attentamente, esse sono infedeli al loro sposo. 16Conoscendo cosi il carattere che è stato dato loro dal giorno della creazione dal Signore delle creature, i mariti mettano la più grande attenzione a sorvegliarle. 17Manu ha dato in parte alle donne l’amore del loro letto, del loro sedile, della loro collana, la concupiscenza, la collera, le cattive tendenze, il desiderio di far del male, la perversità. 18Nessun sacramento è per le donne accompagnato da preghiere, come l’ha prescritto la legge; private dalla conoscenza delle leggi e delle preghiere – espiatorie – le donne – colpevoli, sono la perfidia in persona: questa è la regola.
19In realtà si leggono nel libro santo alcuni passaggi che dimostrano la loro vera natura: conoscete ora quelli d’essi che possono servire d’espiazione. 20“Questo sangue che una madre infedele allo sposo ha macchiato andando nella casa d’un altro sia da suo padre purificato.” Tale è il contenuto della formula sacra – da recitarsi dal figlio che conosce la colpa della madre. 21Se una donna ha potuto concepire nel suo spirito un pensiero qualsiasi a pregiudizio dello sposo, quella preghiera è stata dichiarata la perfetta espiazione della colpa per il figlio, non per la madre. 22Qualunque siano le qualità di un uomo al quale una donna è unita in legittimo matrimonio, essa le acquista all’istesso modo che l’acqua del fiume unendosi con l’oceano. 23Akshamala donna di bassi natali unita a Vasishtha e Sarangi essendo stata unita a Mandapala ottennero una condizione onorevolissima. 24Queste donne ed altre ancora, parimenti di simili natali, sono pervenute nel mondo ad alto stato per la virtù dei loro signori. 25Tali sono le pratiche sempre pure dalla condotta civile dell’uomo e della donna: ora apprendete le leggi concernenti i fanciulli, dalle quali dipende la felicità in questo o nell’altro mondo. 26Le donne che s’uniscono ai loro mariti col desiderio di aver figli, che sono perfettamente felici, degne di rispetto, che fanno l’onore della loro casa, sono in verità le dee della fortuna: non v’è alcuna differenza. 27Metter al mondo dei figli, allevarli poiché sono nati, occuparsi ogni giorno delle cure domestiche, sono appunto i doveri delle donne. 28Dalla donna solo dipendono i figli, il compimento dei doveri di pietà, le cure amorose, il più delizioso piacere ed il cielo per i Mani degli avi e per lui stesso – il marito. 29Colei che non tradisce il marito e di cui i pensieri, le parole ed il corpo sono puri, perviene – dopo morte allo stesso soggiorno del suo sposo ed è chiamata virtuosa dalla gente per bene. 30Ma se tiene una condotta colpevole verso lo sposo, una donna in questo mondo è in preda all’ignominia: rinascerà poi nel ventre d’un cavallo o sarà afflitta da malattie.
31Conoscete ora, relativamente ai figli, questa legge salutare che concerne gli uomini tutti ed è stata dichiarata dai Rishi e dai Maharishi nati dal principio. 32Essi riconoscono il figlio maschio come figlio del signore -della donna- ma la scrittura presenta, relativamente al signore, due opinioni: secondo l’una il signore è colui che ha generato il fanciullo; secondo l’altra è colui al quale appartiene la madre. 33La donna è considerata dalla legge come il campo, e l’uomo come il seme: ed è per la congiunzione del campo e del seme che nascono tutti gli esseri animati. 34In certi casi il potere prolifico del maschio ha una importanza speciale; in altri casi è la matrice della donna: quando v’è parità di potenza la razza generata è in molta considerazione. 35Se si paragona il potere procreatore maschio con il potere femmina, il maschio è dichiarato superiore, perché la progenitura di tutti gli esseri animati è distinta dalla caratteristica della potenza maschia. 36Qualunque sia la specie del seme che si getta in un campo preparato nella stagione conveniente, questo seme si sviluppa in una pianta della stessa specie dotata di evidenti qualità particolari. 37Senza alcun dubbio questa Terra è detta la matrice primitiva degli esseri; ma la semenza nella sua vegetazione, non svolge nessuna qualità della matrice. 38Su questa terra, nello stesso campo coltivato, le semenze di diversa sorta, seminate in tempo conveniente dalle opere, si sviluppano secondo la natura loro. 39Le diverse specie di riso, il Mongda (Phascelus Mungo) il sesamo, il Macha (Phascolus Radifitus), l’orzo, l’aglio, la canna da zucchero nascono secondo la natura del seme. 40Che si semini una pianta e ne nasca un’altra non può accadere: 41qualunque sia il grano seminato, quello solo si sviluppa. 42Per conseguenza l’uomo di buon senso, ben allevato, versato nel Veda e negli Anga, che desidera una lunga vita, non deve mai spandere la sua semenza nel campo altrui. 43All’istesso modo che la freccia del cacciatore è lanciata con mera perdita, nella ferita che un altro cacciatore ha fatto all’antilope, cosi la semenza sparsa dall’uomo nel campo d’un altro è persa per lui. 44I saggi che conoscono i tempi antichi stimano sempre questa Terra (Prithivi) come la sposa del re Prithu ed hanno deciso che il campo coltivato è proprietà di colui che primo ha tagliato il legno – per dissodarlo – e la gazzella del cacciatore che l’ha ferita mortalmente. 45Quegli solo è un uomo perfetto che si compone di sua moglie, di suo figlio, di sé stesso: i Brahmani hanno posto questa massima: Il marito non fa che una sola persona con la sua sposa. 46Una donna non può essere affrancata dall’autorità del suo sposo, né con la vendita, né con l’abbandono: noi riconosciamo cosi un’altra volta la legge promulgata dal Signore delle creature. 47Una sola volta si fa la divisione d’eredità; una sol volta una ragazza si dà in matrimonio; una sol volta il padre dice: Io l’accordo. Son queste tre cose che da una persona dabbene sono fatte una volta tanto. 48Il proprietario del maschio che è stato generato con vacche, giumente, cammelle, schiave, femmine di bufali, capre, pecore, non ha nessun diritto sulla progenitura; la stessa cosa ha luogo per le femmine degli uomini. 49Coloro che non possiedono un campo ma hanno delle semenze e le vanno a spandere in terreno altrui, non traggono nessun profitto del grano che nascerà. 50Se un toro genera cento vitelli accoppiandosi con vacche altrui, questi vitelli appartengono al proprietario della vacca, ed il toro ha sparso inutilmente il suo seme. 51Cosi, coloro che non avendo campo gettano il loro seme in quello d’altri, lavorano per il padrone d’esso campo; il seminatore non ricava alcun profitto. 52A meno che, relativamente al prodotto, il proprietario del campo e quello del seme non abbiano fatta una convenzione particolare, il prodotto appartiene evidentemente al padron del campo: la matrice importa più del seminare. 53Ma quando, per patto speciale, si dà un campo da seminare, il prodotto è dichiarato a questo mondo proprietà in comune del padrone della semente e del proprietario del campo. 54L’uomo nel campo del quale germoglia il seme apportato dall’acqua o dal vento, tiene per sé la pianta che si sviluppa: colui che non ha fatto che seminare – in campo altrui – non raccoglie alcun frutto. 55Tale è la legge concernente i pascoli delle vacche, delle giumente, delle schiave, delle cammelle, delle capre, delle pecore, delle galline e delle femmine del bufalo.
56Io vi ho esposto l’importanza e la non importanza del campo e del seme: ora vi esporrò la legge riguardante le donne che non hanno figli. 57La moglie del fratello maggiore è considerata come matrigna d’un fratello giovane e la moglie del più giovine come figliastra del maggiore. 58Il fratello maggiore che ha rapporti carnali con la moglie del fratello minore ed il fratello minore che tratta con la moglie del maggiore, sono degradati, quand’anche siano stati invitati – dal marito o dai parenti – a meno che il matrimonio non sia sterile. 59Quando non s’ha figlioli, la progenitura che si desidera può esser ottenuta con l’unione della sposa, autorizzata a ciò, con un fratello o con un altro Sapinda. 60Cosparso di burro liquido e mantenendo il silenzio, il parente incaricato di questo ufficio, accostandosi, durante la notte ad una vedova – o ad una donna senza figli, generi un solo figlio, non mai il secondo. 61Taluni di quelli che conoscono a fondo questa disposizione, fondandosi su ciò che lo scopo d’essa può non essere perfettamente conseguito dalla nascita di un figlio sono d’avviso che le donne possono legalmente generare in questa guisa un secondo figlio. 62L’oggetto di questo incarico una volta compiuto, secondo la legge, le due persone, il fratello e la sorellastra si comportino l’un verso l’altro come il padre ed una figliastra. 63Ma un fratello che incaricato di compiere questo dovere non osserva la lettera prescritta e non pensa che a soddisfare i suoi desideri, sarà degradato in entrambi i casi: come avendo macchiato il letto della sua figliastra se è il fratello maggiore come avendo macchiato quello del suo padre spirituale, se è il fratello minore.
64Una vedova non deve essere autorizzata da Dwigia a concepire per opera d’un terzo: quelli che le permettono di concepire per opera di un terzo, violano la legge primitiva. 65Non v’è cenno di tale incarico in nessun passo della Scrittura riferentesi al matrimonio e nella legge nunziale non è detto che una vedova possa contrarre un’altra unione 66In effetti, questa pratica che non conviene che alle bestie, è stata grandemente biasimata dai Brahmani istruiti; tuttavia essa è detta aver avuto corso fra gli uomini sotto il regno di Vena. 67Questo re che tenne un tempo la terra sotto la sua dominazione e fu il più celebre dei Ragiarishi, avendo lo spirito turbato dalla concupiscenza, fece nascere il miscuglio delle classi. 68Dopo questo tempo, le persone dabbene disapprovarono gli uomini che, per traviamento, invitano la vedova ad aver figli congiungendosi seco loro. 69Quando il marito di una giovane muore dopo lo sposalizio, il fratello – del marito – la pigli per moglie, secondo la regola seguente: 70Dopo aver sposato, secondo il rito, questa fanciulla, vestita di bianche vesti e pura di costumi, s’avvicini a lei una volta nella stagione favorevole finché ella abbia concepito. 71Un uomo di senno dopo aver accordato sua figlia a qualcuno non s’attenti a darla ad un altro; perché dando sua figlia che ha accordata altrui, egli è colpevole al pari di colui che ha portata una falsa testimonianza in cose riguardanti gli uomini. 72Anche dopo averla sposata regolarmente, un uomo deve abbandonare una ragazza che abbia dei sogni funesti, o malata, o contaminata, o che gli è stata fatta prendere per frode. 73Se un uomo dà in matrimonio una ragazza che ha qualche difetto senza prevenire lo sposo, questi può annullare l’atto del cattivo che gli ha data questa giovine.
74Quando un marito ha degli affari – in paese straniero – non si assenti prima d’aver assicurato alla moglie i mezzi per vivere; una donna, anche virtuosa, afflitta dalla miseria può commettere un errore. 75Se prima di partire il marito lo ha lasciato di che provvedere al suo sostentamento, ella viva conservando una condotta austera: se non le ha lasciato nulla, guadagni la vita esercitando un mestiere onesto. 76Quando il marito è partito per compiere un atto di devozione, lo aspetti per otto anni; se si è assentato per un motivo di scienza e di gloria lo attenda per sei anni; per suo piacere, durante tre anni solamente – dopo questo termine vada a ritrovarlo.
77Durante un anno intero un marito sopporti l’avversione della moglie; dopo un anno prenda ciò che essa possiede in proprio e cessi d’abitare con lei – dandole i mezzi di sostentarsi e di vestirsi. 78La donna che trascura un marito appassionato per il gioco, che ami i liquori spiritosi, o sia afflitta da malattia, deve essere abbandonata entro tre mesi e privata dei suoi ornamenti e dei suoi mobili; 79Ma colei che ha dell’avversione per un marito insensato, colpevole di gravi delitti o eunuco o impotente, o afflitto da elefantiasi o da consunzione polmonare, non deve essere abbandonata né privata dalle sue sostanze. 80Una donna dedita alle bevande inebrianti, di cattivi costumi, sempre in lite col marito, afflitta da malattia – incurabile – di carattere cattivo, dissipata, deve esser ripudiata. 81Una donna sterile deve essere sostituita l’ottavo anno; quella di cui i figli sono morti, il decimo; quella che non mette al mondo che ragazze, l’undecimo; colei che parla aspramente subito; 82Ma quella che, pur essendo malata, è buona e di costumi virtuosi non può esser sostituita con un’altra che quando essa acconsente, e non deve esser trattata con disprezzo. 83La donna legalmente sostituita che abbandona con collera la casa maritale, deve all’istante essere o trattenuta o ripudiata in presenza di tutta la famiglia. 84Colei che, dopo averne ricevuta proibizione, beve in una festa liquori inebrianti, o frequenta gli spettacoli e le adunanze, sarà punita di un’ammenda di sei Krishnala.
85Se degli Dwigia prendono donne della loro classe e dell’altre, la precedenza, le cure, l’alloggio devono essere regolati secondo l’ordine delle classi. 86Per tutti gli Dwigia una donna della lor classe, e non una donna di classe diversa, deve attendere alle cure concernenti la persona del marito, e compiere gli atti religiosi ogni giorno. 87Ma colui che, pazzamente, fa compiere questi doveri da un’altra, quando ha daccanto a sé una donna della sua classe, è stato in ogni tempo considerato come un Chandala generato da una Brahmana e da un Sudra. 88Ad un giovane di piacevole aspetto, della stessa classe, un padre deve dare la figlia in matrimonio, secondo la legge, quantunque non abbia ancora raggiunta l’età — di otto anni – nella quale è conveniente maritarla. 89Val meglio per una ragazza in età da esser maritata restar nella casa – paterna – fino alla morte -, che esser data dal padre ad uno sposo privo di qualità buone.
90Una ragazza senza sposo in età da marito aspetti per tre anni; dopo questo termine si scelga un marito della Sua classe. 91Se una ragazza non essendo stata data in matrimonio, prende di sua volontà marito, non commette colpa alcuna, al pari di quegli ch’essa sceglie. 92Una ragazza che si sceglie un mai ito non deve portar seco gli ornamenti che ha ricevuto dal padre, dalla madre, dai fratelli: se li porta seco cornette un furto. 93Colui che sposa una ragazza da marito non darà al padre nessun dono: il padre ha perso ogni autorità sulla figlia, ritardandole il momento di diventar madre. 94Un uomo di trent’anni deve sposare una ragazza di dodici anni, che gli piaccia; un uomo di ventiquattro una ragazza di otto; – se ha finito il suo noviziato – affinché il compimento dei suoi doveri – di capo di famiglia – non, sia ritardato, si mariti prontamente. 95Quand’anche il marito prenda una donna che gli è data dagli Dei, per la quale non ha inclinazione, deve però sempre proteggerla, se è virtuoso, alfine di piacere agli Dei. 96Le donne sono state create per mettere al mondo dei figliuoli, e gli uomini per procrearli; di conseguenza i doveri comuni che devono esser compiti d’accordo con la donna – dall’uomo – sono ordinati dal Veda. 97Se un dono è stato dato per una ragazza ed il pretendente muore – prima del matrimonio – ove acconsenta, la ragazza deve essere maritata al fratello del pretendente. 98Nemmeno un Sudra deve ricevere gratificazione per dare la figlia in matrimonio; perché il padre che riceve un dono, vende in un contratto tacito la figlia. 99Ma quello che la gente dabbene antica e moderna non hanno mai fatto, è il dare una ragazza ad altri che non sia quello cui è stata promessa. 100E anche nelle creazioni precedenti, noi non abbiamo mai inteso dire che s’abbia avuto una vendita tacita d’una ragazza per mezzo di un pagamento chiamato gratificazione. 101Una fedeltà mutua che si mantenga fina alla morte è, in fine, il principale dovere della moglie e del marito. 102Perciò un uomo ed una donna uniti in matrimonio devono guardarsi dalla disunione e di mancar di fede l’uno all’altro.
103Il dovere d’affetto dell’uomo e della donna vi è stato dichiarato, cosi come il modo d’aver figli in caso di sterilità del matrimonio; sappiate ora come si deve fare la divisione di una eredità. 104Dopo la morte del padre e della madre, i fratelli riunitisi, si dividono fra di loro la sostanza dei loro genitori; non ne sono mai padroni durante la vita di questi. 105Ma il maggiore può – quando sia altamente virtuoso – prender possesso del patrimonio intero e gli altri fratelli devono vivere sotto la tutela sua come se vivessero sotto quella del padre. 106Al momento della nascita del primogenito, un uomo diventa padre e scioglie ogni suo debito di fronte agli avi: quindi il maggiore deve aver tutto. 107Il figlio per la nascita del quale un uomo scioglie il suo debito ed ottiene l’immortalità è stato generato per il compimento del dovere; i saggi considerano gli altri come nati dall’amore; 108Il fratello maggiore abbia per i suoi fratelli l’affetto di un padre per i figli: essi devono secondo la legge comportarsi verso di lui come verso un padre. 109Il primogenito fa prosperare la famiglia o la distrugge, il primogenito è in questo mondo il più rispettabile; il primogenito non è trattato con disprezzo dalla gente dabbene. 110Il primogenito che agisce come deve è come un padre, come una madre; se non si comporta come un primogenito, si deve rispettarlo come un parente. 111I fratelli vivano uniti o separati se hanno il desiderio di compiere separatamente gli atti di pietà: gli atti di pietà sono moltiplicati dalla separazione: la vita separata è dunque virtuosa. 112Bisogna prelevare per il primogenito il ventesimo dell’eredità, con il meglio di tutti i mobili; per il secondo la metà di questa – il quarantesimo – per il più giovane un quarto – l’ottantesimo. 113Il primogenito ed il più giovine prendano la parte che abbiamo detta e quelli che sono tra loro abbiano una parte media – un quarantesimo. 114Di tutte le sostanze assieme il primogenito prenda il meglio, tutto ciò che è eccellente in ogni genere, ed il migliore di dieci buoi od altro bestiame, se supera per bontà i fratelli. 115Ma non vi è prevalenza a scegliere il migliore di dieci animali fra dei fratelli egualmente abili nel compimento dei loro doveri; soltanto si deve dare qualche cosa al maggiore in segno di rispetto. 116Se si fa un prelevamento nella maniera suindicata, il resto sia diviso in parti uguali, ma se niente è prelevato, la distribuzione delle parti avvenga nel modo seguente: 117Il maggiore abbia una parte doppia, il secondo una parte e mezza – se sopravanzano gli altri per buone qualità – ed i fratelli giovani abbiano una parte: così vuole la legge. 118I fratelli diano, ognuno della loro parte, delle parti alle loro sorelle – della stessa madre, maritate o no – diano loro il quarto della loro parte; quelli che la rifiutano saranno degradati. 119Un solo capro, un solo montone, un solo animale dall’unghia intera non può essere diviso: un capro o un montone che avanzi, dove esser dato al maggiore. 120Se un fratello giovane, ha generato un figlio giacendo con la moglie del fratello maggiore morto, la parte deve esser uguale per lui, che è il padre naturale e pel figlio che rappresenta il padre legittimo, senza prelevamento: tale è la regola. 121Questo figlio non può esser sostituito ad erede principale – il morto primogenito, nel diritto di ricevere una porzione prelevata dall’eredità; l’erede principale è diventato padre in conseguenza della procreazione d’un figlio per parte del giovane fratello questo figlio non deve ricevere secondo la legge, che una porzione eguale – a quella dello zio (che è suo padre naturale). 122Per un figlio nato da una ragazza maritata per la prima e un primogenito di una ragazza maritata per ultima, si può essere in dubbio sul modo di far le parti. 123Il figlio nato dalla prima donna prelevi sulla eredità un toro; gli altri tori di qualità più scadente sono in seguito per quelli a lui inferiori per via delle madri – maritate più tardi. 124Un figlio primogenito messo al mondo da una donna maritata per la prima, prenda quindici vacche e un toro se è saggio e virtuoso – e gli altri figli s’abbiano quello che resta, seguendo ciascuno il diritto che loro trasmette – la madre tale è la regola. 125Come fra i figli nati da madri uguali di condizione, senza altra distinzione, non v’è primato per via di madre; la primizia dipende dalla nascita. 126Il diritto di invocare – Indra – nelle Swambrahmanyas (preghiere) è dato a colui che è venuto al mondo per primo; e quando, dalle diverse donne, nascono due gemelli, il primato è riconosciuto a colui che è uscito per il primo dalla matrice. 127Colui che non ha alcun figlio maschio può incaricare la figlia di generargli un figlio, in questo modo – dicendosi: Il figlio maschio che ella metterà al mondo divenga il mio e compia in mio onore le cerimonie funebri. 128In questa guisa un tempo il Pragiapati Daksha destinò le sue – cinquanta – figlie a dargli dei figlioli per l’accrescimento della stirpe. 129Ne diede dieci a Dharma, tredici a Kasyapa, e ventisette al re Soma, donandole di ornamenti. 130Il figlio d’un uomo è come lui stesso ed una figlia incaricata dell’ufficio designata – è come un figlio; chi potrebbe raccogliere l’eredità di un uomo – senza figli – quando vi è una figlia che non fa che una anima sola con lui? 131Tutto ciò che è stato dato alla madre all’epoca del suo matrimonio, torna in eredità alla figlia – non maritata; il figlio di una figlia – messo al mondo per l’obbligazione suaccennata – erediterà tutta la sostanza del padre di sua madre morto senza figlio maschio. 132Il figlio di una figlia – maritata in tal guisa – prenda tutta la sostanza dell’avo materno morto senza un figlio maschio ed offra due focacce funebri, l’una al padre, l’altra all’avo materno. 133Fra il figliuolo di un figlio e il figlio di una figlia maritata in tal guisa, non v’è a questo mondo differenza alcuna, secondo la legge, poiché il padre del primo e la madre del secondo sono entrambi dello stesso uomo. 134Se dopo che una figlia è stata incaricata di generare – per suo padre – un figlio maschio, nasce un figlio, a quest’uomo – la parte della successione sia eguale; non v’è diritto di primogenitura per una donna. 135Se una ragazza incaricata dal padre di generargli un figlio, muore senza aver messo al mondo un maschio, il marito di lei può entrar in possesso della sua sostanza senza esitazione. 136Abbia o no la ragazza ricevuto l’incarico suddetto in presenza del marito – se essa ha un figlio da suo marito della sua stessa condizione. L’avo materno, per la nascita di questo figlio diventa padre di un figlio e questo figlio deve offrire la focaccia funebre ed ereditar la sostanza. 137Con un figlio un uomo s’acquista i mondi – celesti con il figlio di un figlio, ottiene l’immortalità; con il figlio del nipote, s’innalza al soggiorno del sole. 138Per il fatto che il figlio libera il padre dal soggiorno infernale detto Put, è stato chiamato Puttra (salvatore dall’inferno) da Brahma stesso. 139Nel mondo non vi è alcuna differenza tra il figlio di un figliuolo e quello di una figlia – incaricata della funzione suaccennata il figlio di una figlia libera l’avo nell’altro mondo, al pari del figlio di un figlio. 140Il figlio di una ragazza maritata – per la ragione suaccennata – offra la prima focaccia funebre alla madre, la seconda al padre di sua madre, la terza al suo bisavo materno. 141Quando un figlio dotato d’ogni virtù è stato dato ad un uomo – nella maniera suesposta- questo figlio uscito da un’altra famiglia, deve raccogliere tutta l’eredità. 142Un figlio dato ad un’altra persona non fa più parte della famiglia del padre naturale e non deve ereditarne la sostanza; la focaccia funebre segue la famiglia ed il patrimonio; per quegli che ha dato suo figlio, non v’è più oblazione funebre, che debba compiere questo figlio. 143Il figlio di una donna non autorizzata ad aver figli da un altro uomo ed il figlio generato dal fratello del marito con una donna che da un figlio maschio, non sono atti ad ereditare, l’uno essendo figlio di un adultero, l’altro essendo prodotto dalla lussuria. 144Il figlio di una donna, anche autorizzata, che non è stato generato secondo le regole, non ha diritto alla eredità paterna; perché è stato generato da un uomo degradato. 145Ma il figlio generato secondo le regole prescritte da una donna autorizzata – deve ereditare, come un figlio generato dal marito; perché – in questo caso – il seme ed il prodotto appartengono di diritto al proprietario del campo. 146Colui che prende sotto la sua cura i beni d’un fratello morto e sua moglie, dopo aver procreato un figlio per il fratello deve dare a questo figlio tutto ciò che gli spetta quando entra nel sedicesimo anno. 147Quando una donna senza essere autorizzata, ha un figlio, per via di commercio sessuale – illegale – con il fratello del marito, od ogni altro parente, questo figlio nato dall’amore è stato dichiarato dai saggi inabile ad ereditare e nato invano. 148Questa regola si deve intendere solo per le partizioni tra figli nati da donno della stessa classe; sappiate ora quello che la legge stabilisce per i figli messi al inondo da più donne di classi differenti.
149Se un Brahmano ha quattro mogli – delle quattro classi – e se esse hanno tutte dei figli, udite quale è la regola prescritta nella divisione d’eredità. 150Il servo dell’aratro, il toro che serve a fecondare le vacche, il carro, i gioielli e il principale appartamento devono essere prelevati dall’eredità e dati al figlio della Brahmana, con una parte più grande, in causa della sua superiorità. 151Il Brahmano prenda tre parti sul resto della successione; il figlio della Kshatriya prenda due parti; quello della Vaisya. una parte e mezza; quello della Sudra, una sola parte. 152Oppure un uomo versato nella legge deve dividere tutta la sostanza in dieci parti – senza prelevamenti – e far una distribuzione legale, nel modo seguente: 153Il figlio della Brahmana pigli quattro parti; il figlio della Kshatriya, tre; il figlio della Vaisya, due; il figlio delia Sudra, una sola. 154Ma un Brahmano abbia o no figli – nati da donne delle tre classi rigenerate – non può, per legge, dare al figlio di una Sudra più della decima parte della sostanza. 155Il figlio di un Brahmano, di un Kshatriya o d’un Vaisya nato da una Sudra non è ammesso ad ereditare – a meno che non sia virtuoso e sua madre non sia stata legittimamente maritata – ma ciò che il padre gli dà gli appartiene. 156Tutti i figli di Dwigia, nati da donne appartenenti alla stessa classe dei mariti loro, devono partecipare egualmente alla eredità, dopo che i più giovani hanno data al maggiore la parte prelevata. 157È imposto a un Sudra di sposare una donna della sua classe e non altri; tutti i figli che nascono da lei devono aver delle parti uguali quand’anche siano in numero di cento. 158Di questi dodici figli degli uomini che Manu Svayambhuva ha distinti, sei sono parenti ed eredi – della famiglia – e sei non eredi, ma parenti. 159Il figlio generato dal marito in persona, il figlio di sua moglie nato nel modo accennato (v. 59 e 60) un figlio dato, un figlio adottato, un figlio nato clandestinamente, da padre ignoto, un figlio rifiutato dai parenti naturali, sono tutti i sei parenti ed eredi delia famiglia. 160Il figlio d’una ragazza non maritata, quello di una donna sposata incinta, un figlio comperato, il figlio di una donna maritata due volte, un figlio che si è dato da sé stesso, il figlio di una Sudra, sono parenti tutti e sei, ma non eredi. 161L’uomo che passa attraverso l’oscurità infernale non lasciando dopo di sé che dei figli spregevoli, ha la stessa sorte di colui che passa un corso d’acqua su una cattiva barca. 162Se un uomo ha per eredi della sua sostanza un figlio legittimo e un figlio di sua moglie e di un parente, ognuno d’essi prenda possesso della sostanza del padre naturale, l’uno ad esclusione dell’altro. 163Il figlio legittimo di un uomo è solo padrone della sostanza paterna; ma per prevenire il male, assicuri agli altri figli i mezzi di sussistenza. 164Quando il figlio legittimo ha fatto la stima della sostanza paterna, dia al figlio della donna e di un parente, la sesta parte o la quinta, se è virtuoso. 165Il figlio legittimo ed il figlio della sposa possono ereditare immediatamente la sostanza paterna – nel modo sopraindicato – ma i dieci altri figli nell’ordine enunciato, non ereditano che dei doveri di famiglia e di una parte della successione. 166Il figlio che un uomo genera egli stesso con la moglie alla quale è unito con il sacramento del matrimonio, essendo legittimo, deve essere riconosciuto come il primo per condizione. 167Colui che è generato, secondo le regole prescritte, dalla moglie di un uomo morto, impotente o malato, è autorizzata a coabitare con un parente, è detto figlio nato nel campo del marito (della sposa). 168Si deve riconoscere come figlio donato quello che un padre ed una madre – per consenso mutuo – danno facendo una invocazione alle divinità delle acque, a una persona che non ha figli, se il fanciullo è della stessa classe di questa persona, e dimostra dell’affezione. 169Quando un uomo prende per figlio un fanciullo della sua stessa classe, che conosce il vantaggio – dell’osservanza delle cerimonie funebri ed è dotato di tutte le qualità stimate in un figlio, questo è chiamato figlio adottivo. 170Se un fanciullo viene al mondo in casa di qualcuno, senza che si sappia chi è suo padre, questo fanciullo nato clandestinamente nella casa appartiene al marito della donna che l’ha messo al mondo. 171Il fanciullo che un uomo riceve come suo figlio, dopo che è stato abbandonato dal padre e dalla madre, o dall’uno dei due, è chiamato figlio ripudiato. 172Quando una ragazza mette al mondo segretamente un figlio nella casa del padre, questo fanciullo, che diventa di colui che sposa questa ragazza, deve esser chiamato figlio di una ragazza. 173Se una donna incinta si marita, sia o no conosciuta la sua gravidanza, il maschio che essa porta nel suo grembo appartiene al marito cd è detto ricevuto con la sposa. 174Il figlio che un uomo desideroso di avere un tiglio, compera dal padre o dalla madre è detto figlio comperato gli sia uguale o no di buone qualità. 175Quando una donna abbandonata dallo sposo, o vedova, rimaritandosi di sua voglia, mette al mondo un figlio maschio, è chiamato figlio di una donna rimaritata. 176Se essa è ancor vergine – quando si rimarita – o se dopo aver abbandonato il marito, essa torna presso di lui, deve rinnovare la cerimonia del matrimonio con lo sposo che essa prende, in seconde nozze. 177Il fanciullo che ha perso il padre e la madre o che è stato abbandonato da essi, senza motivo, e che s’offre spontaneamente a qualcuno, è detto datosi da sé stesso. 178Il fanciullo che un Brahmano genera per lussuria con una donna della classe servile, quantunque fruisca della vita (Parayan) è come un cadavere (Sava); perciò è chiamato cada vero vivente (Parasava). 179Il figlio generato da un Sudra e da una donna sua schiava, o dalla schiava donna del suo schiavo maschio, può ricevere una parte dell’eredità, se è autorizzato – dai figli legittimi tale è la legge. 180Gli undici figli che sono stati enumerati a cominciare dal figlio della sposa, sono stati dichiarati dai legislatori atti a rappresentare successivamente il figlio legittimo, per prevenire la cessazione della cerimonia funebre. 181Questi undici figli cosi chiamati perché possono essere sostituiti al figlio legittimo, e devono la vita ad un altro uomo, sono realmente i figli di colui che ha dato loro vita, e di nessun altro. 182Se fra più fratelli di padre e madre ve ne è uno che abbia un figlio, Manu li ha tutti dichiarati padri di un fanciullo per cagione di questo figlio – gli zii di questo fanciullo non devono adottar altri figli -; egli raccolga la loro eredità e offra loro la focaccia funebre. 183Se fra le mogli dello stesso marito, una dà vita ad un figlio, tutte per via di questo figlio, sono state dichiarate da Manu, madri di un fanciullo maschio. 184In mancanza di ognuno dei primi per ordine – di questi undici figli – colui che segue, deve raccogliere l’eredità; ma se ne esistono parecchi della stessa condizione, tutti devono aver la loro parte della sostanza. 185Non sono né i fratelli, né il padre, né la madre, ma i figli che devono ereditare dal padre; la fortuna di un uomo che non lascia figli torna al padre ed ai fratelli. 186Si devono fare delle libazioni d’acqua per i tre progenitori; una focaccia deve esser loro offerta; la quarta persona è quella che offre; la quinta non partecipa dell’oblazione. 187Al sapinda appartiene l’eredità; in mancanza, il Samanodaka, sarà l’erede, oppure il precettore o l’allievo spirituale del defunto. 188In mancanza di tutte queste persone, dei Brahmani versati nei tre libri sacri, puri e signori delle loro passioni, sono chiamati ad ereditare; in questa guisa, i doveri funebri non possono cessare. 189La proprietà dei Brahmani non deve mai tornar al re: tale è la regola stabilita, ma nell’altre classi, in mancanza d’eredi, il re si metta in possesso della sostanza. 190Se la vedova di un uomo morto senza figli concepisce un maschio coabitando con un parente, dia a questo figlio ciò che suo marito possedeva. 191Se due figli nati dalla stessa madre da due mariti, sono in contestazione per il loro patrimonio che è nelle mani della madre, ognuno prenda possesso della sostanza paterna ad esclusione dell’altro.
192Alla morte della madre, i fratelli uterini e le sorelle uterine nubili; si dividano in parti uguali la sostanza materna, le maritate s’abbiano un dono in proporzione. 193Ed anche, se hanno figlie, è conveniente donar loro qualche cosa della fortuna della loro nonna materna, in segno d’affetto. 194La sostanza particolare di una donna è di sei specie: ciò che gli è stato dato davanti il fuoco nuziale; ciò che gli è stato dato al momento della sua partenza per la casa del marito; ciò che gli è stato dato in segno d’affetto; ciò che essa ha ricevuto dal fratello, dalla madre, dal padre. 195I doni che essa ha ricevuti dopo il matrimonio o quelli che il marito le ha fatto per amicizia, devono appartenere dopo morte ai suoi figli, anche vivente il marito. 196È stato deciso che tutto ciò che possiede una giovaane donna maritata secondo il modo di Brahma, degli Dei, dei santi, dei musici celesti, dei creatori, deve tornare al marito, se essa muore senza lasciar posterità. 197Ma è ordinato che tutta la fortuna che ha potuto esserle donata in un matrimonio secondo il modo dei cattivi geni, o secondo i due altri modi, divenga la parte del padre e della madre se muore senza figliuoli. 198Tutta la fortuna che può essere, stata donata in qualsiasi tempo dal padre, ad una donna – che ha per marito un Brahmano – deve tornare alla figlia di una Brahmana o ai suoi figli. 199Una donna non può metter niente da parte per sé dei beni che sono comuni a lei ed a molti suoi parenti, cosi come la fortuna del marito, senza permesso. 200Gli ornamenti portati dalle donne durante la vita dei mariti, non devono esser divisi dagli eredi dei mariti tra loro: se ne fanno le parti, sono colpevoli. 201Gli eunuchi, gli uomini degradati, i ciechi, i sordi di nascita, i pazzi, gli idioti, i muti, gli storpiati, non sono ammessi ad ereditare. 202Ma è giusto che ogni uomo assennato che eredita dia loro, per quanto è in suo potere, i mezzi di vivere e vestirsi sino alla fine dei loro giorni: se non lo facesse, sarebbe malvagio. 203Se, qualche volta, viene in mente all’eunuco ed agli altri di ammogliarsi, se essi hanno dei figliuoli, questi sono abili ad ereditare. 204Dopo la morte del padre, se il primogenito – vivendo in comune con i fratelli – fa qualche guadagno col suo lavoro -, i giovani fratelli devono averne una parte se si applicano allo studio della scienza sacra; 205E se essi sono – estranei allo studio della scienza e guadagnano cosi il loro lavoro, la parte dei profitti sia eguale tra loro, poiché ciò non deriva dal padre: questa è la decisione di Manu.
206Ma la ricchezza acquistata con il sapere, appartiene esclusivamente a colui che l’ha acquistata, al pari di una cosa data ad un amico, o ricevuta in occasione d’un matrimonio, o presentata come offerta d’ospitalità. 207Se uno dei fratelli è in istato di accumulare sostanza con la sua professione e non ha bisogno dei beni paterni deve rinunciare alla sua parte dopo che gli è stato fatto un leggiero dono. 208Ciò che un fratello ha acquistato con le sue fatiche senza nuocere alla sostanza paterna, non deve darlo altrui contro voglia, poiché egli l’ha acquistato con il suo lavoro. 209Quando un padre giunge a riacquistare con i suoi sforzi un bene che suo padre non aveva potuto riavere, non lo divida contro voglia ai figli poiché da lui solo è stato acquistato. 210Se dei fratelli, dopo essersi separati, si riuniscono poi per vivere in comune, le parti siano eguali; non v’è in questo caso diritto di primogenitura. 211Se il primogenito od il più giovane di molti fratelli è privato dalla sua parte al momento della divisione o se uno d’essi viene a morire, non è la loro parte considerata come persa. 212Ma i suoi fratelli uterini che hanno riunito le loro parti in comune e le sorelle uterine si riuniscano e dividano tra di essi la parte. 213Un primogenito che per cupidigia fa torto ai suoi fratelli giovani è privato della primogenitura della sua parte e deve esser punito con un’ammenda dal re. 214Tutti i fratelli che sono dediti a qualche vizio perdono il loro diritto all’eredità, ma il maggiore non deve appropriarsi tutta la sostanza senza dar nulla ai fratelli. 215Se dei fratelli vivendo in comune con il padre uniscono i loro sforzi per una stessa impresa, il padre non deve mai far parti ineguali dividendone i benefici. 216Il figlio nato dopo una divisione, fatta vivente il padre, prenda possesso della parte di suo padre oppure se i fratelli hanno di nuovo riunite le loro parti alla sua, divida ancora con essi.
217Se un figlio muore senza prole – e senza moglie la madre, o il padre, deve ereditarne i beni: se la madre è morta, la madre del padre, o l’avo paterno, prenda questi beni. 218Quando tutti i debiti e tutta la sostanza sono stati convenientemente distribuiti secondo la legge, tutto ciò che viene trovato in seguito, deve esser diviso allo stesso modo. 219Gli abiti, i carri, i gioielli, di poco prezzo, del riso preparato, l’acqua, di un pozzo, le schiave, i consiglieri spirituali od i sacerdoti di casa, i pascoli del bestiame sono stati dichiararti tali da non potersi dividere, devono però esser usati come prima in comune.
220La legge delle eredità e le regole che concernono i figli, a cominciar dalla sposa, vi sono state esposte: sappiate ora la legge che si riferisce ai giuochi d’azzardo. 221I giuochi e le scommesse devono esser proscritte da un re, dal suo regno: queste colpevoli usanze determinano per i principi la perdita del regno. 222I giuochi e le scommesse sono furti evidenti: cosi il re deve fare ogni sforzo per ostacolarli. 223Il giuoco ordinario è quello nel quale si usano oggetti inanimati – dei dadi si chiama scommessa (Samahwaya) il giuoco nel quale si fanno agire esseri animati – come dei galli, degli arieti, preceduto da un impegno di denaro. 224Colui che si dedica al giuoco o alle scommesse e colui che ne fornisce il mezzo – tenendo una casa di giuoco – devono essere puniti con pene corporali dal re; al pari dei Sudra che portino le insegne degli Dwigia. 225I giocatori, i danzatori, i cantanti pubblici, gli uomini che screditano i libri sacri, i religiosi eretici, gli uomini che non compiono i doveri della loro classe, i mercanti di liquori spiritosi, devono esser scacciati dalla città. 226Quando questi ladri segreti sono diffusi nel territorio di un re. con le loro azioni perverse, tengono continuamente in timore le persone oneste. 227In altri tempi, in una creazione precedente, il giuoco è stato riconosciuto come un grande motivo d’odio: per conseguenza l’uomo saggio non deve dedicarsi al giuoco nemmeno per distrarsi. 228L’uomo, che in pubblico o in segreto si dà al giuoco, deve subire il castigo che al re piace d’imporgli. 229Ogni uomo che appartenga alla classe militare, commerciante; servile che non può pagare un’ammenda; se ne libererà prestando l’opera sua: un Brahmano la pagherà a poco a poco. 230La pena inflitta dal re alle donne, ai fanciulli, ai pazzi, alle persone in età, ai poveri, ai deboli sia – d’esser battuti con uno scudiscio, o con un ramo di bambù, o di esser legati con delle corde.
231Il re deve confiscare tutti i beni dei ministri, che incaricati degli affari pubblici, accesi d’orgoglio per le loro ricchezze, rovinano gli affari di quelli che li sottopongono alle loro decisioni. 232Il re metta a morte tutti quelli che mettono fuori editti-falsi, quelli che determinano dei dissensi fra i ministri, quelli che uccidono delle donne, dei fanciulli, dei Brahmani e quelli che sono d’accordo con i nemici. 233Ogni affare che, in qualsiasi epoca, sia stato condotto a termine e giudicato, se la legge è stata seguita, deve essere considerato dal re come chiuso: non lo faccia ricominciare; 234Ma qualunque affare sia stato ingiustamente deciso dai ministri o dal giudice, il re lo riesamini ili condanni ad un’ammenda di mille Pana.
235L’uccisore di un Brahmano, il bevitore di liquori fermentati, l’uomo che ha rubato oro ad un Brahmano, e colui che ha contaminato il talamo del suo padre spirituale, o del proprio padre, devono essere’ considerati come colpevoli di un gran delitto. 236Se questi quattro uomini non ne fanno espiazione, il re infligga loro un castigo corporale od un’ammenda. 237Per aver contaminato il letto del padre spirituale, si imprimano sulla fronte del colpevole un marchio raffigurante le parti genitali di una donna; per aver bevuto liquori spiritosi si imprima l’insegna di un distillatore; per aver rubato l’oro del Brahmano un piede di cane, per l’uccisione di un Brahmano , un uomo senza testa. 238Non si deve né mangiare con questi uomini, né sacrificare, né studiare, né legarsi in parentela: vaghino per la terra in uno stato miserabile, esclusi da ogni dovere sociale. 239Questi uomini segnati dal marchio d’infamia devono essere abbandonati dai parenti per via di padre e di madre: non meritano né compassione né riguardi. Tale è l’ingiunzione del Manu. 240I delinquenti di tutte le classi che fanno l’espiazione prescritta dalla legge, non devono esser marcati in fronte per volere del re: siano soltanto condannati all’ammenda più alta. 241Per i delitti sopra enunciati commessi da un Brahmano, deve essergli infitta l’ammenda media; oppure, se ha agito con premeditazione, sia bandito dal regno e si porti seco tutti i suoi beni e la sua famiglia. 242Ma gli uomini delle altre classi che abbiano commesso questi delitti senza premeditazione, devono perdere tutti i loro beni ed essere esiliati od anche messi a morte se il delitto è stato premeditato.
243Un principe virtuoso non s’appropri la sostanza di un gran delinquente; se per cupidigia se ne impadronisce, si macchia di quel delitto. 244Avendo gettato questa ammenda nell’acqua, la offra a Varuna oppure la dia ad un Brahmano virtuoso, dotto nella Sacra Scrittura. 245Varuna è il Signore del castigo, stende il suo poterò fino sui re ed un Brahmano giunto al termine degli studi sacri è il signore dell’universo. 246Dovunque un re s’astiene dal prender por sé la sostanza dei delinquenti, nascono, nel tempo stabilito, gli uomini destinati a fruire di una lunga esistenza; 247Il grano degli agricoltori vi cresce in abbondanza, come è stato da essi seminato; i fanciulli non muoiono, ancor piccini, e non nasce alcun mostro. 248Se un Sudra si diverte a tormentare dei Brahmani, il re lo punisca per mezzo di diversi castighi corporali, atti ad ispirar terrore. 249Si considera altrettanto ingiusto da parte di un re il lasciar libero un colpevole quanto il condannare un innocente: la giustizia consiste nell’applicar la pena conformemente alla legge. 250Le regole secondo le quali si deve decidere negli affari giudiziari, fra due contendenti, vi sono state esposte in diciotto capi.
251Un re che compia con tanta perfezione i doveri imposti dalla legge, deve cercare conciliandosi l’affetto dei popoli di possedere i paesi che non gli sono soggetti e di reggerli convenientemente quando li ha in suo potere. 252Essendo stabilito in una regione fiorente ed avendo edificate delle fortezze per la difesa, sapendo i precetti dell’arte, faccia i più grandi sforzi per toglier le spine (per estirpare gli scellerati). 253Proteggendo gli uomini che operano onorevolmente, punendo i cattivi, i re che hanno per unico pensiero la felicità dei popoli, giungono al paradiso; 254Ma quando un re riceve le entrate reali senza attendere alla repressione dei ladri, i suoi stati sono agitati da sommosse, ed egli viene escluso dal soggiorno celeste. 255Al contrario quando il regno di un principe posto sotto la salvaguardia del suo braccio potente, gode di una intima sicurezza, questo stato prospera senza tregua, come un albero che si innaffia con cura. 256Il re valendosi dei suoi occhi come spie, distingua bene le due specie di ladri: quelli, mostrandosi in pubblico, questi, stando nascosti, rubano l’avere altrui. 257I ladri pubblici sono quelli che vivono vendendo diverse cose in modo fraudolento, i ladri nascosti sono quelli che si introducono segretamente in una casa, i briganti che stanno nelle foreste ed altri. 258Gli uomini che si lasciano corrompere dai doni, quelli che estorcono danaro con minacce, i falsificatori, i giocatori, quelli che predicano la buona ventura, la falsa gente onesta, i chiromanti; 259Gli ammaestratori di elefanti ed i ciarlatani che non fanno ciò che promettono di fare, gli uomini che esercitano a torto le arti liberali e le astute meretrici; 260Sono, con altri ancora, i ladri che si mostrano in pubblico; il re sappia distinguerli, a questo mondo, al pari degli altri che si nascondono per compiere le opere loro, gente spregevole che porta le insegne delle persone onorate. 261Dopo averli scoperti, con il soccorso di persone fidate, travestite in modo da esercitare – apparentemente la stessa loro professione e con spie sparse da ogni parte li attiri nelle sue mani; 262Dopo aver proclamato completamente le cattive azioni di ognuno di questi miserabili, il re infligga loro una pena esattamente proporzionata alle loro pratiche, alle facoltà loro. 263Senza il castigo è impossibile reprimere i delitti dei ladri, che hanno perverse intenzioni e si spargono, furtivamente in questo mondo.
264I luoghi frequentati, le fontane pubbliche, i forni, le case di tolleranza, le botteghe di distilleria, le case di albergo, i quadrivi, i grandi alberi sacri, le adunanze, gli spettacoli; 265Gli antichi giardini reali, le foreste, le case degli artigiani, le case deserte, i boschi, i parchi: 266Sono appunto i luoghi che, al pari d’altri di questo genere, il re deve far sorvegliare da sentinelle e da pattuglie e da spie, per tener lontano i ladri. 267Con il mezzo di spie abili, che abbiano fatto il ladro, e si associno con i ladri, li accompagnino e siano al fatto delle loro abitudini, li scopra e li faccia uscire dai loro nascondigli. 268Con i diversi pretesti di un banchetto composto di pietanze delicate, di un colloquio con un Brahmano, o di uno spettacolo di esercizi di abilità, le spie cerchino di riunire tutti questi uomini. 269Il re si impadronisca apertamente con la forza di coloro che – per timore di essere arrestati – non vanno a queste riunioni, e di quelli che si sono accordati con i vecchi ladri al servizio del re e non s’uniscono al momento stabilito; li metta a morte al pari degli amici e dei parenti per via di padre e di madre, che sono d’intelligenza con loro.
270Un principe giusto non faccia morire un ladro, a meno che non lo sorprenda in flagrante; se lo si prende con ciò che ha rubato e con gli strumenti, di cui si è servito, lo faccia morire senza esitazione. 271Condanni parimenti a morte tutti quelli che nei villaggi e nelle città danno cibo ai ladri, forniscono loro degli strumenti, e offrono loro un asilo. 272Se gli uomini che sono incaricati della guardia di certi luoghi, o di quelli del vicinato che sono stati designati, restano neutrali durante gli attacchi dei ladri, il re li punisca essi pure come ladri. 273Se l’uomo che vive compiendo per altri pratiche di pietà, si allontana dal suo dovere, il re lo punisca severamente con un’ammenda, come un miserabile che trascura il suo dovere. 274Quando un villaggio è saccheggiato dai ladri, quando delle dighe sono rotte o del briganti si mostrano sulla strada maestra, quelli che non corrono tosto al soccorso devono essere esiliati con le loro sostanze. 275Il re faccia punire con diversi supplizi le persone che rubano il suo tesoro, o rifiutano di ubbidirgli, al pari di coloro che incoraggiano il nemico. 276Se dei ladri, dopo aver fatto un buco nel muro, commettono un furto di notte, il re comandi di impalarli su un’asta acuta, dopo aver loro fatto tagliar le mani. 277Faccia tagliar due dita ad un disfattore di nodi (un borsaiolo) se è la prima volta; ad un recidivo, un piede ed una mano; – se è colto – per la terza volta, lo condanni a morte. 278Coloro che danno ai ladri del fuoco e del cibo, forniscono loro delle armi o l’alloggio, e nascondono gli oggetti rubati, devono essere pumti dal re come ladri. 279Il re faccia annegare nell’acqua colui che rompe la diga di uno stagno o gli faccia tagliar la testa; se il colpevole ripara al danno, sia condannata all’ammenda più alta. 280Il re deve far perire senza esitazione quelli che praticano un buco nel palazzo del tesoro pubblico, nell’arsenale, o in una cappella, o che rubano degli elefanti, dei cavalli o dei carri, appartenenti al re. 281L’uomo che rivolge a suo profitto l’acqua di un antico stagno oppure arresta la corrente di un ruscello, deve esser condannato a pagar l’ammenda di primo grado. 282Colui che deposita le sue immondizie sulla strada del re, senza una necessità urgente, deve pagare due Karshapana e pulire subito il luogo che ha sporcato. 283Un malato, un vecchio, una donna incinta, un fanciullo devono soltanto essere rimproverati e ripulire il posto: questo è l’ordine. 284Tutti i medici ed i chirurgi che esercitano male le arti loro meritano una ammenda, che deve essere di primo grado por casi riferentesi a degli animali, di secondo grado per degli uomini. 285Colui che ruina un ponte, un’insegna, una palizzata o degli idoli, deve riparare il guasto e pagare cinquecento Pana. 286Per aver mescolato mercanzie di cattiva qualità con altre di buon pregio, per aver bucato delle pietre preziose, per aver forato malamente delle perle si deve subir l’ammenda di primo grado, e pagare il danno. 287Colui che dà a dei compratori che pagano lo stesso prezzo merce differente di qualità e colui che vende la stessa merce a prezzi differenti, devono pagar la prima ammenda o l’ammenda media. 288Il re ponga tutti i prigionieri sulla pubblica via affinché i delinquenti, afflitti e schifosi, siano esposti agli sguardi di tutti. 289Bandisca immediatamente colui che abbatte un muro, colui che colma dei fossati, colui che infrange delle porte. 290Per tutti i sacrifici di cui lo scopo è di far perire un innocente, una ammenda di duecento Pana deve esser imposta, al pari di tutti gli scongiuri magici ed i sortilegi di ogni sorta, quando questi atti di perversità non sono riusciti. 291Colui che vende del cattivo grano come buono, o che mette il miglior grano sopra per nascondere il cattivo, e colui che distrugge i segni di confine, devono subire un castigo che li sfiguri; 292Ma il più perverso di tutti i furbi è un orefice che commette una frode: il re lo faccia tagliar a pezzi con il rasoio. 293Per un furto di strumenti agricoli, d’armi, di medicamenti, il re applichi una pena avendo riguardo al tempo ed alla utilità degli oggetti.
294Il re, il suo consiglio, la capitale, il territorio, il tesoro, l’armata e gli alleati suoi, sono le sette parti di cui il regno è composto che perciò è detto composto di sei membri. 295Fra le sette membra di un regno, cosi indicate per ordine, si deve considerare la rovina del primo come una calamità più grande di quella del secondo dell’enumerazione e così via. 296Fra i sette poteri di cui la riunione forma quaggiù un regno e che si sostengono reciprocamente come i tre bastoni di un devoto ascetico, non vi è superiorità alcuna nata dalla preminenza delle qualità. 297Tuttavia certi poteri sono più stimati per certi atti ed il potere per cui un affare è messo in esecuzione è preferibile in questo affare particolare. 298Servendosi di emissari, spiegando la sua potenza, occupandosi di affari pubblici, il re cerchi sempre di conoscere la forza sua e quella del nemico. 299Dopo aver considerato maturamente le calamità ed i disordini, e la loro importanza relativa, metta in esecuzione ciò che ha risoluto. 300Ricominci le sue operazioni più volte, per stanco che egli sia, perché la fortuna segue sempre l’uomo intraprendente e perseverante.
301Tutte le epoche chiamate Krita, Treta, Dwapara e Kali, dipendono dalla condotta del re: infatti il re è detto – rappresentare – una di queste età. 302Quando dorme, è l’epoca Kali; quando si sveglia la Dwapara; quando opera energicamente, l’epoca Treta; quando fa del bene, la Krita.
303Un re, con la sua potenza e le sue opere, deve mostrarsi emulo di Indra, d’Arka, di Yama, di Varuna, di Chandra, di Agni, di Prithivi. 304Allo stesso modo che durante i quattro mesi delle piogge, Indra versa abbondante l’acqua dai cielo, cosi il re imitando gli atti del Signore delle nubi, spanda sui popoli una pioggia di benefici. 305Allo stesso modo che per otto mesi Aditya assorbe l’acqua con i suoi raggi, cosi il re tragga dal suo regno le entrate legali con un atto simile a quello del sole. 306Come Maruta entra e si muove per tutte le creature cosi il re, al pari del Dio del vento, deve penetrare dovunque per mezzo dei suoi satelliti. 307Come Yama, quando il tempo è venuto, punisce amici e nemici, cosi il re punisca i sudditi seguendo l’esempio del re infernale. 308Come Varuna non manca mai d’avvolgere il colpevole nei suoi vincoli, cosi il principe condanni il cattivo alla prigione, ad imitazione del Dio delle acque. 309Il re, vedendo il quale i sudditi provano tanta gioia quanto a riguardar il disco di Chandra nel suo massimo splendore, rappresenta il Reggente della luna. 310Sia sempre armato di corruccio e di energia contro i delinquenti, sia senza pietà contro i malvagi ministri, e compirà cosi le funzioni d’Agni. 311Come Dhara porta egualmente tutte le creature, cosi il re che sostiene tutti gli esseri compie un ufficio simile a quello della Dea della terra. 312Applicandosi senza tregua a questi ed altri doveri, il re raffreni i ladri che sono nei suoi Stati e quelli che vivono nel territorio degli altri principi, e vengono ad infestare il suo. 313In qualsiasi sventura si trovi, si deve guardare dall’irritare i Brahmani – portandone via le sostanze una volta irritati essi distruggerebbero tosto il suo esercito ed i suoi equipaggi con le imprecazioni e i sacrifici magici. 314Chi potrebbe non esser distrutto dopo aver eccitato la collera di coloro per la maledizione dei quali il fuoco è condannato a divorare tutto, l’oceano a volgere le sue onde a mare, e la luna a veder la sua luce spegnersi e rinascere alternatamente? 315Qual’è il principe che potrebbe prosperare opprimendo coloro che, nel loro cordoglio, potrebbero formar altri mondi ed altri reggenti dei mondi e cambiare gli Dei in mortali? 316Quale uomo desideroso di vivere vorrebbe far torto a quello per soccorso dei quali, il mondo e gli Dei sussistono perpetuamente, a quelli che hanno per ricchezza la scienza divina?
317Dotto od ignorante, un Brahmano è una divinità potente, come è una possente divinità il fuoco; consacrato o no. 318Dotato di puro splendore, il fuoco, anche nei luoghi dove si bruciano i morti, non è contaminato e fiammeggia attivamente nei sacrifici quando vi si spande sopra il burro chiarito. 319Cosi anche quando si sieno dedicati a vili uffici i Brahmani devono essere sempre onorati; essi hanno in se qualche cosa di supremamente divino. 320Se uno Kshatriya inveisce con insolenze contro i Brahmani in ogni circostanza, il Brahmano lo punisca con la maledizione e gli scongiuri – perché lo Kshatriya trae la sua origine dal Brahmano. 321Dall’acqua procede il fuoco; dalla classe sacerdotale la militare; dalla pietra, il ferro; il loro potere che tutto penetra si spunta contro quello che li ha prodotti. 322Gli Kshatriya non possono prosperare senza i Brahmani; i Brahmani non possono elevarsi senza gli Kshatriya: unendosi la classe sacerdotale e la militare, si innalzano in questo e nell’altro mondo.
323Dopo aver dato ai Brahmani tutte le ricchezze ricavate dalle ammende legali, il re – quando s’appresta al fine della vita – lasci a suo figlio la cura del regno, vada a cercar la morte in battaglia, o si lasci morire di fame, se non v’è guerra. 324Operando nel modo prescritto, applicandosi ai doveri di un re, il monarca ingiunga ai suoi ministri di lavorare per la felicità del suo popolo.
325Queste sono le regole antichissime riferentesi alla condotta dei principi, esposte senza omissione: si sappiano ora quali sono le regole riguardanti la classe commerciante e la servile. 326II Vaisya, dopo aver ricevuto il sacramento, l’investitura del cordone sacro – ed aver sposata una donna della sua classe – deve attendere con assiduità alla sua professione ed allevare il bestiame. 327Infatti il Signore delle creature dopo aver prodotto gli animali utili, ne confidò la cura al Vaisya e pose tutta la razza umana sotto la tutela del Brahmano e dello Kshatriya. 328Non venga mai in mente ad un Vaisya di dire: Io non voglio più aver cura del bestiame; e quando è disposto ad occuparsene nessun altro uomo non deve mai prenderne cura. 329Sia ben informato del rialzo e del ribasso delle pietre preziose, delle perle, del corallo, del ferro, dei tessuti, dei profumi, dei condimenti; 330Sia bene esperto del modo in cui si devono seminare i cereali, e delle buone e cattive qualità di terreno; conosca cosi perfettamente il sistema dei pesi e delle misure; 331La bontà o i difetti delle mercanzie, i vantaggi e gli svantaggi delle differenti regioni, l’utile o la perdita probabile nella vendita degli oggetti ed il modo d’accrescere il numero del bestiame. 332Deve conoscere le paghe che si devono dare ai servi e i differenti linguaggi degli uomini, le migliori precauzioni da prendersi per conservar le merci, e tutto ciò che si riferisce alla compera ed alla vendita. 333Faccia i più grandi sforzi per accrescere la sua fortuna, nei modi legali, ed abbia cura di dar cibo a tutte le creature umane. 334Una obbedienza cieca agli ordini dei Brahmani versati nella conoscenza dei libri sacri, capi di famiglia e stimati per la loro’ virtù, è il dovere principale di un Sudra, e gli procura la felicità.
335Un Sudra, puro, soggetto alla volontà delle classi superiori, dolce nel parlare, esente da arroganza, che presti special attenzione ai Brahmani, ottiene una rinascita di condizione più elevata. 336Queste sono le regole propizie che si riferiscono alla condotta delle quattro classi, quando non si trovano nelle calamità; imparate ora, ordinatamente, quali sono i doveri nelle circostanze difficili.